Cinema,  fotografia,  Pavia,  viabilità

Autobus, autisti incoscienti, cinema e spugnette per lavare i piatti. Tutto in una sera

Quasi a sorpresa l’autobus arriva in orario. Più o meno. Sono le 20 e 40 minuti quando saliamo sul “4” che deve riportaci a casa, quindi tre minuti di ritardo. Ci mancherebbe che me ne dolga, quello seguente sarebbe stato alle 21 e 42, meno male che non è saltata la corsa. A volte capita e devi prendere il taxi. Già, perché se abiti al Vallone, quartiere preferito dalle varie amministrazioni comunali che si sono alternate alla guida di Palazzo Mezzabarba, hai solo queste due possibilità per tornartene a casetta. Quanta gente abita da queste parti? Diecimila persone, o qualcosa di più. Per tutte loro, dopo le otto di sera, due corse e pedalare. Nel senso, che è meglio prendere la bicicletta, sempre che sopravvivi alle piste ciclabili di Pavia e alla viabilità che considera i ciclisti e i pedoni fastidiosi intoppi. Poi uno si chiede perché si muovono tutti in macchina. E alla fine, vedi come vanno le cose anche a sinistra, invece di mettere gli autobus gratis (come fecero a Genova, mi pare, e qualcosa di gratuito è rimasto) e raddoppiare il costo della sosta, pensano a fare parcheggi. O provano a pensarci. A farli è tutta un’altra storia. In Lussemburgo non paghi niente, ma quelli sono ricchi con i nostri soldi dell’evasione fiscale, quindi è tutta un’altra storia. Ma divago. L’autobus arriva, saliamo, e l’autista deve essere a fine turno. Ossia ne ha le scatole piene, corre come se lo inseguissero. A una curva prima della nostra fermata, manco tocca il freno e mia moglie cade. Livido sul fianco il giorno dopo, niente di grave. Ma accidenti, e andare un po’ più piano? E comunque, se scegli il cinema in centro, sincronizzati con Autoguidovie sennò prendi l’auto (come fanno tutti: sul bus eravamo in cinque, tre studenti e due pensionati, noi). Due corse per il quartiere più popoloso della città in una sera (poi c’è la linea notturna, ma le ragazze, a quell’ora, si fidano poi a raggiungere casa a piedi da sole? No, prendono l’auto).

Dicevo del cinema. Ma prima alla Feltrinelli. Il bello di non lavorare più è che alle 17 e 30 puoi andartene a fare un giro in centro. Quindi libri. Anzi, prima il supermercatino di fronte alla libreria. Cerco delle spugnette per lavare i piatti. Compito che ho avuto dal giorno della pensione. Far da mangiare? No, preferiscono solo il mio ruolo da lavapiatti, al massimo taglio le verdure, cuocio due uova, affetto il pane, faccio l’insalata. Il resto pare non sia alla mia portata. O sono io che sono un pelandrone? Ah, capirlo. E quindi, cerco la spugnette nuova. Il supermercato le ha finite. Ma che ci fanno in centro con la spugnette che lo scaffale è desolatamente vuoto? Vabbè, delusione a parte, alla Feltrinelli trovo il libro che avevo cercato a Natale e non avevo trovato: “Scatta come Wes”. Che sarebbe un libro di tecnica fotografica (con tutta la mia supponenza, direi di non averne bisogno), ma quello che mi interessa è il racconto sulle tecniche di ripresa di Wes Anderson, uno dei miei registi preferiti. Sono contento. Un po’ meno quando la commessa, con aria seccata, contesta il fatto che non abbia dietro la tessera della Feltrinelli. Me lo dice come se avessi commesso un reato. Accetta di controllare partendo dalla mia mail, sbuffa. Un po’ meno quando vede che abbiamo speso 80 euro. Diventa più gentile. Business is business e va bene così. Ma divago, ancora.

Il film è No Other Choice di Park Chan-wook, una bella commedia dark anti-capitalista. Abbastanza convincente. Il cinema Politeama, ancora una volta, è pieno. Per essere la proiezione delle 18 è, come si usa dire, tanta roba. Certo, età media altina, ma ci sono anche tantissimi giovani. Fa bene al cuore. Una delle cose che a Pavia funzionano. E che mi piacciono. Un po’ meno apprezzo il signore che a metà proiezione lascia suonare per mezzo minuto, a volume altissimo, il cellulare. Deve essere lo stesso del film dell’altra volta, sostengo. Paola dice di no, dice che era un’altra suoneria. I rumori non mancano. A poche poltroncine da noi c’è un altro signore: da lui proviene, per tutte le due ore della proiezione, uno strano suono gracchiante, che si ripete regolarmente ogni cinque minuti, occhio e croce. Fastidioso, se qualcuno ha capito da cosa provenisse me lo faccia sapere che sono curioso.

Ah, ho trovato le spugnette. Dopo il supermercatino di fronte alla Feltrinelli, sono andato al mercato ipogeo. Ce le avevano: tre per 0,99 euro. Mia moglie paga con 99 centesimi, la commessa alla cassa dice: “Manca un centesimo”. Ma c’è scritto 0,99 euro? “Sì, ma arrotondiamo”. E vabbè, si cerca il centesimo, ma lei ci ferma: “Va bene così”. Domanda: perché diavolo si scrive 0,99 euro se poi ti chiedono di pagare 1 euro? Il motivo pubblicitario lo capisco, ma è un piccolo, quasi innocente raggiro del consumatore. Comunque, la commessa sorride e di questi tempi un sorriso vale sicuramente quel centesimo in più.