Economia

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    Proposta: 2 miliardi di chitarre invece si spararsi uno contro l’altro.

    “Mettete dei fiori nei vostri cannoni” cantavano I Giganti nel 1967 riprendendo un motto pacifista degli Usa. E vorremmo dire, oggi, di mettere qualche strumento musicale nei troppi cannoni che ci sono in giro per il mondo. L’idea, di vago sentore populista-pacifista, mi è venuta in mente leggendo un articolo de Il Sole 24 Ore che confermava una crescita dell’1,5% del mercato degli strumenti musicali che si assesta, in Italia, al valore di 350 milioni di euro. Sebbene non venga diffuso un numero esatto di “pezzi” totali venduti (a causa della disparità tra accessori economici e strumenti di lusso), i dati dell’Osservatorio Dismamusica evidenziano quanto segue:

    Segmenti Leader: La domanda è stata trainata principalmente dalle chitarre (acustiche ed elettriche) e dai pianoforti digitali, seguiti dal comparto dell’audio professionale per i creatori di contenuti.

    Trend di Crescita: Il settore ha registrato un incremento del +1,5% rispetto al 2024.

    Canali di Vendita: I negozi fisici specializzati rimangono il canale prevalente per il fatturato, mentre l’e-commerce domina il volume di unità per gli strumenti “entry-level” e gli accessori.

    Insomma, mettete una chitarra nei vostri cannoni. E se è vero che al mondo, ogni anno, si spendono oltre 2mila miliardi di dollari in armi, allora con quella cifra si potrebbero acquistare occhio e croce quasi 2 miliardi di ottime chitarre.

  • cronaca,  Economia,  giornalismo,  Pavia,  Politica

    Boerchio, case per i ricchi e la scelta sulla diseguaglianza (cit. Piketty)

    Immagine, come sempre, creata con l’Ai

    Unire i puntini, a volte, lascia in bocca il sapore della retorica persino populista e quindi bisogna fare attenzione. Ma ogni giorno, sfogliando i giornali e trovando conferma dalle ricerche scientifiche (cito l’ultimo libro che ho letto: “Natura, cultura e disuguaglianze. Una prospettiva comparativa e storica” di Thomas Piketty che conferma che la diseguaglianza è una scelta politica e non un destino antropologico), penso che questo mondo a due velocità mi fa sempre più impressione. Due velocità nella giustizia, nell’economia, nei diritti, nelle scelte politiche, nella possibilità di essere cittadino e uomo/donna libero effettivamente. E allora, uno dei temi che più mi preme è quello della casa, della possibilità per tutti – i giovani che devono crescere, le famiglie che devono resistere e gli anziani che hanno il diritto di prendere fiato – di una vita dignitosa tra quattro mura. Oggi leggo su La Provincia Pavese, il mio quotidiano preferito da sempre, che verranno recuperati il palazzo e la villa che fu dei Boerchio con annesso grandissimo e splendido giardino. Bene, quell’area era abbandonata da tempo. Che se ne farà? Appartamenti di lusso.

    La crisi abitativa, va da sè, riguarda solo chi i soldi non li ha. E i grandi progetti riguardano, ancora, chi un po’ di soldi da parte li ha messi (qualche centinaio di migliaia di euro, s’intende). Vedremo quanto costeranno le case all’area ex Necchi e all’area ex Neca. Già oggi acquistare casa a Pavia è cosa per benestanti e gli affitti quasi pareggiano quelli milanesi. Non è Pavia una città per giovani e per chi ha un reddito modesto o appena superiore. E’ una città per ricchi. Non so se mi piace. E ancora una volta mi aspetto dalle pubbliche amministrazioni, a ogni livello, Comune compreso, uno sguardo nuovo e coraggioso verso queste esigenze. C’è bisogno di case ad affitto controllato, case popolari in vendita a prezzi calmierati. E questo può avvenire con scelte urbanistiche. Anche se stiamo scoprendo, leggendo La Provincia Pavese, che l’urbanistica è di per sè un bel problema.

