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23 buone ragioni per votare No al referendum sulla giustizia: ragione n° 5

L’articolo de Il Fatto Quotidiano Una delle ottime ragioni per votare No, e qui siamo arrivati alla quinta buona ragione (chissà che tutta questa mia fatica convinca almeno una persona a cambiare voto a favore del No, sarebbe un bel risultato), è che il voto del 23 marzo per il No serve anche a frenare una tendenza che riguarda la destra come la sinistra: l’insofferenza per i magistrati. La questione della separazione delle carriere è solo l’inizio di un percorso – questa volta intrapreso dal governo Meloni ma che non mi avrebbe stupito da un governo Renzi o un governo D’Alema, per dire – per limitare, appunto, il potere di chi indaga. Certo, questo referendum, in una prima analisi, non sembra muoversi in questa direzione. Ma se poi, come sembra probabile, la composizione dell’Alta Corte sarà decisa solo dalla maggioranza parlamentare, senza spazio per le opposizioni, il controllo sulla magistratura (il potere disciplinare nel caso) sarà più forte. Ma, ancora, siamo alle prime battute. Il governo di centrodestra, no di destra scusate, potenzia il controllo sul dissenso (pensiamo al tentativo di quel curioso personaggio che è Salvini di caricare la responsabilità civilistica dei danni delle manifestazioni politiche e sindacali sugli organizzatori…), vorrebbe togliere il controllo della polizia giudiziaria ai Pm, e cerca di indebolire la capacità di indagine delle procure. Pensiamo al decreto sulle intercettazioni, ma anche ai reconditi desideri, voci dal sen sfuggite. Pubblico qui un articolo de Il Fatto Quotidiano dove un altro inconsueto personaggio governativo, il ministro Nordio, garantisce che indebolirà l’arresto preventivo. Che non si capisce cosa sia, ma intende dire che, per esempio, alcuni reati non prevederanno l’arresto. Vuoi scommettere che saranno reati collegati alla pubblica amministrazione?.
Ragionate e votate No, grazie. -
23 buone ragioni per votare No al referendum sulla giustizia: ragione n° 4

Beh, tra le tante sciocchezze che ho sentito in questi mesi dai sostenitori del Sì, questa è una delle più maldestre. Infatti, uno degli slogan più efficaci del Sì è che l’attuale sistema risale al fascismo. Peccato sia una bufala colossale: l’unità delle carriere è stata introdotta nello Stato liberale nel 1890, ben prima del fascismo, e la Costituzione repubblicana e antifascista l’ha fatta propria . Insomma, votando Sì non si abbatte una legge di Mussolini, ma si modifica un impianto voluto dai padri costituenti. Una svista storica non da poco. Ma che la dice lunga sulla mancanza di buone ragioni da parte di chi vuole, sbagliando, cambiare la Costituzione.
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23 buone ragioni per votare No al referendum sulla giustizia: ragione n° 3
E’ chiaro, credo, che in questa serie di “buone ragioni” per il No, non ci sia da parte mia l’intenzione di infilarmi in discussioni tecniche sul quesito referendario. Altri, molti altri, troppi altri, lo hanno già fatto. Chi ancora è in grado di leggere, si informi sui giornali. Ora, però, vengo alla terza ragione. Al di là delle questioni tecniche, appunto, non c’è dubbio che la modifica della composizione del Csm rafforzi la presenza della politica e indebolisca la presenza della magistratura. Non fosse altro perché aumentano i membri laici, perché se li sceglie la maggioranza di governo senza la minoranza (molto, molto probabilmente: poi vedremo nel concreto se dovesse vincere il Sì), perché i magistrati si sorteggiano come se fossero tutti uguali mentre i rappresentati della politica si scelgono. Ora, siamo davvero sicuri di voler spostare la bilancia verso la politica, di qualsiasi colore sia?

