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    Il cellulare mentre guidi, qualche multa in più e una vetrina in meno

    La notizia data da Repubblica

    Prendo spunto dalla notizia uscita proprio oggi su tutti i giornali: l’autista del tram deragliato a Milano (due morti e cinquanta feriti) sarebbe stato al telefono fino a pochi secondi, una dozzina, prima del deragliamento. Insomma, invece di guardare la strada, telefonava. La cosa, sempre che poi sia accertata dal processo che ne conseguirà, non mi sorprende. Io non so cosa facciano gli agenti della polizia locale a Pavia – intendo dire, oltre a multare il Sottovento (su, su, si fa della satira) – ma certo non controllano a sufficienza gli automobilisti. Forse non hanno le forze sufficienti, forse gli viene detto che ci sono cose più importanti da fare (appunto, controllare le vetrine dei negozi), sta di fatto che ogni giorno, mediamente, incrocio tre o quattro automobilisti con il cellulare attaccato all’orecchio mentre guidano. Per esempio, oggi, durante la mia solita e lunga camminata mattutina, se ne ho visti un paio, altri tre me li sono trovati davanti mentre andavo a Milano (segno che i vigili, pure a Milano, mica si interessano molto alla questione sicurezza).

    Chi ve la sta menando con questa storia, ossia io, è un pentito. Lo ammetto, utilizzavo il cellulare mentre guidavo. Certo, nella maggior parte dei casi collegato in bluetooth, ma anche per mandare messaggi o controllare qualche social quando ero fermo ai semafori. Male, malissimo. A un certo punto ho smesso. Ho compreso che stavo mettendo a rischio la vita degli altri, dei pedoni e dei ciclisti in particolare. Ho compreso che gli anni passano per tutti (anche per me, falso anziano) e che i riflessi rallentano. E figuriamoci i riflessi se guardi lo schermo del telefonino mentre guidi.

    Insomma, l’invito ai vigili e a chi li comanda – giuro invito affettuoso perché, avendo amici vigili e conoscendo il loro lavoro, di loro ho stima – è di multare qualche vetrina in meno e sospendere qualche patente in più a chi usa il cellulare in auto.

    E ricordate: chi usa il cellulare mentre guida, evidentemente, vota Sì al referendum.

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    23 buone ragioni per votare No al referendum sulla giustizia: ragioni dal n° 16 al n° 23

    Cittadini di serie A e cittadini di serie B. E brava la mia intelligenza artificiale!

    Suppongo che qualcuno ne sarà felice. Prendo atto. Ma il mio forse noioso tentativo di sponsorizzare il voto per il No al referendum sulla giustizia – un No motivato secondo me da diverse ragioni tecniche e che hanno a che vedere, in primo luogo, con la difesa della Costituzione e quindi dei diritti di tutti noi cittadini – si ferma qui. D’altro canto, si rispetta il silenzio elettorale. Con una singola riflessione che comprende, diciamo così, gli ultimi otto buoni motivi per votare contro questa riforma del centrodestra. Ho deciso così dopo aver letto, su Fanpage, una notizia vecchia che mi era sfuggita. Una notizia (persino di qualche mese fa, pensate) che, per il suo contenuto, mi convince che qualsiasi proposta di riforma che arrivi da questa parte politica che oggi governa il Paese nasconda, o possa nascondere (concedo il beneficio di qualche norma sincera) un trucco, un vulnus per la democrazia e per i diritti. Insomma, tutto il resto alla fine sono chiacchiere.

    Prima di parlarne, le facce di quelli che, anche qui, vorrebbero modificare la Costituzione:

    Questi sono i volti di Andrea Barabotti, Gianangelo Bof, Laura Cavandoli, Fabrizio Cecchetti e Alessandro Giglio Vigna, i cinque parlamentari leghisti che hanno presentato un progetto di legge che prevede italiani di serie A e italiani di serie B. Quelli che non sono nati in Italia, non potranno fare carriera politica. “Davanti alle possibili trasformazioni sociali e ad alcune crescenti pressioni esterne, occorre garantire che, nei punti più sensibili dell’architettura costituzionale, la guida delle istituzioni sia affidata a cittadini che possiedono un legame originario e pieno con la Nazione”, sostengono i deputati leghisti.