    Ripeto, ci vogliono azioni coraggiose. Perché come spiega molto bene Piketty nel suo breve saggio, che consiglio agli amministratori pubblici del centrosinistra, molto impegnati su Pucci e poco sulla carne viva del mondo, di leggere, la diseguaglianza è una scelta. Non un destino.

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    Aumento delle tariffe dei parcheggi, una tassa che colpisce i più poveri

    Sosta, ma quanto mi costi? (immagine con Ai)

    L’aumento delle tariffe per la sosta deciso dalla giunta di Pavia è un errore. Sia chiaro: sono favorevole alla pedonalizzazione dei centri storici, alla prevalenza della mobilità ciclabile e pedonale rispetto a quella automobilistica, credo che il sistema di trasporto pubblico debba, nel futuro, sostituire il mezzo privato il più possibile. Ma, ripeto, siamo ora di fronte a un errore. Un errore grave perché è prima di tutto un errore politico. Sulle ragioni tecniche, mi affiderei all’intervento su Facebook di Davide Lazzari, che è competente (“La gestione della sosta non può partire dall’adeguamento delle tariffe”, ne è l’esordio) e che allego in fondo a questo post. E vengo al dunque.

    Ogni forma di tassazione, diretta o indiretta, oppure mascherata sotto forma di altri provvedimenti, che non sia progressiva, è una ferita alle classi socialmente ed economicamente più disagiate. Ci sono provvedimenti, persino, che giusti nel principio generale, diventano gravemente ingiusti. Per dirne uno davanti agli occhi di tutti: l’obbligo di avere auto recenti o elettriche per accedere ai centri storici delle città. Non ci vuole un economista per capire che auto recenti, e per di più elettriche, costano spesso il doppio delle altre, usate e con motori tradizionali. Quindi, di conseguenza, l’accesso al centro storico è riservato, per dirla chiara, a chi ha i soldi. Gli altri, sugli autobus. Che funzionano spesso male se non malissimo. O persino (penso a Pavia in certi orari) non ci sono.

    E quindi, aumentare il costo della sosta in città è semplicemente sfavorire i più poveri mentre i ricchi (la faccio proprio terra a terra) se ne sbattono altamente se devi spendere 2,5 euro l’ora per mettere l’auto a due passi dal ristorantino di pesce preferito. Il provvedimento di aumento delle tariffe, dunque, è politicamente sbagliato. Se volevo scelte di destra, non votavo un sindaco di centrosinistra. Da questa giunta, che ho votato e ovviamente rivoterei, mi aspettavo che facesse scelte decise e coraggiose. La prima, realizzare due parcheggi multipiano: il primo in area ex Cattaneo, il secondo (come era stato in passato saggiamente previsto) in via Oberdan. E poi che diminuisse il costo del biglietto dell’autobus: che andare in centro in auto, in due persone, posteggiare a pagamento, costa meno che prendere il mezzo pubblico. In questa confusione generale della giunta sulla viabilità, la vicenda di via Bricchetti è altrettanto significativa. Eliminare la sosta selvaggia, pericolosa per ciclisti e pedoni, è stata ovviamente una scelta giusta. Ma farlo senza prima recuperare un’area di sosta alternativa è di fatto una cattiveria nei confronti dei pendolari che già vivono una vita difficile e qualcuno riesce a complicargliela.

    Io credo, ma posso certamente sbagliare, che le scelte di una giunta di centrosinistra debbano prima privilegiare la fasce di popolazione economicamente disagiate e poi, solo dopo, provvedere a migliorare la condizioni dell’ambiente. L’ambientalismo, spiace dirlo, è roba per ricchi. Se è fatto così, alla carlona. Chi fa politica nella sinistra, dovrebbe spesso tenerne conto.

    L’intervento di Davide Lazzari (che condivido)

    “La gestione della sosta non può partire dall’adeguamento delle tariffe.

