Economia
-
Poste Italiane, anche a Pavia i trasferimenti da ufficio a ufficio obbligatori (o quasi)

Se in un ufficio postale “in eccedenza”? Verrai trasferito in un altro ufficio “in carenza”. La scelta del dipendente da trasferire, se non ci sarà stata una scelta “volontaria”, dipenderà dall’anzianità. Insomma, sei giovane, magari hai tre figli e tua moglie lavora, abiti e sei nell’ufficio postale dell’Oltrepo e ti ritrovi, per dire, al confine con Pavia, magari 300 km da fare ad andarci, 30 km da fare per tornare a casa. Ogni giorno. Questa situazione, che per fortuna dovrebbe riguardare pochi lavoratori in provincia di Pavia, entrerà nella fase operativa in queste settimane, con l’invio di mail dell’azienda ai lavoratori interessati (ossia, tutti quelli dell’ufficio in eccedenza) sulla basa di un accordo firmato dalla Cisl e dagli autonomi, ma respinto da Cgil e Uil.
Spiega il comunicato nazionale di Poste Italiane: “Entro gennaio 2026, al termine della precedente Fase 1 di mobilità mirata su base volontaria, l’Azienda renderà noto l’aggiornamento delle sedi accipienti e cedenti e delle relative numeriche e, in coerenza con quanto previsto dall’Accordo Sindacale del 3 dicembre 2024, avvierà un processo di mobilità collettiva ai sensi dell’art. 39 del vigente CCNL. Nella medesima occasione saranno inoltre pubblicate le graduatorie, declinate per ciascun ufficio cedente, delle risorse non destinatarie di un trasferimento di mobilità mirata volontaria, individuate tramite il medesimo codice alfanumerico utilizzato per la redazione delle graduatorie di cui alla Fase 1. Le graduatorie saranno ordinate secondo i seguenti criteri di priorità: a parità di anzianità aziendale, minore anzianità anagrafica. Sulla base delle suddette graduatorie e nel rispetto delle previsioni legali e contrattuali in materia di trasferimento, sarà individuato, per ciascun UP, il numero massimo di risorse trasferibili, nel rispetto del limite di 20 km di distanza tra la sede di attuale assegnazione e la nuova sede”.
La situazione di Pavia
Le sedi “cedenti” di Pavia – quelle con troppo personale – sono: Garlasco, Pieve del Cairo, Vidigulfo e Voghera 2. Le sedi “accipienti” – quelle che riceveranno il personale – sono: Belgioioso, Confienza, Gambolò, Gravellona, Landriano, Lungavilla, Mirabello di Pavia, Pavia centro. I sindacati, ovviamente, segnalano la possibilità di fare ricorso se si compare nella temuta lista. Ricorso da fare rapidamente.
-
I soldi del Pnrr che non spende Pavia e il caso delle scuole che non li vogliono proprio

I soldi del Pnrr che non servono a nessuno Siamo ormai alla fine dell’anno (insomma, manca poco) e val la pena fare qualche verifica sull’efficienza della provincia di Pavia nella gestione dei fondi pubblici. In particolare, i fondi del Pnrr. Utilizzando gli open data di Openpolis, emergono alcuni dati interessanti. Rispetto a un 36% dei pagamenti dei progetti Pnrr a livello nazionale cofinanziati dal Pnrr (ma il 44% dei finanziamenti Pnrr), una percentuale che ci serve a capire a che punto siano i lavori finanziati, in provincia di Pavia sono stati pagati solo il 15% dei progetti su 15 miliardi di risorse complessive su 3.391 progetti complessivi.
Vediamo, su tutta la marea dei dati disponibili, alcune curiosità. Ad esempio, come stanno gli 8 progetti più importanti per importo. Come si vede l’intervento sul delta del Po è fermo al 9 per cento, quello della Galbani sul cambiamento del processo produttivo appare non aver mai completato alcunché, a zero anche il progetto di formazione medica specialistica e la creazione di un consorzio per la creazione di una struttura di ricerca radiofarmaceutica, e la realizzazione di percorsi formativi all’Its di Belgioioso. Gli altri tre progetti non superano il 50% dei pagamenti.