    Il testo, presentato il 10 dicembre e pubblicato sul sito della Camera (ho controllato che non fosse una fake news: chi volesse leggerlo), è composto da quattro articoli, che puntano a modificarne altrettanti della Costituzione, i numero 63, 84, 92 e 122. Il ddl introduce per alcune cariche dello Stato e delle Regioni un requisito ulteriore e più specifico: la cittadinanza italiana per nascita. Solo i cittadini italiani di diritto dunque, potranno aspirare a diventare presidente della Repubblica, presidente del Consiglio dei ministri, presidente del Senato e presidente della Giunta regionale. Presidente del Senato. Cioè, davvero qualcuno pensa che oggi sia occupato da chi se lo merita solo perché nato in Italia?

    Bene. Questa proposta per me è definitiva: da politici che presentano un progetto di legge del genere, non posso che aspettarmi il peggio. E quindi, francamente, non mi fido. Neppure per il referendum. Non ne faccio una questione politica, ma etica. Anzi, di banale prudenza. Da gente così, e dalle loro proposte, meglio tenersi alla larga.

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    23 buone ragioni per votare No al referendum sulla giustizia: ragione n° 15

    In attesa che i soliti troll (invece di replicare nel merito) mi accusino di non aver letto la proposta di riforma costituzionale che dovrà confermare o meno al referendum del 22 e 23 marzo (dove, caldamente, invito a votare NO), affronto, come quindicesimo tema, quello della contraddizione tra le posizioni del Partito Democratico e l’attuale quesito referendario. Ossia, è l’osservazione, il Pd era favorevole alla separazione delle carriere e ora le contesta. Circostanza, questa, a dimostrazione che quella del Pd sarebbe solo una posizione antigovernativa e non nel merito. Al di là del fatto che anche se fosse, eddai!, non ci sarebbe niente di male, non è così. Anche questa è una falsa rappresentazione. Il Pd, infatti, era a favore della separazione delle carriere la quale, concretamente, è già stata attuata dalla riforma Cartabia. Oggi come oggi, le due carriere sono praticamente separate. Ciò che il Pd contesta, e con lui tutto il fronte del No, è la creazione di due Csm e di una Alta corte di giustizia che dovrebbe applicare le sanzioni disciplinari.

    In conclusione: la proposta Pd, che risale al 2019, e la riforma al referendum del 2026, condividono il principio di fondo della separazione delle carriere, ma la riforma al centro del referendum va ben oltre: interviene sulla Costituzione, crea un doppio Csm, istituisce una Corte disciplinare separata e introduce il sorteggio. Sono proprio questi elementi aggiuntivi — non la separazione in sé — il terreno su cui il Pd di oggi motiva la sua opposizione.

    Ma come nell’improvvisazione jazz, tanto dipende dall’intenzione. Intendo dire. E mi rivolto ai simpatizzanti per il Sì, che legittimamente sostengono la loro tesi. Signori del Sì, come sapete gran parte di questo governo è formata da incompetenti, ex simpatizzanti fascisti, persone istituzionalmente scorrette. Gente, come ho detto, dalla quale non comprerei un’auto usata. Quando, nei loro social o in tv, sostengono il Sì, fate una verifica sul loro passato, sulle loro competenze, sulle loro idee politiche relative a democrazia, rispetto, libertà di opinione. Ricordo, così di passaggio, che il che il sottosegretario alla Giustizia, Delmastro (FdI), durante la presentazione di una nuova auto della Polizia Penitenziaria, disse: “Mostrare come non si permette di respirare a chi si trova all’interno del blindato è una gioia intima per il sottoscritto… come noi incalziamo chi sta dietro quel vetro oscurato”. Quando sostiene il Sì, che credibilità ha?