    Il primo passo deve essere la verifica dell’indice di rotazione dei parcheggi, da correlare non al numero di sanzioni, ma al numero di letture dei tagliandi effettuate quotidianamente dagli ausiliari. È questo il dato che misura l’effettivo utilizzo dello spazio pubblico.

    In secondo luogo, è necessaria un’analisi puntuale dell’utenza: chi utilizza quella sosta, in quali orari, con quali esigenze e per quali destinazioni. Un monitoraggio reale dei comportamenti è indispensabile per qualsiasi scelta regolatoria efficace.

    Successivamente occorre regolamentare le diverse zone, individuando aree “ombra” e ambiti critici, introducendo modelli regolatori differenziati in grado di orientare i comportamenti e riequilibrare la domanda.

    ripensare la sosta come leva per rendere più attrattivo il trasporto pubblico locale, lavorando su integrazione, accessibilità e convenienza.

    Parallelamente va costruito un piano di investimenti per parcheggi in struttura, indispensabile per togliere pressione alla sosta su strada e liberare spazio urbano.

    Solo in ultima istanza si può intervenire sulle tariffe.

    In questo modo la sosta diventa uno strumento di governo della mobilità, non una mera leva fiscale.”

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    La gente che muore e chi non paga le tasse. Manette sì, ma agli evasori finalmente

    Immagine realizzata con l’Ai

    Bisognerebbe leggere questo articolo fino in fondo, abbiate pazienza

    Nel 1982, con la legge 516, si parlò di “manette agli evasori”. Insomma, di fronte a un’evasione fiscale, anzi, un’elusione fiscale di proporzioni ormai gigantesche, a qualcuno venne in mente che forse forse tra chi rubava una mela al supermercato e chi non pagava le tasse, a provocare il danno maggiore era il secondo. Il fatto è di assoluta evidenza se si accende il cervello: il pagamento delle tasse, che siano poche, tante o eccessive, persino ingiuste, è collegato alla necessità di risorse finanziarie con le quali si realizzano i servizi pubblici. Poi, sull’uso dei tributi, si può ulteriormente dibattere, ma resta un fatto indiscutibile. Ora, di fronte alla stretta securitaria dell’attuale governo su reati certamente gravi, ma molto meno dell’evasione fiscale, bisognerebbe ragionare. Ossia, molto brevemente, domandiamoci: siamo certi che il reato immediato, visibile, tangibile, accanto a noi, sia più grave di un reato che “non vediamo”? Insomma, un gruppo di delinquenti picchia un agente di polizia. Grave? Certo. Un commerciante non rilascia lo scontrino? Grave? Secondo me di più. Un gruppo di giovani occupa un terreno privato per un rave? Grave? Certamente, la proprietà privata è difesa dalla Costituzione. Un’azienda fa del “nero”? Grave? Sicuramente, più del terreno occupato.

    Perché la questione è un po’ sempre la stessa. Ciò che è vicino a noi ci tocca di più. Se qualcuno ruba in casa mia, all’improvviso il problema sicurezza è quello che andrà risolto immediatamente. E non serve a niente spiegare, magari, che nel mio quartiere i furti sono diminiuti del cinquanta per cento. Hanno rubato la mia roba, e vaff*** alle statistiche. E così, il commerciante, l’idraulico, l’azienda, l’artigiano, etc etc che frodano il fisco, sembra non abbiano effetto sulla nostra vita quotidiana. Anzi, se paghiamo in nero spendiamo di meno. E vaff*** la ricevuta fiscale se posso risparmiare.