I primi 8 progetti per valore Sul database si può curiosare incrociando i dati. Un solo esempio, per il Comune di Pavia. Si possono verificare i progetti a quota zero delle percentuali di pagamento. Eccone alcuni: la ristrutturazione della residenza Camillo Chiri di via Cardano, i percorsi formativi al liceo Olivelli, i due ecotomografi per il San Matteo, una lunga serie di progetti dell’Università di Pavia per formazione, corsi e così via, una incredibile marea di soldi (centinaia di migliaia di euro) per i percorsi formativi nelle scuole superiori di Pavia che nessuno sta spendendo (ma servivano risorse per le scuole, si lamentava), il recupero del collegio Don Bosco (accipicchia, ci sono quasi 6 milioni di euro da spendere), ci sono poi milioni e milioni di euro per l’efficientamento energetico di edifici che nessuno sta spendendo. Ma andate sul sito di Openpolis, e controllate quante e quante risorse per la scuola ci sono per la provincia di Pavia e per Pavia in particolare che nessuno spende. Se avanza qualcosa, tranquilli, posso spenderli io.
-
Lo Stato amico dei grandi evasori, ma la Regione severissima con quelli piccoli

“Giuro, stavo per pagare il ticket”!!! Se si tratta di incassare le tasse non pagate da imprese, commercianti, liberi professionisti e partite Iva varie, lo Stato, e in particolare la Lega, sono di manica larga. Per loro le tasse sono un “pizzo di Stato” e vai così che siamo un mondo davvero all’incontrario. Ma quando si tratta di “normali” cittadini, allora l’ente pubblico, in questo caso la Regione Lombardia, che dal centrodestra di manica larga nazionale è governata, allora non ha pietà. In questo senso si potrebbe commentare l’iniziativa della Cgil di queste ultime settimane sul pagamento dei ticket non saldati da parte di circa 20.000 cittadini. Molti dei quali, evasori inconsapevoli perché non del tutto informati sui diritti dell’esenzione.
Una rapida sintesi, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale.
- Contestazione del raddoppio: La Regione Lombardia ha imposto una sanzione amministrativa pari all’importo del ticket non pagato, raddoppiando di fatto la cifra dovuta. A differenza degli anni precedenti, questa sanzione non è annullabile nemmeno in caso di pagamento immediato.
- Accanimento contro i cittadini: Lo SPI CGIL Lombardia definisce questo approccio un “inutile accanimento” contro i cittadini, spesso anziani e fragili, che potrebbero aver commesso errori in buona fede nel complicato meccanismo di autocertificazione dell’esenzione.
- Problema di sistema: Il sindacato sostiene che il sistema di autocertificazione espone i cittadini all’errore e che spetterebbe alla Regione utilizzare i dati a sua disposizione (ATS, Agenzia delle Entrate) per attribuire correttamente i codici di esenzione, evitando disguidi come la confusione tra pensione bassa e pensione minima.
- Supporto agli utenti: La CGIL e altre sigle sindacali (come la UIL) hanno invitato i cittadini che hanno ricevuto i verbali a non ignorarli, ma a rivolgersi alle proprie sedi territoriali per ricevere assistenza legale e supporto nella contestazione delle richieste.
- Impegni non mantenuti: La CGIL ha criticato la legge regionale 17 dell’agosto 2022, ritenuta tardiva e lacunosa, e ha segnalato che gli impegni presi dalla Regione in passato per risolvere il problema non sono stati mantenuti.
In sintesi, la CGIL sta mobilitando i cittadini e offrendo supporto per contrastare legalmente le richieste di pagamento raddoppiate, puntando il dito contro un sistema regionale di accertamento che considera iniquo e incline a penalizzare gli errori in buona fede.
-
Tutti quei soldi per il dissesto idrogeologico in Oltrepo (ma non solo). C’è una strategia?

