cronaca
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Il cellulare mentre guidi, qualche multa in più e una vetrina in meno

La notizia data da Repubblica Prendo spunto dalla notizia uscita proprio oggi su tutti i giornali: l’autista del tram deragliato a Milano (due morti e cinquanta feriti) sarebbe stato al telefono fino a pochi secondi, una dozzina, prima del deragliamento. Insomma, invece di guardare la strada, telefonava. La cosa, sempre che poi sia accertata dal processo che ne conseguirà, non mi sorprende. Io non so cosa facciano gli agenti della polizia locale a Pavia – intendo dire, oltre a multare il Sottovento (su, su, si fa della satira) – ma certo non controllano a sufficienza gli automobilisti. Forse non hanno le forze sufficienti, forse gli viene detto che ci sono cose più importanti da fare (appunto, controllare le vetrine dei negozi), sta di fatto che ogni giorno, mediamente, incrocio tre o quattro automobilisti con il cellulare attaccato all’orecchio mentre guidano. Per esempio, oggi, durante la mia solita e lunga camminata mattutina, se ne ho visti un paio, altri tre me li sono trovati davanti mentre andavo a Milano (segno che i vigili, pure a Milano, mica si interessano molto alla questione sicurezza).
Chi ve la sta menando con questa storia, ossia io, è un pentito. Lo ammetto, utilizzavo il cellulare mentre guidavo. Certo, nella maggior parte dei casi collegato in bluetooth, ma anche per mandare messaggi o controllare qualche social quando ero fermo ai semafori. Male, malissimo. A un certo punto ho smesso. Ho compreso che stavo mettendo a rischio la vita degli altri, dei pedoni e dei ciclisti in particolare. Ho compreso che gli anni passano per tutti (anche per me, falso anziano) e che i riflessi rallentano. E figuriamoci i riflessi se guardi lo schermo del telefonino mentre guidi.
Insomma, l’invito ai vigili e a chi li comanda – giuro invito affettuoso perché, avendo amici vigili e conoscendo il loro lavoro, di loro ho stima – è di multare qualche vetrina in meno e sospendere qualche patente in più a chi usa il cellulare in auto.
E ricordate: chi usa il cellulare mentre guida, evidentemente, vota Sì al referendum.
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23 buone ragioni per votare No al referendum sulla giustizia: ragioni dal n° 16 al n° 23

Cittadini di serie A e cittadini di serie B. E brava la mia intelligenza artificiale! Suppongo che qualcuno ne sarà felice. Prendo atto. Ma il mio forse noioso tentativo di sponsorizzare il voto per il No al referendum sulla giustizia – un No motivato secondo me da diverse ragioni tecniche e che hanno a che vedere, in primo luogo, con la difesa della Costituzione e quindi dei diritti di tutti noi cittadini – si ferma qui. D’altro canto, si rispetta il silenzio elettorale. Con una singola riflessione che comprende, diciamo così, gli ultimi otto buoni motivi per votare contro questa riforma del centrodestra. Ho deciso così dopo aver letto, su Fanpage, una notizia vecchia che mi era sfuggita. Una notizia (persino di qualche mese fa, pensate) che, per il suo contenuto, mi convince che qualsiasi proposta di riforma che arrivi da questa parte politica che oggi governa il Paese nasconda, o possa nascondere (concedo il beneficio di qualche norma sincera) un trucco, un vulnus per la democrazia e per i diritti. Insomma, tutto il resto alla fine sono chiacchiere.
Prima di parlarne, le facce di quelli che, anche qui, vorrebbero modificare la Costituzione:





Questi sono i volti di Andrea Barabotti, Gianangelo Bof, Laura Cavandoli, Fabrizio Cecchetti e Alessandro Giglio Vigna, i cinque parlamentari leghisti che hanno presentato un progetto di legge che prevede italiani di serie A e italiani di serie B. Quelli che non sono nati in Italia, non potranno fare carriera politica. “Davanti alle possibili trasformazioni sociali e ad alcune crescenti pressioni esterne, occorre garantire che, nei punti più sensibili dell’architettura costituzionale, la guida delle istituzioni sia affidata a cittadini che possiedono un legame originario e pieno con la Nazione”, sostengono i deputati leghisti.
Il testo, presentato il 10 dicembre e pubblicato sul sito della Camera (ho controllato che non fosse una fake news: chi volesse leggerlo), è composto da quattro articoli, che puntano a modificarne altrettanti della Costituzione, i numero 63, 84, 92 e 122. Il ddl introduce per alcune cariche dello Stato e delle Regioni un requisito ulteriore e più specifico: la cittadinanza italiana per nascita. Solo i cittadini italiani di diritto dunque, potranno aspirare a diventare presidente della Repubblica, presidente del Consiglio dei ministri, presidente del Senato e presidente della Giunta regionale. Presidente del Senato. Cioè, davvero qualcuno pensa che oggi sia occupato da chi se lo merita solo perché nato in Italia?
Bene. Questa proposta per me è definitiva: da politici che presentano un progetto di legge del genere, non posso che aspettarmi il peggio. E quindi, francamente, non mi fido. Neppure per il referendum. Non ne faccio una questione politica, ma etica. Anzi, di banale prudenza. Da gente così, e dalle loro proposte, meglio tenersi alla larga.
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23 buone ragioni per votare No al referendum sulla giustizia: ragione n° 15

In attesa che i soliti troll (invece di replicare nel merito) mi accusino di non aver letto la proposta di riforma costituzionale che dovrà confermare o meno al referendum del 22 e 23 marzo (dove, caldamente, invito a votare NO), affronto, come quindicesimo tema, quello della contraddizione tra le posizioni del Partito Democratico e l’attuale quesito referendario. Ossia, è l’osservazione, il Pd era favorevole alla separazione delle carriere e ora le contesta. Circostanza, questa, a dimostrazione che quella del Pd sarebbe solo una posizione antigovernativa e non nel merito. Al di là del fatto che anche se fosse, eddai!, non ci sarebbe niente di male, non è così. Anche questa è una falsa rappresentazione. Il Pd, infatti, era a favore della separazione delle carriere la quale, concretamente, è già stata attuata dalla riforma Cartabia. Oggi come oggi, le due carriere sono praticamente separate. Ciò che il Pd contesta, e con lui tutto il fronte del No, è la creazione di due Csm e di una Alta corte di giustizia che dovrebbe applicare le sanzioni disciplinari.
In conclusione: la proposta Pd, che risale al 2019, e la riforma al referendum del 2026, condividono il principio di fondo della separazione delle carriere, ma la riforma al centro del referendum va ben oltre: interviene sulla Costituzione, crea un doppio Csm, istituisce una Corte disciplinare separata e introduce il sorteggio. Sono proprio questi elementi aggiuntivi — non la separazione in sé — il terreno su cui il Pd di oggi motiva la sua opposizione.
Ma come nell’improvvisazione jazz, tanto dipende dall’intenzione. Intendo dire. E mi rivolto ai simpatizzanti per il Sì, che legittimamente sostengono la loro tesi. Signori del Sì, come sapete gran parte di questo governo è formata da incompetenti, ex simpatizzanti fascisti, persone istituzionalmente scorrette. Gente, come ho detto, dalla quale non comprerei un’auto usata. Quando, nei loro social o in tv, sostengono il Sì, fate una verifica sul loro passato, sulle loro competenze, sulle loro idee politiche relative a democrazia, rispetto, libertà di opinione. Ricordo, così di passaggio, che il che il sottosegretario alla Giustizia, Delmastro (FdI), durante la presentazione di una nuova auto della Polizia Penitenziaria, disse: “Mostrare come non si permette di respirare a chi si trova all’interno del blindato è una gioia intima per il sottoscritto… come noi incalziamo chi sta dietro quel vetro oscurato”. Quando sostiene il Sì, che credibilità ha?
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23 buone ragioni per votare No al referendum sulla giustizia: ragione n° 12