La risposta è in questo post della parlamentare europea Anna Cisint, di Fratelli d’Italia. E’ un post con una foto falsa e una affermazione falsa. Ecco, immaginatevi questo personaggio che ha influenza nella scelta dei componenti del Csm e vi verrà facile capire la terza buona ragione.
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23 buone ragioni per votare No al referendum sulla giustizia: ragione n° 2
Il complotto di Musk a favore del Sì
Per la seconda buona ragione (la mia personalissima buona ragione) per votare No al referendum sulla giustizia (o meglio, sul Csm) del prossimo 23 marzo, ho scelto l’intelligenza artificiale. E’ ho scoperto, diciamo così per scherzarci sopra, che c’è un complotto Maga nei confronti del No, a favore del Sì. Infatti, ho posto a quattro intelligenze artificiali la seguente domanda: se tu fossi un essere umano e non una intelligenza artificiale, al referendum voteresti Sì oppure No?
in modo differente, nei toni ma non nei contenuti, sia Gemini Pro, sia DeepSeek, sia Perplexity hanno risposto che come intelligenze artificiali non potevano prendere posizione, ma solo dare dei suggerimenti. E infatti, ecco le tre risposte.
Screenshot 
Screenshot 
Screenshot Ma se lo poni la stessa domanda a Grok, ossia l’intelligenza artificiale sviluppata da X e quindi di proprietà di Elon Musk, la risposta è che voterà Sì al referendum.

Lo screenshot della risposta di Grok Ecco, lo sapevo, c’è un complotto. Una ragione in più per votare No.
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23 buone ragioni per votare No al referendum sulla giustizia: ragione n° 1

Il senso dell’umorismo dell’Ai (su mio suggerimento) La scelta irrazionale.
So che vale quello che vale, ma insomma, alla sola idea che la sconfitta del “Sì” possa far incazzare il centrodestra e in particolare personaggi come Salvini, Meloni, Fazzolari, Tajani &C., mi viene voglia di votare due volte. Sì e ancora Sì. D’accordo, sarebbe un voto non esattamente fondato sull’analisi della questione referendaria. Ma è questa prima ragione per votare Sì che viene in aiuto a tutti quelli che si stanno chiedendo per quale accidente di ragione dobbiamo separare le carriere dei magistrati, creare un nuovo organismo disciplinare, insomma fare in modo da poter limitare l’indipendenza della magistratura chissà con quali obiettivi. Oh, direi a queste persone, che ci sono una lunga serie piduistica di ragioni, ma appunto, sarebbe una gran fatica convincerle ad ascoltarle. E allora fate come i tifosi sfegatati, quelli che mica ragionano se c’era rigore o meno, ma gridano all’arbitro cornuto perché danneggia la loro squadra. Anche se quel rigore dato c’era davvero, ma che importa, noi volevamo vincere. Ecco, il primo approccio che consiglio è di ragionare a pelle: guardate le storia di chi vi suggerisce di votare Sì, guardate le loro facce, guardate il loro passato. Pensate che sono gente di destra e fatevi una domanda: vi rappresentano per davvero? Se anche avete un piccolissimo dubbio, votate No, che li farete incazzare. E poi sai che soddisfazione, la mattina dopo, ascoltarli in tv, leggere le loro parole sui giornali. Insomma, a farla breve: votate No perché sarà come tirargli una torta in faccia. Magari poi non serve a niente, ma sai che goduria.
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Proposta: 2 miliardi di chitarre invece si spararsi uno contro l’altro.

“Mettete dei fiori nei vostri cannoni” cantavano I Giganti nel 1967 riprendendo un motto pacifista degli Usa. E vorremmo dire, oggi, di mettere qualche strumento musicale nei troppi cannoni che ci sono in giro per il mondo. L’idea, di vago sentore populista-pacifista, mi è venuta in mente leggendo un articolo de Il Sole 24 Ore che confermava una crescita dell’1,5% del mercato degli strumenti musicali che si assesta, in Italia, al valore di 350 milioni di euro. Sebbene non venga diffuso un numero esatto di “pezzi” totali venduti (a causa della disparità tra accessori economici e strumenti di lusso), i dati dell’Osservatorio Dismamusica evidenziano quanto segue:
Segmenti Leader: La domanda è stata trainata principalmente dalle chitarre (acustiche ed elettriche) e dai pianoforti digitali, seguiti dal comparto dell’audio professionale per i creatori di contenuti.
Trend di Crescita: Il settore ha registrato un incremento del +1,5% rispetto al 2024.
Canali di Vendita: I negozi fisici specializzati rimangono il canale prevalente per il fatturato, mentre l’e-commerce domina il volume di unità per gli strumenti “entry-level” e gli accessori.
Insomma, mettete una chitarra nei vostri cannoni. E se è vero che al mondo, ogni anno, si spendono oltre 2mila miliardi di dollari in armi, allora con quella cifra si potrebbero acquistare occhio e croce quasi 2 miliardi di ottime chitarre.
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Incarico in Comune, quattro giorni per partecipare sono proprio pochini

