23 buone ragioni per votare No al referendum sulla giustizia: ragione n° 13

Tra i temi che sostengono l’isterica e fraudolenta campagna elettorale per il Sì (basti l’ultima uscita della presidente del Consiglio ([se vince il no] “ci ritroveremo correnti ancora più potenti, magistrati ancora più negligenti che fanno carriera, decisioni ancora più surreali sulla pelle dei cittadini, che incideranno sulla vostra vita ogni giorno. Immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori rimessi in libertà che mettono a repentaglio la vostra sicurezza”), ce n’è uno che dovrebbe riguardare direttamente tutti noi. Ossia, che se si separano le carriere, diminuiranno gli errori giudiziari. Ora, a parte il fatto che concretamente già ora le carriere sono separate, la cosa non è vera. Lo sostiene, s’intende direttamente, un bel volume che ho iniziato a leggere proprio ora.

Si intitola “L’errore invisibile. Dalle indagini alla sentenza”, scritto dall’avvocato Antonio Forza (cassazionista, studioso di dinamiche psicologiche nel processo penale, insegna nel Master in Psicopatologia e Neuropsicologia Forense presso l’Università degli Studi di Padova) e dal professor Rino Rumiati, docente di Psicologia generale, ha insegnato Psicologia del giudizio e della decisione nell’Università degli Studi di Padova, nella Scuola Galileiana di Studi Superiori della stessa Università e nell’Università LUISS «Guido Carli». Ora, i due esperti, pur sottolineando che una separazione delle carriere (ovviamente, non la ciofeca proposta dal centrodestra) potrebbe aiutare la terzietà del giudizio, scrivono: “Siamo, infatti, profondamente convinti, e molti studi internazionali lo confermano, che l’errore affondi le proprie radici nelle prime attività d’investigazione che, nel nostro ordinamento, ha assunto la definizione tecnica di fase delle indagini preliminari [Findley e Scott 2006; Godsey 2017; Gulotta 2018; Tondi 2021].”
Ovvero, è la tesi sostenuta nella parte del volume che ho letto fino ad ora, ciò che davvero provoca l’errore giudiziario sono una serie di circostanze, anche di spessore giuridico, che escludono le indagini e la raccolta delle fonti di prova (che così si diventano subito prove) dal contraddittorio indispensabile, appunto, per la formazione della prova (che, ricordo, nel nostro ordinamento giudiziario si forma solo nel dibattimento o, comunque, in fasi dove il contraddittorio tra le parte è garantito (es: l’incidente probatatorio). Spero di non essere troppo tecnico ma, dicono ancora i due autori: “I rilievi e gli accertamenti tecnici non sempre ripetibili, come abbiamo detto, sfuggono alle categorie concettuali elaborate dal legislatore del codice del 1988 e finiscono per proiettare nel dibattimento, lo si ripete, prove precostituite sottratte al contraddittorio. Il più delle volte il difensore, successivamente nominato dall’indagato, non è messo nella condizione di esercitare un controllo né di contro-bilanciare le prime acquisizioni con le investigazioni difensive.”
Insomma, il problema degli errori giudiziari non sta tanto nella “vicinanza” tra pm e giudici, quanto nella serie di errori e di mancanze che avvengono nella fase di indagine. Se proprio si volesse riformare la giustizia perché fosse più “giusta” bisognerebbe partire da qui. Ma si preferisce il controllo della magistratura, alla faccia della giustizia “giusta”.