L’alluvione in Indonesia (dal Guardian) Negli ultimi cinque o dieci anni credo, da giornalista caposervizio, di aver titolato e pubblicato qualche centinaio (forse di più) articoli che raccontavano come Comuni, Provincia e Regione avessero stanziato soldi, soldi e ancora soldi destinati al nostro Oltrepo per quello che conosciamo tutti come “dissesto idrogeologico”. Ora, non voglio neppure ipotizzare che siano soldi sprecati, ma la sensazione, in questi anni e contando un disastro dopo l’altro, è che sia mancata a livello nazionale, ma forse non solo, una strategia che si possa definire tale. Insomma, si vive – un classico italiano – di interventi a tampone (a tanti begli appalti). Come i bonus: qualcosa risolvono, ma poi si è da capo. Mi è venuto in mente guardando le due fotografie pubblicate dal Guardian e dal Washington Post sull’alluvione che in questi giorni ha colpito Indonesia, Thailandia e Sri Lanka, fotografie che ho accostato a un bell’articolo de Il Foglio del lunedì a firma di Giulio Boccaletti, scienziato e scrittore italo-britannico che è stato ricercatore associato onorario presso la Smith School of Enterprise and the Environment.
L’articolo descrive come eventi recenti di piogge torrenziali, frane ed esondazioni mostrino che il rischio idrogeologico in Italia è ormai sistemico e non gestibile solo con interventi locali e d’emergenza dopo ogni disastro. L’autore osserva che, nel breve intervallo tra una catastrofe e l’altra, si scatena la caccia al colpevole, ma questo riflesso mediatico e politico impedisce di vedere le cause strutturali legate a come è stato occupato, costruito e trasformato il territorio negli ultimi decenni.
Si sostiene che la frequenza crescente degli eventi estremi rende inevitabile ripensare la gestione del suolo, delle aree agricole e dei versanti, puntando su manutenzione ordinaria, rinaturalizzazione, difesa delle aree di esondazione naturale dei fiumi e riduzione del consumo di suolo. Viene criticata l’idea che bastino grandi opere isolate o misure solo tecniche: senza una strategia complessiva di pianificazione del paesaggio, ogni intervento rischia di essere inefficace o addirittura controproducente.
L’articolo richiama anche il tema delle risorse pubbliche, ricordando che gli investimenti, inclusi quelli legati ai vincoli europei e al PNRR, dovrebbero essere orientati da una visione di lungo periodo, e non dall’urgenza del singolo disastro o dalla pressione dell’opinione pubblica. In questo quadro, alla politica viene chiesto uno sforzo di programmazione: definire priorità territoriali, integrare ambiente, agricoltura, urbanistica e protezione civile, fissare obiettivi misurabili di riduzione del rischio e assumersi responsabilità su orizzonti temporali che vadano oltre la singola legislatura.
-
Voglio andare a vivere negli States (ma mi servirebbero 110 milioni di dollari)

L’annuncio sul Los Angeles Times E poi dicono che c’è la crisi negli States. Una delle cose più divertenti che trovo nella lettura del Los Angeles Times sono gli annunci immobiliari. Nel numero della domenica non c’è una casa sotto il milione di dollari, si può capire. Sarei però curioso di sapere chi di dollari ne ha almeno 110 per acquistare questa simpatica casuccia con cinque stanze da letto e undici bagni. Non voglio pensare quanto viene a costare in saponette. Certo, è un gran bel posticino. Guardo il conto e vedo cosa posso fare.
-
Noi italiani ci riteniamo felici? Neppure troppo, le classifiche non mentono (ma a volte sì)

Da oltre un decennio, i ricercatori dietro il World Happiness Report (Rapporto Mondiale sulla Felicità) cercano di codificare una scala comparativa per il benessere ed evidenziare i luoghi dove questo fiorisce. I fattori chiave esaminati includono: benessere materiale, condivisione dei pasti, donazioni agli altri e aiuto agli sconosciuti. “Siamo creature molto sociali e le azioni che aiutano a favorire le connessioni con gli altri hanno molte probabilità di offrirci felicità”, ha detto Lara Aknin, professoressa di psicologia sociale alla Simon Fraser University. Così ci spiega il Washington Post in una doppia pagina pubblicata l’altro ieri. E andando a curiosare sul sito del World Happiness Report scopriamo che purtroppo l’Italia è solo in 40esima posizione. Il che significa che – per citare alcuni Paesi – Romania, Francia, Spagna, Messico e Belgio si ritengono più felici di quanto pensiamo noi di essere.