Ci lamentiamo, spesso, della lentezza della pubblica amministrazione. E invece, la realtà è ben diversa. Guardate, ad esempio, il Comune di Pavia. Si accorge, il 10 febbraio (immaginiamo quel giorno, o quanto prima?) che gli serve un collaboratore/trice per il Progetto Penelope. Esattamente “un incarico per il supporto agli interventi di monitoraggio, valutazione e rendicontazione nell’ambito del Programma regionale 2024-2025 per il sostegno dei servizi e delle azioni per la prevenzione e il contrasto del fenomeno della violenza nei confronti delle donne”. Il giorno stesso fa il bando, che prevede a pubblicare (sul sito) solo nel formato con firma elettronica e non nel normale pdf in modo che chiunque non sia in grado di utilizzare lo strumento adatto si arrenda (ma sull’albo pretorio si trova anche il formato leggibile come normale pdf se volete partecipare), e dà un larghissimo range temporale per partecipare: 4 giorni. Insomma, poiché nessuno, ovviamente (ne siamo certissimi), sapeva in anticipo di questo bando, c’è da sperare che la pubblicazione sul sito del Comune (avvenuta lo stesso giorno) abbia avuto un po’ di pubblicità. Perché 4 giorni, suvvia, sono proprio pochini. Noi, fedeli al Mezzabarba, collaboriamo e informiamo la popolazione. Nel nostro piccolo, s’intende.
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Boerchio, case per i ricchi e la scelta sulla diseguaglianza (cit. Piketty)

Immagine, come sempre, creata con l’Ai Unire i puntini, a volte, lascia in bocca il sapore della retorica persino populista e quindi bisogna fare attenzione. Ma ogni giorno, sfogliando i giornali e trovando conferma dalle ricerche scientifiche (cito l’ultimo libro che ho letto: “Natura, cultura e disuguaglianze. Una prospettiva comparativa e storica” di Thomas Piketty che conferma che la diseguaglianza è una scelta politica e non un destino antropologico), penso che questo mondo a due velocità mi fa sempre più impressione. Due velocità nella giustizia, nell’economia, nei diritti, nelle scelte politiche, nella possibilità di essere cittadino e uomo/donna libero effettivamente. E allora, uno dei temi che più mi preme è quello della casa, della possibilità per tutti – i giovani che devono crescere, le famiglie che devono resistere e gli anziani che hanno il diritto di prendere fiato – di una vita dignitosa tra quattro mura. Oggi leggo su La Provincia Pavese, il mio quotidiano preferito da sempre, che verranno recuperati il palazzo e la villa che fu dei Boerchio con annesso grandissimo e splendido giardino. Bene, quell’area era abbandonata da tempo. Che se ne farà? Appartamenti di lusso.
La crisi abitativa, va da sè, riguarda solo chi i soldi non li ha. E i grandi progetti riguardano, ancora, chi un po’ di soldi da parte li ha messi (qualche centinaio di migliaia di euro, s’intende). Vedremo quanto costeranno le case all’area ex Necchi e all’area ex Neca. Già oggi acquistare casa a Pavia è cosa per benestanti e gli affitti quasi pareggiano quelli milanesi. Non è Pavia una città per giovani e per chi ha un reddito modesto o appena superiore. E’ una città per ricchi. Non so se mi piace. E ancora una volta mi aspetto dalle pubbliche amministrazioni, a ogni livello, Comune compreso, uno sguardo nuovo e coraggioso verso queste esigenze. C’è bisogno di case ad affitto controllato, case popolari in vendita a prezzi calmierati. E questo può avvenire con scelte urbanistiche. Anche se stiamo scoprendo, leggendo La Provincia Pavese, che l’urbanistica è di per sè un bel problema.
Ripeto, ci vogliono azioni coraggiose. Perché come spiega molto bene Piketty nel suo breve saggio, che consiglio agli amministratori pubblici del centrosinistra, molto impegnati su Pucci e poco sulla carne viva del mondo, di leggere, la diseguaglianza è una scelta. Non un destino.
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Improvvisazione su sette accordi
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Aumento delle tariffe dei parcheggi, una tassa che colpisce i più poveri