Questa volta ho cercato in rete una serie di ragioni sarcastiche per votare Sì. Eccone cinque.
- Votare Sì è l’ideale se ami le riforme epocali che risolvono problemi già risolti. Oggi, tra giudici e pubblici ministeri, i passaggi di funzione sono ridotti all’osso: nell’ultimo anno, solo 42 magistrati su circa 9.000 hanno cambiato “casacca” . È una rivoluzione per impedire qualcosa che già quasi non succede, come installare un allarme iper-sofisticato in una casa dove non entra mai nessuno.
- Con la separazione delle carriere, si vuole evitare che pm e giudice facciano squadra. Ma il pm, nel nostro sistema, non è lì per vincere a tutti i costi: il suo mestiere è cercare la verità, tant’è che è suo dovere chiedere l’assoluzione se emergono prove di innocenza . Con la riforma, rischiamo di trasformarlo in un avversario che deve fare gol per forza. Perché, si sa, l’importante non è la verità, ma non partecipare allo stesso torneo di calcetto.
- I sostenitori del Sì dicono che in Italia c’è un innocente condannato ogni otto ore . Un dato drammatico, se fosse vero che dipende dall’unità delle carriere. Peccato che i paesi con le carriere separate (come la Francia) non abbiano percentuali di errore inferiori alle nostre . Ma è più facile dare la colpa a un nemico astratto che alla complessità della vita. Un po’ come dare la colpa alla luna se piove.
- Verrà istituita una nuova Corte disciplinare, perché quella attuale è evidentemente troppo indulgente. Peccato che i dati mostrino come l’Italia irroghi il sestuplo delle condanne disciplinari ai magistrati rispetto alla Francia . Ma chi siamo noi per lasciarci guidare dai dati, quando possiamo lasciarci guidare dalla sensazione che siano tutti corrotti?
- Stanchi delle correnti e delle lobby? Con il Sì, i componenti togati del Csm verranno sorteggiati. Perfetto se pensi che la complessità della giustizia si possa affidare alla dea bendata. Peccato che i “laici”, quelli scelti dal Parlamento, verranno comunque selezionati dalla politica, per sorteggiarnli. In pratica, è come se il croupier fosse sempre lo stesso, ma le carte le taglia un bambino bendato. Un modo geniale per spezzare il potere delle correnti… sostituendolo con il potere della fortuna.
- Votare Sì è l’ideale se ami le riforme epocali che risolvono problemi già risolti. Oggi, tra giudici e pubblici ministeri, i passaggi di funzione sono ridotti all’osso: nell’ultimo anno, solo 42 magistrati su circa 9.000 hanno cambiato “casacca” . È una rivoluzione per impedire qualcosa che già quasi non succede, come installare un allarme iper-sofisticato in una casa dove non entra mai nessuno.
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23 buone ragioni per votare No al referendum sulla giustizia: ragione n° 11

Oggi me la cavo rapidamente che poi devo andare a fare la spesa. Diciamo che la undicesima buona ragione per votare No non è esattamente una buona ragione. Non è, forse, neppure una ragione. Neanche un invito. E’ la presa d’atto che forse, da parte di chi sostiene il No e di chi sostiene il Sì, non serve a nulla, a quasi nulla, utilizzare argomenti ragionevoli, che siano più o meno condivisibili. E allora, come succede sempre, si punta alla pancia dell’elettore, spaventandolo (nel caso del No), oppure raccontando delle clamorose balle (nel caso del Sì).
Ma è una battaglia persa, come conferma questa notizia:
La notizia pubblica da Internazionale -
23 buone ragioni per votare No al referendum sulla giustizia: ragione n° 10

Giuro, non è Lercio. Ho controllato sulla pagina Facebook ufficiale di FdI Una premessa alla decima buona ragione per votare No al referendum sulla giustizia. Per onestà, va detto che leggendo ad esempio Il Foglio (non i beceri altri quotidiani di destra, il Tempo ad esempio, che sembra la Pravda della Meloni) si trovano ragionevoli motivazioni per votare Sì, non tali da modificare la mia opinione, ma assolutamente meritevoli di approfondimento. Al contrario, sfogliando le pagine de Il Fatto Quotidiano, trovi interessanti riflessioni sulla necessità di votare No, ovviamente discutibili e criticabili. Fin qui ci siamo? Bene. Questo rende il mio complesso obiettivo – arrivare al 23 marzo con 23 buone ragioni per il No – particolarmente faticoso. Creare un post originale è tutt’altro che semplice. Poi, la mattina, mentre sfogli i social… Ecco, la vincitrice. Ecco in una sola immagine una ragione per votare No: se questa parlamentare vota Sì, deve avere per forza torto. A prescindere. Ragionamento logicamente fallace, il mio. Ma prendetelo per com’è.
Buon voto.Ps. Alice Buonguerrieri è laureata in Giurisprudenza, è avvocato patrocinante in Cassazione. Amen.
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23 buone ragioni per votare No al referendum sulla giustizia: ragione n° 9