L’Italia si colloca a metà classifica tra i Paesi europei nel World Happiness Report, con un valore di soddisfazione della vita intorno a 6,3–6,4 su 10, quindi non tra i migliori ma neppure tra i peggiori. Risulta dietro alla gran parte dell’Europa occidentale e nordica, ma sopra diversi Paesi dell’Europa sud‑orientale e orientale.
Classifica dei Paesi europei (valori di felicità)
Prendendo i dati più recenti del World Happiness Report e considerando i Paesi geografici europei, il quadro sintetico è questo: i primi posti sono occupati dai Paesi nordici (Finlandia, Danimarca, Islanda, Svezia, Paesi Bassi, Norvegia, Lussemburgo, Svizzera), tutti con punteggi tra circa 7,1 e 7,8.
Subito dopo vengono Austria, Belgio, Irlanda, Germania, Francia e altri Paesi dell’Europa centrale e baltica (come Lituania, Cechia, Slovenia), con valori compresi tra circa 6,6 e 7,0.Nella fascia medio‑alta, ma sotto i grandi Paesi “core”, si trovano Romania, Estonia, Polonia, Spagna, Serbia, Malta, con punteggi intorno a 6,4–6,5.
L’Italia rientra nella fascia medio‑intermedia europea, con un punteggio intorno a 6,3–6,4, vicina a Spagna, Malta e leggermente sopra a Paesi come Slovacchia, Lettonia, Portogallo, Grecia, Croazia, Bulgaria, Ucraina.Posizione specifica dell’Italia
Nei dati più recenti l’Italia è intorno al 39°–41° posto nel mondo, con un punteggio di circa 6,4 su 10, e si colloca grossomodo nel terzo medio della graduatoria europea.
Ciò significa che è significativamente meno “felice” dei Paesi nordici e di molti Paesi dell’Europa centro‑settentrionale, ma sopra una parte consistente dei Paesi balcanici e dell’Europa orientale.Rispetto alla media mondiale, l’Italia è comunque sopra la media (che è intorno a 5,5–5,6), mentre rispetto alla media europea è leggermente sotto (media europea ≈ 6,4–6,5).
I singoli elementi del World Happiness Report
Il punteggio complessivo è costruito combinando diverse dimensioni: reddito/prodotto interno lordo pro capite, supporto sociale, aspettativa di vita in buona salute, libertà di scelta di vita, generosità (donazioni/comportamenti prosociali) e percezione della corruzione, oltre a indicatori di benessere mentale e fiducia nelle istituzioni.
In genere, l’Italia ha performance relativamente buone su reddito e speranza di vita, ma più deboli su fiducia nelle istituzioni, percezione della corruzione e alcuni aspetti di supporto sociale e benessere soggettivo rispetto ai Paesi nordici.Rispetto ai Paesi europei più felici, le aree “forti” italiane sono: salute (alta aspettativa di vita), patrimonio culturale e qualità di alcuni servizi di welfare; le aree “deboli” sono: fiducia verso governo e istituzioni, percezione della corruzione, e un senso di sicurezza e stabilità economica meno elevato che in Nord Europa.
Italia: buona o cattiva posizione per ciascun elemento
Se si semplifica in tre fasce (alta, media, bassa all’interno dell’Europa), si può riassumere così per l’Italia:
- Reddito e livello di vita materiale: fascia medio‑alta europea (sotto i Paesi nordici e centro‑nordici più ricchi, sopra buona parte di est e sud‑est).
- Salute/aspettativa di vita: fascia alta, con valori tra i migliori in Europa per longevità, anche se il benessere psicologico non è ai vertici.
- Supporto sociale: fascia media; la rete familiare è forte, ma i sistemi di supporto formale e la percezione di aiuto da parte delle istituzioni sono inferiori ai Paesi nordici.