    L’altro giorno Il Sole 24 Ore ha riportato la situazione dell’evasione fiscale secondo l’Agenzia delle Entrate: “Guardia alta, anzi altissima sull’evasione totale. I numeri diffusi dal direttore dell’agenzia delle Entrate, Vincenzo Carbone, durante Telefisco 2026 parlano chiaro: oltre 200mila evasori totali scoperti nel 2025. Di questi il 57% (circa 116mila) non aveva proprio presentato la dichiarazione nonostante avesse l’obbligo di farlo. Mentre il restante 43% (86mila soggetti) erano del tutto sconosciuti al fisco, in pratica svolgevano la loro attività completamente in nero. Numeri che mostrano in tutta la gravità il problema degli italiani con il fisco, in cui permangono ancora troppe sacche di evasione e di elusione.”

    Alcuni dati, sempre dell’Agenzia delle Entrate:

    Secondo la “Relazione sull’economia non osservata” più recente (pubblicata a fine 2025), il valore totale dell’evasione in Italia (il cosiddetto Tax Gap) è stimato tra i 98 e i 102 miliardi di euro.

    Ecco come si compone e quali sono i trend principali:

    • Composizione del “nero”: Circa l’84% del gap è dovuto a omessa o infedele dichiarazione (come i casi citati nel tuo screenshot), mentre il restante 16% riguarda omessi versamenti (tasse dichiarate ma non pagate).
    • Le imposte più evase: L’IVA resta la voce principale, sebbene in calo negli ultimi anni grazie alla fatturazione elettronica. Segue l’IRPEF (soprattutto da lavoro autonomo e d’impresa), con una propensione all’evasione che in alcuni settori supera ancora il 60%.
    • Recupero record: Nel 2024, l’Agenzia delle Entrate ha registrato un risultato storico, recuperando oltre 33,4 miliardi di euro (circa 2 miliardi in più rispetto all’anno precedente).

    E qui arriviamo alla sintesi. Nei giorni scorsi, a Bari, Maristella, una giovane malata di tumore doveva prenotare un esame diagnostico in tempi rapidi, perché i sintomi si erano ripresentati violenti dopo le cure che parevano aver avuto un certo effetto. I tempi indicati dal medico erano di urgenza, dieci giorni. Il primo posto libero, con il servizio pubblico era a novembre. Certo, sarà anche a causa della vergognosa gestione delle liste di attesa, ma altrettanto pesa la mancanza di risorse per il Policlinico di Bari. Scrive il Corriere della Sera: “Le macchine a cui il neuroradiologo fa riferimento sono tac e risonanze. In tutto il Policlinico di risonanze attive ce ne sono solo due, una nella struttura di Neuroradiologia e l’altra che sarà presto sostituita con la nuova finanziata dal Pnrr in Radiologia: «Quando un macchinario va fermato non viene sostituito, ma soppresso. In Neuroradiologia siamo passati da tre risonanze a una e da due tac a una. Abbiamo gli infermieri ridotti all’osso, ma ci dobbiamo occupare anche degli esami radiologici del pronto soccorso. Tra pazienti che arrivano dall’esterno e quelli del pronto soccorso arriviamo a fare anche 100 esami in 24 ore». Il risultato è il caso di Maristella”.

    A voi piace così?

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    Minneapolis, la tragedia del Congo e qualche pensiero su come siamo fatti

    La notizia data dal sito internet della Bbc

    Un amico, l’altra sera, mi ha posto una domanda che sintetizzo così: perché ci stracciamo le vesti per due morti a Minneapolis quando il mondo, purtroppo, ci “offre” tragedie ben peggiori? Il riferimento era, come è subito chiaro, alle pagine dei giornali, ai servizi giornalistici televisivi, ai siti internet e ai social, che ogni ora dedicano spazio alle violenze dell’Ice e si sono dimenticati della tragedia del Congo, dove oltre 200 minatori sono morti per il crollo di una miniera. “La notizia – spiegavano le agenzie – viene da Lubumba Kambere Muyisa, portavoce del governatore della provincia in cui si trova la miniera. Il crollo sarebbe avvenuto mercoledì, ma fino a poche ore fa il bilancio delle vittime non era chiaro. Rubaya produce circa il 15% del coltan mondiale, che viene trasformato in tantalio, metallo resistente al calore molto richiesto dai produttori di telefoni cellulari, computer, componenti aerospaziali e turbine a gas.  Il sito, dove la gente del posto scava manualmente per pochi dollari al giorno, è sotto il controllo del gruppo ribelle M23 dal 2024″. 