A destra, la seconda carica dello Stato (siamo messi così) Beh, quota dieci si avvicina. Per la nona buona ragione per votare No al referendum del 22 e 23 marzo sarò molto breve. Questa mattina, mentre ragionavo su cosa diavolo inserire nel post visto che, come dico sempre, tanti meglio di me si stanno occupando della questione, a venirmi incontro è stato Tommaso Montanari, il filosofo, con la pubblicazione di una fotografia. Prima di parlarne, ma la vedete qui sopra e quindi immaginerete il tema, una piccola premessa. Ecco, io non sono molto favorevole a discutere del referendum basandomi sulle persone che sono a favore o contro. Voglio dire: se Hannibal Lecter fosse a favore del No, questo non intaccherebbe il valore delle motivazioni e lo stesso varrebbe se a favore del Sì ci fosse Madre Teresa di Calcutta. Però… però a volte non è tanto la persona in sè, sulla quale si posso avere disparate opinioni, ma da dove arriva quella persona, a cosa probabilmente fa riferimento da sempre, anche se ha dovuto smettere di sostenerlo. Insomma, la faccio breve. Siamo davvero certi, rifletteteci, che una riforma voluta da uno che in casa ha il busto di Mussolini, che del Duce piangeva la morte e la celebrava, e da un altro che alle feste per divertimento si vestiva da nazista, e l’elenco potrebbe essere lungo, non nasconda, questa riforma, un altro desiderio?
Fate voi, io, almeno per prudenza, voto No.
Il post originale di Tommaso Montanari -
23 buone ragioni per votare No al referendum sulla giustizia: ragione n° 8

E siamo alla ottava ragione, domenicale. E lo devo confessare. La lettura dell’articolo di Luciano Capone che racconta la brutta figura del pm Henry John Woodcock su La7 nel confronto con il vicepresidente ella Camera, il forzista Giorgio Mulè, sulla riforma Nordio, mi ha colpito. Intanto perché leggo sempre con piacere le critiche alla magistratura di Capone, come quelle di Antonucci, entrambi giornalisti de Il Foglio, e poi perché per fare una brutta figura con Mulè, scarso di argomenti di solito ma aggressivo, bisogna proprio impegnarsi. Se non leggete Il Foglio, trovate i video su internet. Poi, messo da parte il quotidiano diretto da Cerasa, ho riflettuto sulla questione: tutto questo che rapporto ha con il referendum? Nessuno. Abbiamo solo scoperto, appunto leggendo Capone, che Woodcock non è famoso per i successi ottenuti come pm, che non ha snocciolato buone ragioni a favore del No, che quasi quasi ha dato ragione alle motivazioni alla base del Sì. E allora? Noi (del No) abbiamo Woodcock, voi (del Sì) avete Nordio. Ogni fazione ha le sue pene.
Detto questo, un paio di situazioni hanno rinforzato la mia convinzione che la battaglia del centrodestra per il No poco abbia a che vedere con i contenuti tecnici della riforma portata al voto confermativo o meno, ma molto con il desiderio di sostituirsi ai giudici, meglio, di decidere lo cosa indagare e come giudicare. Ecco gli esempi.Non entro nella questione della famiglia nel bosco. Come deve essere, se ne occuperanno i giudici. Se sia funzionale e corretta la norma che tutela prima il benessere dei figli e poi il diritto dei genitori (per dirla alla carlona, s’intende), è fatto discutibile. Si interviene modificando la legge, ovviamente. Invece, per fare propaganda, la Meloni e il centrodestra attaccano i giudici su una vicenda che ha a che vedere solo sulle competenze di servizi sociali, consulenti e così via. E quindi….

Per non dire…

Insomma, è chiaro. Per chiunque sappia qualcosa di diritto, siamo di fronte a frasi senza alcun senso. Le norme, se non piacciono, si cambiano. Non si cambiano i giudici, non si cerca un maggiore controllo sulla magistratura, ma si modificano le leggi, in Parlamento se possibile, si migliora la formazione e la competenza di chi ci deve giudicare, ma non si prova a mettere la mordacchia alla magistratura. Amen. Buona domenica.
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23 buone ragioni per votare No al referendum sulla giustizia: ragione n° 7