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    23 buone ragioni per votare No al referendum sulla giustizia: ragione n° 14

    Un po’ di satira innocente con l’Ai

    Diversi amici su Facebook, oltre ad alcuni commentatori sia on line sia su quotidiani cartacei, hanno segnalato una bella analisi comparsa tra i commenti de Il Sole 24 Ore, analisi che – mettendo i numeri in fila – smentisce una delle tesi sostenute da chi chiede di votare Sì al referendum. Ossia che, per dirla in parole semplici, il Csm non sanzioni quasi mai i magistrati. Ossia, che cane non mangia cane. Si tratta, come ora vedremo, di una falsa rappresentazione, ma che viene utile da aggiungere alla lunga serie di castronerie che, in particolare da FdI e da Forza Italia, vengono diffuse sui social. Ogni tanto, bisognerebbe leggere. E’ anche vero, per onestà, che esiste un problema generale di valutazione dei dipendenti pubblici, in particolare nelle funzioni apicali. Come ho dimostrato, da giornalista, in tanti anni di lavoro (attirandomi anche alcune antipatie), le valutazioni dei dirigenti pubblici, in particolare nella nostra provincia, mostrano come il giudizio indichi una “bontà” che sfiora il 99 per cento. Una percentuale che ritroviamo, va detto, in generale in tutto il Paese. Il problema, dunque, non è come, quanto e dove vengano giudicati i magistrati, ma come noi, italiani, giudichiamo chi ci governa (in senso tecnico, politicamente lasciamo perdere).

    In ogni caso, tornando ai giudici, il realtà, come emerge dall’analisi di Roberto Fontana, consigliere del Csm, la percentuale delle sanzioni del Csm è superiore a quella di altri Paesi europei e, comunque, la linea del Csm sotto il profilo disciplinare è sempre stata avallata da quel ministero della Giustizia che oggi con tanta forza promuove il Sì al referendum (ovvero, dove accidenti era Nordio in questi anni mentre il Csm agiva?). Ma io sono incompetente. Lascio lo spazio alle parole di Fontana come pubblicate alcuni giorni fa su Il Sole 24 Ore:


    Le false rappresentazioni sulla giustizia disciplinare che compete al Csm

    Roberto Fontana

    Nel dibattito per il referendum sulla riforma costituzionale sono tante le dichiarazioni basate su dati non corrispondenti alla realtà. Una parte, forse le più emblematiche, riguardano il tema della giustizia disciplinare del Csm. Appare quindi opportuno, al fine di un confronto non inquinato da false rappresentazioni, fornire in estrema sintesi alcuni chiarimenti ancorati a dati oggettivi e descrizione corretta delle norme.

    Si afferma, per avvallare l’idea di una giurisdizione disciplinare incline a coprire in modo corporativo i magistrati, che ogni anno vengono archiviati ca. 1700 esposti. Non si dice però che la Sezione Disciplinare del Csm è investita solo nei casi in cui il ministro di Giustizia o la Procura Generale della Corte di Cassazione esercitano il potere di promuovere l’azione disciplinare, il che avviene mediamente in 80 casi per ciascun anno. In tutti gli altri casi (il 95% circa) l’archiviazione avviene perché condivisa dal ministro e dalla Procura Generale.

    Si tratta di un sistema a doppio binario, per cui le segnalazioni e gli esposti pervengono contemporaneamente al ministro ed alla Procura Generale, entrambi possono promuovere autonomamente l’azione disciplinare e se la Procura Generale opta per l’archiviazione, perché i fatti esposti non rientrano in alcuna delle ipotesi di illecito disciplinare previsto dalla legge, il decreto di archiviazione rimane sospeso e deve essere comunicato al ministro di Giustizia, il quale, se non condivide la conclusione, ha un termine di giorni 60 per far partire il processo avanti alla Sezione Disciplinare del Csm. Negli ultimi tre anni il ministro, sulla base degli esposti pervenuti e delle ispezioni presso gli uffici, ha esercitato l’azione disciplinare in 27 casi nel 2023, in 26 nel 2024 e in 33 nel 2025.

