23 buone ragioni per votare No al referendum sulla giustizia: ragione n° 14

Diversi amici su Facebook, oltre ad alcuni commentatori sia on line sia su quotidiani cartacei, hanno segnalato una bella analisi comparsa tra i commenti de Il Sole 24 Ore, analisi che – mettendo i numeri in fila – smentisce una delle tesi sostenute da chi chiede di votare Sì al referendum. Ossia che, per dirla in parole semplici, il Csm non sanzioni quasi mai i magistrati. Ossia, che cane non mangia cane. Si tratta, come ora vedremo, di una falsa rappresentazione, ma che viene utile da aggiungere alla lunga serie di castronerie che, in particolare da FdI e da Forza Italia, vengono diffuse sui social. Ogni tanto, bisognerebbe leggere. E’ anche vero, per onestà, che esiste un problema generale di valutazione dei dipendenti pubblici, in particolare nelle funzioni apicali. Come ho dimostrato, da giornalista, in tanti anni di lavoro (attirandomi anche alcune antipatie), le valutazioni dei dirigenti pubblici, in particolare nella nostra provincia, mostrano come il giudizio indichi una “bontà” che sfiora il 99 per cento. Una percentuale che ritroviamo, va detto, in generale in tutto il Paese. Il problema, dunque, non è come, quanto e dove vengano giudicati i magistrati, ma come noi, italiani, giudichiamo chi ci governa (in senso tecnico, politicamente lasciamo perdere).
In ogni caso, tornando ai giudici, il realtà, come emerge dall’analisi di Roberto Fontana, consigliere del Csm, la percentuale delle sanzioni del Csm è superiore a quella di altri Paesi europei e, comunque, la linea del Csm sotto il profilo disciplinare è sempre stata avallata da quel ministero della Giustizia che oggi con tanta forza promuove il Sì al referendum (ovvero, dove accidenti era Nordio in questi anni mentre il Csm agiva?). Ma io sono incompetente. Lascio lo spazio alle parole di Fontana come pubblicate alcuni giorni fa su Il Sole 24 Ore:
Le false rappresentazioni sulla giustizia disciplinare che compete al Csm
Roberto Fontana
Nel dibattito per il referendum sulla riforma costituzionale sono tante le dichiarazioni basate su dati non corrispondenti alla realtà. Una parte, forse le più emblematiche, riguardano il tema della giustizia disciplinare del Csm. Appare quindi opportuno, al fine di un confronto non inquinato da false rappresentazioni, fornire in estrema sintesi alcuni chiarimenti ancorati a dati oggettivi e descrizione corretta delle norme.
Si afferma, per avvallare l’idea di una giurisdizione disciplinare incline a coprire in modo corporativo i magistrati, che ogni anno vengono archiviati ca. 1700 esposti. Non si dice però che la Sezione Disciplinare del Csm è investita solo nei casi in cui il ministro di Giustizia o la Procura Generale della Corte di Cassazione esercitano il potere di promuovere l’azione disciplinare, il che avviene mediamente in 80 casi per ciascun anno. In tutti gli altri casi (il 95% circa) l’archiviazione avviene perché condivisa dal ministro e dalla Procura Generale.
Si tratta di un sistema a doppio binario, per cui le segnalazioni e gli esposti pervengono contemporaneamente al ministro ed alla Procura Generale, entrambi possono promuovere autonomamente l’azione disciplinare e se la Procura Generale opta per l’archiviazione, perché i fatti esposti non rientrano in alcuna delle ipotesi di illecito disciplinare previsto dalla legge, il decreto di archiviazione rimane sospeso e deve essere comunicato al ministro di Giustizia, il quale, se non condivide la conclusione, ha un termine di giorni 60 per far partire il processo avanti alla Sezione Disciplinare del Csm. Negli ultimi tre anni il ministro, sulla base degli esposti pervenuti e delle ispezioni presso gli uffici, ha esercitato l’azione disciplinare in 27 casi nel 2023, in 26 nel 2024 e in 33 nel 2025.
I dati sulle assoluzioni e condanne
Si afferma che nel 75% dei casi il Csm assolve il magistrato incolpato. Nella realtà le assoluzioni sono il 47% del totale in linea con le percentuali della giurisdizione penale e di queste la metà sono per scarsa rilevanza del fatto. Il ministro e la Procura Generale possono impugnare le sentenze che non condividono. Le assoluzioni per scarsa rilevanza del fatto non impugnate, né dal ministro né dalla Procura Generale, sono pari al 91% e quelle per esclusione dell’addebito al 76%. Tenuto conto dell’alta percentuale di rigetto delle impugnazioni proposte, oltre il 90% del totale delle sentenze di assoluzione, a dimostrazione della loro solidità, diventano definitive.
Quanto alla severità delle condanne nel corso della attuale consiliatura sono state pronunciate 10 sentenze di rimozione del magistrato ossia l’espulsione dell’incolpato dalla magistratura. Nel totale la media è di 42 condanne all’anno contro, per un paragone con sistemi simili, di 9 all’anno della Francia e 14 all’anno della Spagna (dati comunicati dai rispettivi consigli superiori).
Ingiusta detenzione ed errori giudiziari
Si afferma, con riferimento alle riparazioni per ingiusta detenzione, che ogni anno in Italia vi sono 1000 casi di errori giudiziari per i quali nessun magistrato risponde, sulla base di una voluta confusione tra ingiuste detenzioni, errori giudiziari e illeciti disciplinari.
Dall’ultima relazione del ministro di Giustizia al Parlamento risulta anzitutto che la media è di 462 accoglimenti definitivi di domande di riparazione per ciascun anno (478 nel 2023 e 505 nel 2024) a fronte di una media annua di 45.000 misure cautelari detentive (il rapporto è del 1,1% a fronte ad esempio di quello francese del 4%). Il diritto alla riparazione scatta pressoché automaticamente in caso di assoluzione dell’imputato in esito al processo a prescindere da ogni valutazione dell’operato del magistrato.
Nella relazione del ministro di Giustizia è scritto:
«le anomalie che possono verificarsi in correlazione con l’ingiusta compressione della libertà personale in fase cautelare sono costantemente oggetto di verifica da parte degli Uffici ministeriali, sia nel corso di ispezioni ordinarie sia a seguito di esposti e segnalazioni delle parti, dei loro difensori e di privati cittadini, sia, infine, in esito alle informative dei dirigenti degli uffici».
Ebbene alla luce di questa costante attività di monitoraggio dalla relazione risulta che il ministro ha ritenuto che emergesse un illecito disciplinare del magistrato in 1 caso nel 2022, in 3 casi nel 2023 e in nessun caso nel 2024, mentre la Procura Generale negli stessi anni ha promosso 6 azioni disciplinari. In tutti i casi la colpa contestata non riguardava la sussistenza dei presupposti per l’adozione della misura cautelare ma lo sforamento dei termini massimi della custodia cautelare.