- Libertà di scelta di vita: fascia medio‑alta; buona libertà personale e civile, ma vincoli economici e precarietà riducono la percezione di controllo sulla propria vita rispetto al Nord Europa.
- Generosità/comportamenti prosociali: fascia media; non ai livelli record di alcuni Paesi anglosassoni o nordici, ma nemmeno tra i più bassi.
- Percezione della corruzione e fiducia nelle istituzioni: fascia bassa rispetto al resto dell’Europa occidentale, più vicina in questo ad alcuni Paesi dell’Europa meridionale e orientale.
In sintesi, la posizione dell’Italia non è “catastrofica” ma è strutturalmente inferiore ai Paesi europei di punta: sta abbastanza bene su reddito e salute, ma paga molto in termini di fiducia, qualità percepita delle istituzioni e stabilità/ottimismo soggettivo, che sono proprio gli elementi che spingono in alto i Paesi nordici nella classifica della felicità
-
Ci spaventavano i maiali, ora ci preoccupano i polli. Il ritorno dell’aviaria

Polli malati, una vignetta con l’Ai Se in provincia di Pavia (e in gran parte del Paese) abbiamo finalmente tirato un sospiro di sollievo per il crollo dei casi di peste suina, le infezioni e le malattie che riguardano le specie d’allevamento continuano a preoccupare. In queste ore, infatti, a spaventarci è il ritorno dell’aviaria. Tra il 6 settembre e il 14 novembre 2025 scrivono le agenzie stampa – sono stati segnalati 1.443 casi di influenza aviaria ad alta patogenicità (Hpai) A(H5) negli uccelli selvatici in 26 Paesi europei. Come sottolinea l’Efsa, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, si tratta di una quantità “quattro volte in più rispetto allo stesso periodo nel 2024 e il numero più alto dal 2016”. Nel corso di tale periodo gli uccelli acquatici in varie parti d’Europa sono stati fortemente infettati dall’Hpai, con casi rilevati anche in uccelli selvatici apparentemente sani, il che ha provocato una contaminazione ambientale diffusa. “Tra le varie misure urge rafforzare la sorveglianza ai fini di una diagnosi precoce e garantire una biosicurezza stringente negli allevamenti”, sottolinea l’ente, “onde prevenire l’introduzione dell’Hpai nei volatili domestici e la sua ulteriore diffusione negli allevamenti di pollame”.
Per quello che riguarda l’Italia, e di conseguenza anche la provincia di Pavia, l’allarme appare concreto. A commentare la situazione è Giovanni Filippini, direttore generale della Salute animale presso il ministero della Salute e commissario straordinario alla peste suina africana, in un’intervista pubblicata da Il Sole 24 Ore. ““L’aviaria è un’emergenza importante. Quasi tutti i Paesi Ue oggi sono alle prese con la gestione di focolai. Il virus quest’anno è arrivato in Spagna. Mentre in Italia è il Nordest l’area più a rischio. Siamo ormai di fronte a una vera e propria pandemia. Quasi tutti gli uccelli che sorvegliamo hanno il virus. In Italia siamo sopra i dieci allevamenti colpiti e abbiamo già abbattuto centinaia di migliaia di tacchini, polli e galline ovaiole”, dice Filippini. Il quale però rassicura che, in Italia, al momento non ci sono rischi per l’uomo: fino ad ora non ci sono stati casi di spillover (il salto di specie, che invece c’è stato negli Usa) e “la carne che mangiamo è sicura, sia quella italiana sia quella importata dai Paesi Ue che extra-Ue”.
Per la situazione negli Usa, ecco la sintesi ottenuta grazie all’Ai. Negli Stati Uniti, la situazione attuale dell’influenza aviaria (soprattutto il ceppo H5N1) nel 2025 vede una diffusione significativa non solo tra gli uccelli selvatici e allevamenti avicoli, ma anche nello bestiame come i bovini da latte. Sono stati confermati diversi focolai indipendenti, con un numero stimato di oltre 1.000 allevamenti di bovini coinvolti in 18 stati, e un crescente numero di casi umani, principalmente lavoratori esposti a questi animali infetti. Dal 2024, sono stati segnalati circa 70 casi umani confermati negli USA, con una maggioranza di casi lievi e una mortalità molto bassa, anche se è stato registrato almeno un decesso umano recente attribuito a un ceppo raro H5N5.