    I dati sulle assoluzioni e condanne

    Si afferma che nel 75% dei casi il Csm assolve il magistrato incolpato. Nella realtà le assoluzioni sono il 47% del totale in linea con le percentuali della giurisdizione penale e di queste la metà sono per scarsa rilevanza del fatto. Il ministro e la Procura Generale possono impugnare le sentenze che non condividono. Le assoluzioni per scarsa rilevanza del fatto non impugnate, né dal ministro né dalla Procura Generale, sono pari al 91% e quelle per esclusione dell’addebito al 76%. Tenuto conto dell’alta percentuale di rigetto delle impugnazioni proposte, oltre il 90% del totale delle sentenze di assoluzione, a dimostrazione della loro solidità, diventano definitive.

    Quanto alla severità delle condanne nel corso della attuale consiliatura sono state pronunciate 10 sentenze di rimozione del magistrato ossia l’espulsione dell’incolpato dalla magistratura. Nel totale la media è di 42 condanne all’anno contro, per un paragone con sistemi simili, di 9 all’anno della Francia e 14 all’anno della Spagna (dati comunicati dai rispettivi consigli superiori).

    Ingiusta detenzione ed errori giudiziari

    Si afferma, con riferimento alle riparazioni per ingiusta detenzione, che ogni anno in Italia vi sono 1000 casi di errori giudiziari per i quali nessun magistrato risponde, sulla base di una voluta confusione tra ingiuste detenzioni, errori giudiziari e illeciti disciplinari.

    Dall’ultima relazione del ministro di Giustizia al Parlamento risulta anzitutto che la media è di 462 accoglimenti definitivi di domande di riparazione per ciascun anno (478 nel 2023 e 505 nel 2024) a fronte di una media annua di 45.000 misure cautelari detentive (il rapporto è del 1,1% a fronte ad esempio di quello francese del 4%). Il diritto alla riparazione scatta pressoché automaticamente in caso di assoluzione dell’imputato in esito al processo a prescindere da ogni valutazione dell’operato del magistrato.

    Nella relazione del ministro di Giustizia è scritto:

    «le anomalie che possono verificarsi in correlazione con l’ingiusta compressione della libertà personale in fase cautelare sono costantemente oggetto di verifica da parte degli Uffici ministeriali, sia nel corso di ispezioni ordinarie sia a seguito di esposti e segnalazioni delle parti, dei loro difensori e di privati cittadini, sia, infine, in esito alle informative dei dirigenti degli uffici».

    Ebbene alla luce di questa costante attività di monitoraggio dalla relazione risulta che il ministro ha ritenuto che emergesse un illecito disciplinare del magistrato in 1 caso nel 2022, in 3 casi nel 2023 e in nessun caso nel 2024, mentre la Procura Generale negli stessi anni ha promosso 6 azioni disciplinari. In tutti i casi la colpa contestata non riguardava la sussistenza dei presupposti per l’adozione della misura cautelare ma lo sforamento dei termini massimi della custodia cautelare.

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    23 buone ragioni per votare No al referendum sulla giustizia: ragione n° 13

    Tra i temi che sostengono l’isterica e fraudolenta campagna elettorale per il Sì (basti l’ultima uscita della presidente del Consiglio ([se vince il no] “ci ritroveremo correnti ancora più potenti, magistrati ancora più negligenti che fanno carriera, decisioni ancora più surreali sulla pelle dei cittadini, che incideranno sulla vostra vita ogni giorno. Immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori rimessi in libertà che mettono a repentaglio la vostra sicurezza”), ce n’è uno che dovrebbe riguardare direttamente tutti noi. Ossia, che se si separano le carriere, diminuiranno gli errori giudiziari. Ora, a parte il fatto che concretamente già ora le carriere sono separate, la cosa non è vera. Lo sostiene, s’intende direttamente, un bel volume che ho iniziato a leggere proprio ora.