Come sempre si fa per scherzare Questa volta mi arrendo alle critiche. Basta divagazioni più o meno personali sulle (fino a ora sei) buone ragioni per votare No al referendum. Oddio, dopo i commenti beceri del centrodestra sulla vicenda della famiglia nel bosco, un po’ di voglia di fare del sarcasmo mi è venuta, ma poi trovo sempre il fastidioso commentatore che mi chiede se ho letto e studiato la riforma… e così per una volta mi affido alle parole di Andrea Fabozzi, direttore de Il Manifesto, che ha aperto con questo intervento un mini-inserto del quotidiano sulla questione del referendum. Condivido, ovviamente, ogni sua parola.
La bussola da seguire quando si tratta di orientarsi in materia di giustizia, soprattutto in un paese come il nostro dove molti diritti sono scolpiti nella Costituzione e lì restano inattuati e dove a furia di strette autoritarie rischiamo l’asfissia per la «sicurezza», l’unica bussola utile per fare scelte giuste resta quella delle garanzie. Ogni misura, ogni provvedimento di legge che può andare nella direzione di rendere effettive le garanzie – la non discriminazione, la libertà personale, l’uguaglianza davanti alla legge – va valutato positivamente, poco o tanto a seconda di quanto è efficace e di quanto spazio può aprire alla realizzazione dei principi costituzionali. Al contrario bisogna diffidare delle proposte che perseguono l’obiettivo opposto, anche se nella propaganda e persino nella veste formale che assumono si presentano come garantiste. Così è la riforma costituzionale sulla separazione delle carriere, in realtà la divisione della magistratura, per la quale andremo al referendum il 22 e 23 marzo.
Ci sono due ordini di ragioni per le quali una riforma che dichiara di attuare i principi garantisti del giusto processo secondo il rito accusatorio, allontanando i magistrati giudicanti da quelli requirenti per rafforzare la terzietà del giudice, si concretizza invece in una pericolosa minaccia a quelle garanzie sulle quali ognuno di noi deve poter fare affidamento nel momento in cui finisce a confronto del «terribile e odioso» potere giudiziario.
Il primo ordine di ragioni è di tipo tecnico e riguarda il contenuto della riforma. Che non è tanto separare i giudici da pm per il semplice fatto che questa separazione è già realtà, le due strade sono ormai lontane – a prescindere dal fatto se questo sia un bene o un male, noi propendiamo per il male – per quanto difficili e dunque rari sono diventati i passaggi di funzione. C’è agli atti la prova definitiva che questa riforma costituzionale è un eccesso rispetto all’obiettivo dichiarato: porta la firma di Giuliano Vassalli, proprio il partigiano e giurista che il ministro Nordio arruola al contrario tra i sostenitori (postumi) della separazione costituzionale delle carriere.
Vassalli era il presidente della Corte costituzionale che nel 2000 nell’ammettere una richiesta di referendum abrogativo sulla separazione delle carriere stabilì che la nostra Costituzione non impone affatto una carriera unica né la vieta, lasciando il legislatore ordinario libero di separare rigidamente giudici da pm come in effetti è stato fatto nel corso degli anni, tanto che oggi il passaggio riguarda lo 0,5% dei magistrati. La riforma Meloni-Nordio, evidentemente, tocca la Costituzione per fare altro e cioè spaccare il Consiglio superiore della magistratura in tre – oltre al Csm dei giudici e a quello dei pm ci sarà un’Alta corte che erediterà le funzioni disciplinari -, frammentare l’autogoverno delle toghe, umiliare con il sorteggio il loro potenziale contributo al dibattito critico sulla giurisdizione (quanto ce ne sarebbe bisogno), aumentare il peso dei rappresentanti politici nell’organo (sorteggiati anche loro, ma solo dopo essere stati scelti dal parlamento a maggioranza). Che il Csm non debba essere solo quell’ufficio burocratico che la destra immagina, magari perché l’unico criterio di aggregazione superstite sia quello delle cordate clientelari che il sorteggio non esclude affatto, ce l’ha ricordato il presidente Mattarella qualche giorno fa, presentandosi a presiedere una seduta ordinaria dopo gli attacchi scomposti di Nordio.
Il corollario di questa divisione radicale del mondo della magistratura in due sarà la nascita di un corpo di magistrati inquirenti dediti solo all’accusa, onnipotenti nel loro Csm, con l’unico obiettivo della condanna. Sostanzialmente dei poliziotti in toga che dovranno necessariamente essere attratti nell’orbita del potere esecutivo sia per la scelta dei criteri di priorità nelle indagini (il ministro Nordio lo ha del resto sostanzialmente promesso) sia per quanto riguarda la dipendenza gerarchica (questo invece lo ha annunciato il ministro Tajani). Una controrivoluzione rispetto ai principi costituzionali di indipendenza e autonomia, che non c’entra niente con l’obiettivo dichiarato della terzietà del giudice e che smentisce il carattere garantista di questa riforma.
Come del resto fa il secondo ordine di ragioni per le quali va respinta, ragioni di tipo politico perché attengono alle motivazioni che hanno portato qui il governo Meloni. Per nulla difficili da indagare, visto che è la stessa presidente del Consiglio, sono i suoi ministri a non stancarsi di ripetere ogni giorno in maniera più aggressiva che il problema della giustizia italiana non sono i tempi infiniti (che cresceranno, dopo che il governo non ha confermato i precari che lavoravano agli uffici del processo), non è l’eccesso di reati (ne hanno introdotti decine di nuovi), non è l’abuso del ricorso alla detenzione (i suicidi aumentano e le carceri scoppiano, ora anche quelle dei minori), non è la disparità dei cittadini davanti alla legge (la durezza delle loro leggi penali non è commisurata alla pericolosità del reato ma all’identità del presunto colpevole; hanno tagliato il gratuito patrocinio), ma il problema della giustizia italiana sono i magistrati che non rispettano le volontà del governo e della maggioranza.
Dunque questa riforma della giustizia che si propone di rimediare a questa insubordinazione delle toghe che, quando c’è, è in realtà rispetto della gerarchia delle leggi, è in stretta continuità con la valanga di decreti in tema di sicurezza e immigrazione, con le norme di favore per le forze dell’ordine, con l’ambizione di introdurre il premierato assoluto e consentire la secessione delle regioni ricche del nord. È in sintesi un tassello centrale nella nuova dottrina autoritaria della destra. Uno dei pochi che può trovare ostacolo nel voto popolare.
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23 buone ragioni per votare No al referendum sulla giustizia: ragione n° 6