    Dunque, morti di serie A e morti di serie B? Beh, è vero. Avviene così. Posso citare un esempio significativo: quasi soltanto il quotidiano Avvenire, con grande merito, si occupa della tragedia umanitaria del Sudan. Scrive Amnesty International: ” Con più di 15 milioni di persone costrette ad abbandonare le proprie case, il Sudan rappresenta attualmente la più grave crisi di sfollamento al mondo. Più di 30 milioni di persone hanno bisogno di aiuti umanitari e oltre 26 milioni sono in stato di grave insicurezza alimentare. Secondo le Nazioni Unite, dal 2023 le vittime sarebbero almeno 150.000“.

    Quindi, peggio di Gaza, peggio della guerra in Ucraina. E invece, la tragedia del Sudan spesso non viene neppure seguita da molti organi di informazione. Le ragioni? Tantissime, difficile spiegarle tutte. Una molto evidente, è che i fatti vicini a noi, geograficamente e politicamente, ci interessano di più. Il crollo a Niscemi è nulla rispetto ad altre vicende, eppure ci fa un grande effetto, anche perché è significativo della storia di mal governo del nostro Paese. E poi, ci sono altre ragioni. Ciò che accade a Minneapolis, politicamente e storicamente, ha pochi precedenti nei Paesi occidentali. Fa effetto, ci fa pensare che potrebbe capitare proprio a noi. E, molto cinicamente, non riusciamo a immaginare che una crisi come quella del Sudan possa verificarsi in Lombardia. Siamo fatti così, probabilmente fatti male, e gli organi di informazioni riflettono ciò che siamo. Cambiamo noi, cambierà l’informazione.

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    Francesi malefici, adesso mettete lo zucchero nel vino. Lo faremo anche noi?

    Vino “allo zucchero” nelle cantine francesi

    E i francesi ci rispettano / Che le palle ancora gli girano / E tu mi fai, “Dobbiamo andare al cine” / Vai al cine, vacci tu

    A dire la verità, questa volta le palle ce le fanno girare i francesi. I quali, dopo aver dato lezioni sul vino a destra e a manca, per primi fanno qualcosa che mai avremmo immaginato: zuccherare il vino. Anche quello pregiato. Certo, si tratta di zucchero d’uva, estratto dal mosto del vigneto che ha prodotto il vino stesso (non zucchero per alzare la gradazione), ma da qualsiasi parte la guardi questa vicenda, lascia pensare. Anche perché la decisione francese nasce da una scelta di mercato: modificare il sapore del vino per venire incontro ai gusti dei giovani, che amano il dolce. Una bestemmia, potremmo dire. Ma come sempre, business is business, alla faccia della coerenza. Succederà anche in Italia? Anche i vini oltrepadani saranno “corretti” allo zucchero d’uva? Scrive Il Sole 24 Ore: “Quella appena introdotta in Francia e non per i vini generici, ma per quelli Aoc (l’equivalente delle nostre Doc e Docg) rappresenta una vera e propria rivoluzione soprattutto perché viene adottata da un Paese che si è sempre professato difensore dell’integrità e della tradizione del prodotto vino”.

    E si aggiunge: “Nel caso invece della novità appena introdotta oltralpe (anch’essa esclusa in Italia) l’aggiunta può avvenire fino a ottenere nei vini un residuo zuccherino massimo di 9 grammi litro e deve avvenire a fermentazione conclusa. Per questo viene anche fissata una data: le operazioni non possono avvenire prima dell’1 novembre di ogni anno. Così l’aggiunta di zucchero post fermentazione permette di arrotondare le spigolosità di tannini e acidità senza per questo dover spostare il prodotto (sia rosso che rosato che bianco) all’interno delle categorie dei vini dolci.”