    Si intitola “L’errore invisibile. Dalle indagini alla sentenza”, scritto dall’avvocato Antonio Forza (cassazionista, studioso di dinamiche psicologiche nel processo penale, insegna nel Master in Psicopatologia e Neuropsicologia Forense presso l’Università degli Studi di Padova) e dal professor Rino Rumiati, docente di Psicologia generale, ha insegnato Psicologia del giudizio e della decisione nell’Università degli Studi di Padova, nella Scuola Galileiana di Studi Superiori della stessa Università e nell’Università LUISS «Guido Carli». Ora, i due esperti, pur sottolineando che una separazione delle carriere (ovviamente, non la ciofeca proposta dal centrodestra) potrebbe aiutare la terzietà del giudizio, scrivono: “Siamo, infatti, profondamente convinti, e molti studi internazionali lo confermano, che l’errore affondi le proprie radici nelle prime attività d’investigazione che, nel nostro ordinamento, ha assunto la definizione tecnica di fase delle indagini preliminari [Findley e Scott 2006; Godsey 2017; Gulotta 2018; Tondi 2021].”

    Ovvero, è la tesi sostenuta nella parte del volume che ho letto fino ad ora, ciò che davvero provoca l’errore giudiziario sono una serie di circostanze, anche di spessore giuridico, che escludono le indagini e la raccolta delle fonti di prova (che così si diventano subito prove) dal contraddittorio indispensabile, appunto, per la formazione della prova (che, ricordo, nel nostro ordinamento giudiziario si forma solo nel dibattimento o, comunque, in fasi dove il contraddittorio tra le parte è garantito (es: l’incidente probatatorio). Spero di non essere troppo tecnico ma, dicono ancora i due autori: “I rilievi e gli accertamenti tecnici non sempre ripetibili, come abbiamo detto, sfuggono alle categorie concettuali elaborate dal legislatore del codice del 1988 e finiscono per proiettare nel dibattimento, lo si ripete, prove precostituite sottratte al contraddittorio. Il più delle volte il difensore, successivamente nominato dall’indagato, non è messo nella condizione di esercitare un controllo né di contro-bilanciare le prime acquisizioni con le investigazioni difensive.”

    Insomma, il problema degli errori giudiziari non sta tanto nella “vicinanza” tra pm e giudici, quanto nella serie di errori e di mancanze che avvengono nella fase di indagine. Se proprio si volesse riformare la giustizia perché fosse più “giusta” bisognerebbe partire da qui. Ma si preferisce il controllo della magistratura, alla faccia della giustizia “giusta”.

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    23 buone ragioni per votare No al referendum sulla giustizia: ragione n° 12

    Questa volta ho cercato in rete una serie di ragioni sarcastiche per votare Sì. Eccone cinque.