Il palazzo di giustizia di Firenze Giorno dopo giorno, siamo alla sesta buona ragione per votare No al referendum. Va da sè che è probabile che 23 buone ragioni non mi vengano tutte e quante in mente, perché questo escamotage sul titolo del post serve a parlare di temi che mi interessano e segnalare come spesso prima di parlare, scrivere e postare bisognerebbe informarsi. E come ancora chi fa politica, s’intende da ogni parte (destra, centro e sinistra) dovrebbe non solo portare acqua al suo mulino ma aiutare i cittadini-elettori a comprendere la complessità. Ecco, uno che non lo sta facendo e si comporta come un cavernicolo (intellettualmente parlando) è tal Alessandro Ciriani, parlamentare europeo di Fratelli d’Italia. Il quale pubblica un post del genere:

Il post di Ciriani La vicenda, ovviamente, è più complicata. E sia chiaro, un assassino dovrebbe restare in carcere se la condanna è definitiva (mi pare che ci sia, dalle nostre parti, qualcuno condannato in primo grado per omicidio che gira allegramente per strada continuando a fare il suo lavoro, o mi sbaglio?) In primo luogo non c’entra nulla lo stare bene o lo stare male. Il atto è che atti internazionali indicano le carceri greche, dove dovrebbe essere estradato, in tali condizioni da non garantire il rispetto dei diritti umani. Ora, questo aspetto, che ci pare incredibile, è uno strumento di diritto e rispetto di civiltà. Immaginiamo che la sentenza riguardi un nostro amico: vorremmo che scontasse la pena, magari anche giusta, in un carcere dove viene maltrattato e dove le condizioni sono incivili? Infatti, il 27enne pakistano sarebbe stato associato alle carceri di Negrita o Salonicco, ed è su questo che hanno puntato gli avvocati dello straniero, negando le accuse anche per assenza di “gravi indizi di colpevolezza”. I giudici, acquisendo le informazioni del rapporto europeo per la prevenzione della tortura, hanno stabilito che alla luce di un non neutralizzato “rischio di trattamenti inumani o degradanti”, c’è la “necessità di negare la consegna”.
Il commento di Ciriani è poi delirante: con questa vicenda (e ovviamente con il referendum sulla giustizia) nulla c’entra la magistratura “ideologizzata” o il “garantismo a senso unico” (nel senso che non si è abbastanza garantisti con i politici?). Così, non ci si comporta se si è parlamentari. Si critica la decisione, magari dopo aver letto le motivazioni dei giudici che io, come suppongo Ciriani, ho ancora letto.