  • Città e Paesi,  cronaca,  Economia,  informatica,  intelligenza artificiale,  Pavia,  tecnologia

    I data center così tecnologici che spengono le luci nei nostri paesi (o lo faranno)

    I data center possono provocare black out elettrici? La domanda, come racconta bene Giovanni Scarpa nel suo articolo su La Provincia Pavese, se la pone il comitato CivicaMente Uniti di Vellezzo Bellini, proprio a fronte di una serie di interruzioni della fornitura elettrica nella zona non dovute o non collegate direttamente al maltempo. La questione è interessante. Negli Stati Uniti, ma anche in altri Paesi europei, il proliferare di questi data center, la maggior parte dei quali impegnati a fornire energia all’attività dell’intelligenza artificiale, ha provocato due effetti: l’aumento delle tariffe e, appunto, interruzioni della fornitura. A sostenerlo, ad esempio, è un rapporto 2025 della North American Electric Reliability Corporation (NERC), l’organismo regolatore del settore elettrico, secondo il quale “il boom dei servizi di AI potrebbe mettere in seria difficoltà la rete elettrica statunitense e canadese già a partire dal prossimo anno“. Inoltre, spiega il sito HDBlog, “le prime avvisaglie di questi problemi potrebbero manifestarsi nel Midwest degli Stati Uniti, ma secondo la NERC quasi tutte le regioni del Nord America potrebbero sperimentare interruzioni significative della fornitura elettrica nel corso del prossimo decennio. Il rischio di blackout risulterà particolarmente elevato durante i periodi di picco della domanda energetica”.

    In sintesi. Il problema principale evidenziato dalla NERC risiede nella natura della domanda energetica dei data center:

    Vulnerabilità in Condizioni Estreme: Sebbene le risorse siano spesso adeguate in condizioni normali, eventi come ondate di gelo prolungate o tempeste invernali (ad esempio, il vortice polare) possono mettere a dura prova la rete, aumentando il rischio di carenze energetiche e interruzioni. 

    Domanda Costante: I data center richiedono un’alimentazione 24 ore su 24, 7 giorni su 7, esercitando una pressione continua sulla rete.

    Aumento Rapido della Domanda: La domanda di elettricità sta crescendo a un ritmo che supera la capacità di adeguamento delle infrastrutture di alimentazione, creando uno squilibrio tra domanda e offerta, in particolare in aree con un’alta concentrazione di data center.

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    Viale Gorizia, le buche e l’asfalto sulle strade provinciali tra esempi e qualche ricordo

    Magari sono fuori tempo massimo, ma le parole della vice sindaca Alice Moggi dello scorso fine dicembre sulle condizioni dell’asfalto di viale Gorizia (“Viale Gorizia? La scorsa amministrazione aveva steso un solo strato di asfalto») mi hanno fatto venire in mente qualche riflessione e un paio di confronti che condivido sperando che abbiano un minimo di interesse. La prima riflessione è generale: non sta bene comportarsi come la Meloni e il centrodestra scaricando sul passato i problemi dell’attuale amministrazione. Un po’ perché a Pavia centrodestra e centrosinistra hanno entrambi governato e viale Gorizia è sempre stato un po’ un disastro, un po’ perché si è sindaci e assessori pro tempore e nel periodo si risponde di quello che non funziona, si pensa a risolverlo e non a cercare scuse (magari persino fondate). Non sta bene, insomma. Nel mio lavoro da giornalista, se mai mi sfuggiva un accenno all’errore di un collega nel caso stessi rimediando a fatica a un problema, mi arrivava un cazziatone dal direttore. Aveva ragione il direttore: che lavorassi e non criticassi gli altri. Ciò detto, mi pare che le condizioni di viale Gorizia spingano a quale riflessione. Perché l’asfalto si rovina così tanto e così facilmente? Esiste un problema particolare in quella zona? Forse la vicinanza di tanti alberi e relative profonde radici? O l’incompetenza di chi fa e progetta i lavori? Ah, saperlo. Magari Moggi sarà in grado di dircelo.