    1. Votare Sì è l’ideale se ami le riforme epocali che risolvono problemi già risolti. Oggi, tra giudici e pubblici ministeri, i passaggi di funzione sono ridotti all’osso: nell’ultimo anno, solo 42 magistrati su circa 9.000 hanno cambiato “casacca” . È una rivoluzione per impedire qualcosa che già quasi non succede, come installare un allarme iper-sofisticato in una casa dove non entra mai nessuno.
    2. Con la separazione delle carriere, si vuole evitare che pm e giudice facciano squadra. Ma il pm, nel nostro sistema, non è lì per vincere a tutti i costi: il suo mestiere è cercare la verità, tant’è che è suo dovere chiedere l’assoluzione se emergono prove di innocenza . Con la riforma, rischiamo di trasformarlo in un avversario che deve fare gol per forza. Perché, si sa, l’importante non è la verità, ma non partecipare allo stesso torneo di calcetto.
    3. I sostenitori del Sì dicono che in Italia c’è un innocente condannato ogni otto ore . Un dato drammatico, se fosse vero che dipende dall’unità delle carriere. Peccato che i paesi con le carriere separate (come la Francia) non abbiano percentuali di errore inferiori alle nostre . Ma è più facile dare la colpa a un nemico astratto che alla complessità della vita. Un po’ come dare la colpa alla luna se piove.
    4. Verrà istituita una nuova Corte disciplinare, perché quella attuale è evidentemente troppo indulgente. Peccato che i dati mostrino come l’Italia irroghi il sestuplo delle condanne disciplinari ai magistrati rispetto alla Francia . Ma chi siamo noi per lasciarci guidare dai dati, quando possiamo lasciarci guidare dalla sensazione che siano tutti corrotti?
    5. Stanchi delle correnti e delle lobby? Con il Sì, i componenti togati del Csm verranno sorteggiati. Perfetto se pensi che la complessità della giustizia si possa affidare alla dea bendata. Peccato che i “laici”, quelli scelti dal Parlamento, verranno comunque selezionati dalla politica, per sorteggiarnli. In pratica, è come se il croupier fosse sempre lo stesso, ma le carte le taglia un bambino bendato. Un modo geniale per spezzare il potere delle correnti… sostituendolo con il potere della fortuna.
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    23 buone ragioni per votare No al referendum sulla giustizia: ragione n° 11

    Oggi me la cavo rapidamente che poi devo andare a fare la spesa. Diciamo che la undicesima buona ragione per votare No non è esattamente una buona ragione. Non è, forse, neppure una ragione. Neanche un invito. E’ la presa d’atto che forse, da parte di chi sostiene il No e di chi sostiene il Sì, non serve a nulla, a quasi nulla, utilizzare argomenti ragionevoli, che siano più o meno condivisibili. E allora, come succede sempre, si punta alla pancia dell’elettore, spaventandolo (nel caso del No), oppure raccontando delle clamorose balle (nel caso del Sì).
    Ma è una battaglia persa, come conferma questa notizia:

    La notizia pubblica da Internazionale
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    23 buone ragioni per votare No al referendum sulla giustizia: ragione n° 10

    Giuro, non è Lercio. Ho controllato sulla pagina Facebook ufficiale di FdI

    Una premessa alla decima buona ragione per votare No al referendum sulla giustizia. Per onestà, va detto che leggendo ad esempio Il Foglio (non i beceri altri quotidiani di destra, il Tempo ad esempio, che sembra la Pravda della Meloni) si trovano ragionevoli motivazioni per votare Sì, non tali da modificare la mia opinione, ma assolutamente meritevoli di approfondimento. Al contrario, sfogliando le pagine de Il Fatto Quotidiano, trovi interessanti riflessioni sulla necessità di votare No, ovviamente discutibili e criticabili. Fin qui ci siamo? Bene. Questo rende il mio complesso obiettivo – arrivare al 23 marzo con 23 buone ragioni per il No – particolarmente faticoso. Creare un post originale è tutt’altro che semplice. Poi, la mattina, mentre sfogli i social… Ecco, la vincitrice. Ecco in una sola immagine una ragione per votare No: se questa parlamentare vota Sì, deve avere per forza torto. A prescindere. Ragionamento logicamente fallace, il mio. Ma prendetelo per com’è.
    Buon voto.

    Ps. Alice Buonguerrieri è laureata in Giurisprudenza, è avvocato patrocinante in Cassazione. Amen.