Lo spillover, cioè il salto del virus dagli animali all’uomo, si è verificato soprattutto in persone a stretto contatto con volatili domestici, bovini da latte e allevamenti avicoli. Non sono stati documentati casi di trasmissione da uomo a uomo fino ad ora, ma la situazione è attentamente monitorata dalle autorità sanitarie come i CDC. In California, dove è stato dichiarato lo stato di emergenza alla fine del 2024, si sono registrati numerosi cluster di virus con marcatori virali caratteristici dei ceppi locali.
L’influenza aviaria H5N1 e ceppi correlati come H5N5 continuano a evolversi e a rappresentare una minaccia virologica rilevante per la salute animale e pubblica negli Stati Uniti, con misure di sorveglianza intensificate, soprattutto a livello di allevamenti, e monitoraggio continuo dei casi umani, in particolare tra lavoratori esposti agli animali infetti.
-
Tra Pavia e Cremona, il triangolo perfetto per le nuove centrali a fusione nucleare. Un report

Un impianto a fusione nucleare (immagine prodotta da Ai) Uno studio a livello europeo commissionato da Gauss Fusion identifica centinaia di potenziali siti per centrali a fusione in nove paesi. Questo studio, durato un anno e condotto in collaborazione con l’Università Tecnica di Monaco (TUM), mappa i distretti industriali e i siti energetici esistenti adatti
per la prima generazione di centrali a fusione in Europa. Per l’Italia sono state identificate alcune zone. Per quanto riguarda l’Italia, 7 hub sono nelle regioni settentrionali localizzati tra Milano, Cremona e Venezia, “un corridoio strategico che unisce forte densita’ industriale, adeguata capacita’ di rete e la presenza di infrastrutture energetiche gia’ consolidate”.
La mappa del nord Italia e le aree (in verde) idonee per i nuovi impianti a fusione nucleare L’area di Cremona, dice lo studio, ha caratteristiche particolarmente favorevoli grazie alla prossimità a rilevanti stazioni elettriche ad alta tensione. Nel Sud Italia sono stati inoltre individuati 15 cluster di dimensioni più contenute, localizzati prevalentemente in prossimità delle aree costiere, che rappresentano ulteriori opportunità di sviluppo in una logica di riequilibrio territoriale e valorizzazione delle infrastrutture esistenti. L’aria di potenziale intervento, come si vede da questa mappa, riguarda anche il territorio di Pavia e in particolare la zona lungo il Po (l’indicazione della città di Pavia è stata aggiunta per chiarezza rispetto alla mappa originale: ciò che interessa sono le aree in colore verde, ossia quelle idonee per le centrali).
-
Pavia, record negativo: i cittadini pagano la Tari più alta della Lombardia (3,6% di aumento in un anno)

E’ stata pubblicato oggi il report di Cittadinanza Attiva sulla gestione dei rifiuti in Italia. Un dato su tutti: Pavia ha la Tari più alta della Lombardia, con una crescita di circa il 3,6 per cento rispetto allo scorso anno. Per quanto riguarda il dato nazionale, nel 2025, la spesa media nazionale per la gestione dei rifiuti urbani è pari a 340 euro all’anno, in aumento del 3,3% rispetto al 2024 (329 euro). Le tariffe crescono – in misura differente – in tutte le regioni, ad eccezione di Molise, Valle d’Aosta e Sardegna, e in ben 95 dei 110 capoluoghi di provincia. In Lombardia una famiglia paga in media 262 euro, un aumento del 3,1% rispetto ai 254 euro del 2024. Cremona è meno cara con una tariffa media di 196 euro.