Sosta, ma quanto mi costi? (immagine con Ai) L’aumento delle tariffe per la sosta deciso dalla giunta di Pavia è un errore. Sia chiaro: sono favorevole alla pedonalizzazione dei centri storici, alla prevalenza della mobilità ciclabile e pedonale rispetto a quella automobilistica, credo che il sistema di trasporto pubblico debba, nel futuro, sostituire il mezzo privato il più possibile. Ma, ripeto, siamo ora di fronte a un errore. Un errore grave perché è prima di tutto un errore politico. Sulle ragioni tecniche, mi affiderei all’intervento su Facebook di Davide Lazzari, che è competente (“La gestione della sosta non può partire dall’adeguamento delle tariffe”, ne è l’esordio) e che allego in fondo a questo post. E vengo al dunque.
Ogni forma di tassazione, diretta o indiretta, oppure mascherata sotto forma di altri provvedimenti, che non sia progressiva, è una ferita alle classi socialmente ed economicamente più disagiate. Ci sono provvedimenti, persino, che giusti nel principio generale, diventano gravemente ingiusti. Per dirne uno davanti agli occhi di tutti: l’obbligo di avere auto recenti o elettriche per accedere ai centri storici delle città. Non ci vuole un economista per capire che auto recenti, e per di più elettriche, costano spesso il doppio delle altre, usate e con motori tradizionali. Quindi, di conseguenza, l’accesso al centro storico è riservato, per dirla chiara, a chi ha i soldi. Gli altri, sugli autobus. Che funzionano spesso male se non malissimo. O persino (penso a Pavia in certi orari) non ci sono.
E quindi, aumentare il costo della sosta in città è semplicemente sfavorire i più poveri mentre i ricchi (la faccio proprio terra a terra) se ne sbattono altamente se devi spendere 2,5 euro l’ora per mettere l’auto a due passi dal ristorantino di pesce preferito. Il provvedimento di aumento delle tariffe, dunque, è politicamente sbagliato. Se volevo scelte di destra, non votavo un sindaco di centrosinistra. Da questa giunta, che ho votato e ovviamente rivoterei, mi aspettavo che facesse scelte decise e coraggiose. La prima, realizzare due parcheggi multipiano: il primo in area ex Cattaneo, il secondo (come era stato in passato saggiamente previsto) in via Oberdan. E poi che diminuisse il costo del biglietto dell’autobus: che andare in centro in auto, in due persone, posteggiare a pagamento, costa meno che prendere il mezzo pubblico. In questa confusione generale della giunta sulla viabilità, la vicenda di via Bricchetti è altrettanto significativa. Eliminare la sosta selvaggia, pericolosa per ciclisti e pedoni, è stata ovviamente una scelta giusta. Ma farlo senza prima recuperare un’area di sosta alternativa è di fatto una cattiveria nei confronti dei pendolari che già vivono una vita difficile e qualcuno riesce a complicargliela.
Io credo, ma posso certamente sbagliare, che le scelte di una giunta di centrosinistra debbano prima privilegiare la fasce di popolazione economicamente disagiate e poi, solo dopo, provvedere a migliorare la condizioni dell’ambiente. L’ambientalismo, spiace dirlo, è roba per ricchi. Se è fatto così, alla carlona. Chi fa politica nella sinistra, dovrebbe spesso tenerne conto.
L’intervento di Davide Lazzari (che condivido)
“La gestione della sosta non può partire dall’adeguamento delle tariffe.
Il primo passo deve essere la verifica dell’indice di rotazione dei parcheggi, da correlare non al numero di sanzioni, ma al numero di letture dei tagliandi effettuate quotidianamente dagli ausiliari. È questo il dato che misura l’effettivo utilizzo dello spazio pubblico.
In secondo luogo, è necessaria un’analisi puntuale dell’utenza: chi utilizza quella sosta, in quali orari, con quali esigenze e per quali destinazioni. Un monitoraggio reale dei comportamenti è indispensabile per qualsiasi scelta regolatoria efficace.
Successivamente occorre regolamentare le diverse zone, individuando aree “ombra” e ambiti critici, introducendo modelli regolatori differenziati in grado di orientare i comportamenti e riequilibrare la domanda.
ripensare la sosta come leva per rendere più attrattivo il trasporto pubblico locale, lavorando su integrazione, accessibilità e convenienza.
Parallelamente va costruito un piano di investimenti per parcheggi in struttura, indispensabile per togliere pressione alla sosta su strada e liberare spazio urbano.
Solo in ultima istanza si può intervenire sulle tariffe.
In questo modo la sosta diventa uno strumento di governo della mobilità, non una mera leva fiscale.”