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    23 buone ragioni per votare No al referendum sulla giustizia: ragione n° 9

    A destra, la seconda carica dello Stato (siamo messi così)

    Beh, quota dieci si avvicina. Per la nona buona ragione per votare No al referendum del 22 e 23 marzo sarò molto breve. Questa mattina, mentre ragionavo su cosa diavolo inserire nel post visto che, come dico sempre, tanti meglio di me si stanno occupando della questione, a venirmi incontro è stato Tommaso Montanari, il filosofo, con la pubblicazione di una fotografia. Prima di parlarne, ma la vedete qui sopra e quindi immaginerete il tema, una piccola premessa. Ecco, io non sono molto favorevole a discutere del referendum basandomi sulle persone che sono a favore o contro. Voglio dire: se Hannibal Lecter fosse a favore del No, questo non intaccherebbe il valore delle motivazioni e lo stesso varrebbe se a favore del Sì ci fosse Madre Teresa di Calcutta. Però… però a volte non è tanto la persona in sè, sulla quale si posso avere disparate opinioni, ma da dove arriva quella persona, a cosa probabilmente fa riferimento da sempre, anche se ha dovuto smettere di sostenerlo. Insomma, la faccio breve. Siamo davvero certi, rifletteteci, che una riforma voluta da uno che in casa ha il busto di Mussolini, che del Duce piangeva la morte e la celebrava, e da un altro che alle feste per divertimento si vestiva da nazista, e l’elenco potrebbe essere lungo, non nasconda, questa riforma, un altro desiderio?
    Fate voi, io, almeno per prudenza, voto No.

    Il post originale di Tommaso Montanari
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    23 buone ragioni per votare No al referendum sulla giustizia: ragione n° 8

    E siamo alla ottava ragione, domenicale. E lo devo confessare. La lettura dell’articolo di Luciano Capone che racconta la brutta figura del pm Henry John Woodcock su La7 nel confronto con il vicepresidente ella Camera, il forzista Giorgio Mulè, sulla riforma Nordio, mi ha colpito. Intanto perché leggo sempre con piacere le critiche alla magistratura di Capone, come quelle di Antonucci, entrambi giornalisti de Il Foglio, e poi perché per fare una brutta figura con Mulè, scarso di argomenti di solito ma aggressivo, bisogna proprio impegnarsi. Se non leggete Il Foglio, trovate i video su internet. Poi, messo da parte il quotidiano diretto da Cerasa, ho riflettuto sulla questione: tutto questo che rapporto ha con il referendum? Nessuno. Abbiamo solo scoperto, appunto leggendo Capone, che Woodcock non è famoso per i successi ottenuti come pm, che non ha snocciolato buone ragioni a favore del No, che quasi quasi ha dato ragione alle motivazioni alla base del Sì. E allora? Noi (del No) abbiamo Woodcock, voi (del Sì) avete Nordio. Ogni fazione ha le sue pene.
    Detto questo, un paio di situazioni hanno rinforzato la mia convinzione che la battaglia del centrodestra per il No poco abbia a che vedere con i contenuti tecnici della riforma portata al voto confermativo o meno, ma molto con il desiderio di sostituirsi ai giudici, meglio, di decidere lo cosa indagare e come giudicare. Ecco gli esempi.

    Non entro nella questione della famiglia nel bosco. Come deve essere, se ne occuperanno i giudici. Se sia funzionale e corretta la norma che tutela prima il benessere dei figli e poi il diritto dei genitori (per dirla alla carlona, s’intende), è fatto discutibile. Si interviene modificando la legge, ovviamente. Invece, per fare propaganda, la Meloni e il centrodestra attaccano i giudici su una vicenda che ha a che vedere solo sulle competenze di servizi sociali, consulenti e così via. E quindi….

    Per non dire…

    Insomma, è chiaro. Per chiunque sappia qualcosa di diritto, siamo di fronte a frasi senza alcun senso. Le norme, se non piacciono, si cambiano. Non si cambiano i giudici, non si cerca un maggiore controllo sulla magistratura, ma si modificano le leggi, in Parlamento se possibile, si migliora la formazione e la competenza di chi ci deve giudicare, ma non si prova a mettere la mordacchia alla magistratura. Amen. Buona domenica.