In crescita ovunque anche la raccolta differenziata, che nel 2023 si attesta al 66,6% dei rifiuti prodotti (era il 65,2% nel 2022), In Lombardia si attesta al 73,9%. Restano marcate le differenze territoriali, con il Nord dove la spesa media si attesta sui 290 euro l’anno e una raccolta differenziata che raggiunge il 73% dei rifiuti prodotti; segue il Centro dove le famiglie spendono in media 364 euro, mentre si differenzia il 62% dei rifiuti; sempre fanalino di coda il Sud con una spesa media di 385 euro l’anno e una raccolta differenziata ferma al 59%.
Le regioni più economiche sono il Trentino-Alto Adige (224 €), la Lombardia (262 €) e il Veneto (290 €), mentre le più costose restano la Puglia (445 €), la Campania (418 €) e la Sicilia (402 €).
Catania è il capoluogo di provincia dove si spende di più, 602 euro; Cremona quello più economico con 196 euro in media a famiglia.Pavia, la più cara
Come detto, in Lombardia è Pavia ad avere il costo più alto della Tari, con 302 euro medi annui a famiglia rispetto ai 291 del 2024 e un aumennto, come detto, del 3,6 per cento. Questa la tabella di sintesi:

-
Gli Usa e il costo delle piattaforme come Disney+: in Italia meglio andare al cinema

Piattaforme digitali sempre più care negli Usa (e con pessimi film) Netflix, Amazon Prime Video, Disney+, etc. etc., sempre più costosi con sempre minor qualità dei film. Non è la mia personale opinione, per quanto con frustazione cerchi, la sera, un film decente da guardare. E’ l’opinione che si sta diffondendo negli Stati Uniti, ossia dove le cose accadono prima che succedano da noi in Italia e in Europa. Due giorni fa, infatti, il Los Angeles Time titolava così un suo articolo: “Streaming services raise prices — and frustration”. All’interno di un lungo e dettagliato articolo si raccontava, citando la vicenda di una famiglia-tipo, come “Sei anni fa, quando Kate Keridan si è iscritta a Disney+, il costo era di 6,99 dollari al mese, offrendo alla sua famiglia l’accesso a centinaia di film come “Il Re Leone” e migliaia di episodi di serie TV, incluse quelle di Star Wars e programmi senza pubblicità. Ma da allora, il prezzo è salito a 17,99 dollari al mese. Questo è stato il colpo di grazia per Keridan, 46 anni, che ha raccontato come suo marito abbia annullato Disney+ il mese scorso”. I prezzi raddoppiano, infatti. Il Los Angeles Time precisa ancora: “Un tempo venduti a prezzi scontati, molte piattaforme hanno aumentato i prezzi a un ritmo che, secondo i consumatori, li frustra. Le società dell’intrattenimento, sotto pressione da parte degli investitori per aumentare i profitti, hanno giustificato gli aumenti con una maggiore offerta di contenuti — ma non sempre gli abbonati ne sono convinti. Secondo la società di consulenza Deloitte, i clienti stanno pagando in media 22 dollari in più al mese per i servizi di streaming video rispetto a un anno fa. Da ottobre, le famiglie statunitensi hanno speso in media 70 dollari al mese, rispetto ai 48 dollari dell’anno precedente”.
E da noi? Da noi il prezzo di base di Netflix, per fare l’esempio della piattaforma più diffusa, dopo un primo aumento è rimasto sostanzialmente stabile, ma con l’aggiunta della pubblicità, mentre l’abbonamento senza pubblicità è salito regolarmente. Sky, invece, ha fatto una scelta di gestione dei vari pacchetti che ha confermato sostanzialmente i costi ma dando meno servizi dopo una prima fase “a manica larga”. In buona sostanza, la possibilità di applicare aumenti come avviene degli States è minima per gli operatori, perché la crisi del Paese fa sì che in presenza di aumenti, si abbandoni il servizio. Il vero problema resta quello della qualità dei film che vengono distribuiti. Troppi, mal realizzati, spesso fotocopie l’uno dell’altro. E, purtroppo, diffusi (quelli buoni) su varie piattaforme alle quali, per scegliere, bisognerebbe essere abbonati. La cosa migliore? Andare al cinema. Costa di più, ma ne vale la pena.