    La seconda riflessione è sulle strade, in generale, di questa provincia. Che sono quasi sempre peggiori di quelle di altre province. Giuro: ogni volta che vado in vacanza o faccio un breve viaggio fuori dalla provincia di Pavia, trovo strade migliori. A creare problemi è il traffico pesante? Mah, tir ne viaggiano in tutto il Paese e poi una delle strade peggiori è quella che collega Pavia a San Genesio, dalla frazione Due Porte, e lì di camion se ne vedono il giusto. Per fare un esempio. Oppure, è la mancanza di fondi? Non sembrerebbe a leggere gli articoli della Provincia Pavese e i post di entusiasmo di sindaci vari nei confronti del loro presidente Giovanni Palli per gli stanziamenti destinati alle strade. E allora? Anche qui: non sarà per caso una questione di qualità del lavoro? Per dire, che le ditte di altre province sono più efficaci delle nostre? Mi viene anche da chiedermi: ma la direzione lavori di queste asfaltature non ha mai niente da contestare? Vai a saperlo, anche qui. Magari è successo, ma gli effetti i cittadini non li vedono.

    Un sospetto sulla questione della capacità di intervento mi viene pensando a due rotatorie sulla stessa direttrice, una dopo l’altra. La direttrice è la Vigentina. La prima rotatoria è quella che porta al quartiere Mirabello di Pavia: asfalto perfetto. La seconda è quella che porta a San Genesio: un percorso di guerra. E’ così da mesi e mesi, forse da anni. Chi mi risolve il mistero? Mi sovviene un ricordo. Anni Novanta, lavoravo alla redazione della Provincia Pavese di Vigevano. Mi resi conto, dopo qualche tempo, che la strada provinciale 206, che diventa poi strada provinciale 4 in Piemonte, aveva due facce: la prima, pavese, piena di buche, la seconda appunto piemontese, liscia come l’olio. La differenza era visibile proprio al confine tra Cassolnovo (Lombardia) e Cerano (Piemonte). Ne facemmo un articolo, con una foto che purtroppo sarà difficile recuperare ma che diceva tutto.

    Insomma, ho la presunzione di dire che le strade colabrodo siano un po’, ma solo un po’, colpa degli eventi e della scarsità di risorse e molto responsabilità degli uomini (leggi: amministratori e appalti conseguenti). Ho scoperto l’acqua calda? Probabile, forse non serve ma aiuta (cit. Giorgione).

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    Centinaio contro il Mercosur scende in piazza con gli agricoltori (attendiamo foto)

    Mentre da Fratelli d’Italia si plaude per le scelte della Meloni sul Mercosur -ossia l’accordo con i Paesi del Sudamerica per gli scambi commerciali, per la loro reciprocità – la Lega mastica amaro e sembra più schierata (guarda tu le strane combinazioni della politica) con Macron e la Francia, contrarie all’accordo. Dalle nostre parti, la voce stonata rispetto al governo di centrodestra è quella di Gian Marco Centinaio, senatore leghista pavese, qualche esperienza in agricoltura ovviamente da ministro ma anche perché “mia sorella ha un’azienda agricola in Oltrepo”. Il quale, in una intervista a Il Foglio, annuncia che “sarà in piazza contro il Mercosur”. Poi al sito Open, Centinaio dice: “La nostra contestazione riguarda soprattutto il principio di reciprocità, cioè la richiesta che agli agricoltori del Mercosur vengano imposte le stesse condizioni e le stesse limitazioni previste per quelli europei. È evidente che le pratiche agricole nei Paesi del Mercosur sono profondamente diverse da quelle europee. E poi, altro tema: quando le aziende di trasformazione scelglieranno carne che arriva dal Brasile o dall’Argentina, grano che arriva dall’altra parte del mondo, frutta e verdura importate perché costano meno, le aziende locali finiranno per chiudere”.

    Oggi dunque Centinaio in piazza con i trattori. Attendiamo foto.

  • cronaca,  Economia,  famiglia,  Pavia,  Politica

    I saldi a Pavia, i conti in tasca al ceto medio e le chiacchiere del governo che sono a zero

    I dati pubblicati oggi dalla Provincia Pavese mostrano (confermando che l’ottimismo dei mesi scorsi era mal fondato) come l’export pavese abbia subito un crollo del 7,7 per cento rispetto al 2024. I segnali che le cose vanno male, qui da noi e in tutto il Paese, lo dicono i numeri, come sempre, alla faccia della propaganda, perché di questo si tratta, dell’attuale governo (ma, nel passato, i governi di centrosinistra e berlusconiani non si erano comportati diversamente). I poveri sono poveri come prima, la classe media è più povera, i ricchi sono più ricchi. E così fai la coda per andare a sciare dove una giornata media a una famiglia costa tra i 300 e i 400 euro (elaborazione dall’intelligenza artificiale Gemini), magari devi spintonare per un capo di Armani, ma i negozi in periodo di saldi sono mezzi vuoti. Le famiglie, quelle “vere”, si fanno i conti in tasca e sono sicuro che tra qualche settimana tutti i commercianti pavesi si lamenteranno. Anche perché chi non ha soldi alla fine si affida ai “cinesi”: un paio di jeans, non di marca, costano un’ottantina di euro in centro a Pavia, in qualche store fuori città con venti euro li porti a casa. Ma queste sono chiacchiere del sottoscritto, che valgono qualche che valgono. Io mi appassiono ai numeri. Eccoli, da uno studio presentato dalla Cisl e da un articolo de Il Sole 24 Ore.

    La ricchezza delle famiglie sotto i livelli del 2012

    La ricchezza delle famiglie italiane negli ultimi 13 anni è cresciuta meno della media dell’area euro e ha perso il confronto con quella di tedeschi e francesi. I dati emergono dall’analisi della Fondazione Fiba di First Cisl sui dati forniti dalla Bce sulla ricchezza distribuita. Dal dicembre 2012 al giugno 2025 l’incremento della ricchezza in Italia è stato di circa il 20,6%, contro il 45,1% della Francia e il 108,2% della Germania, mentre la media dell’area euro si è attestata al 66,2 per cento. Considerando che nel periodo sotto la lente l’indice di rivalutazione monetaria è stato pari a 1,22, le famiglie italiane hanno perso circa il 2% di ricchezza in termini reali rispetto al 2012. La ricchezza netta delle famiglie italiane è pari nel 2025 a 10.991,5 miliardi di euro e rappresenta il 16,6% di quella dell’area euro, in discesa dal 22,9% del 2012. L’indebitamento delle famiglie italiane, invece, è pari a circa il 10,1% dell’area euro (792,3 miliardi su 7.825,5), ed è cresciuto nel periodo in esame del 13,3%, contro il 27,9% dell’area euro, il 39,5% della Germania e il 52,6% della Francia. La ricchezza per famiglia a fine 2012, pari a circa 375,6 mila euro, era più alta di quella delle famiglie francesi e tedesche (rispettivamente 325,1 e 228,5 mila euro), mentre a metà 2025 risulta inferiore (438,7 mila euro contro 442,2 mila dei francesi e 461,6 mila dei tedeschi). La società italiana «si va polarizzando: sulla base dei dati a metà 2025, il 50% della popolazione possiede appena il 7,4% della ricchezza, il 60% si ferma al 12%, mentre il 10% più ricco controlla il 59,9%. E il 5% più ricco detiene oltre il 49,4% della ricchezza totale. (fonte: Il Sole 24 Ore)