giornalismo
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23 buone ragioni per votare No al referendum sulla giustizia: ragione n° 11

Oggi me la cavo rapidamente che poi devo andare a fare la spesa. Diciamo che la undicesima buona ragione per votare No non è esattamente una buona ragione. Non è, forse, neppure una ragione. Neanche un invito. E’ la presa d’atto che forse, da parte di chi sostiene il No e di chi sostiene il Sì, non serve a nulla, a quasi nulla, utilizzare argomenti ragionevoli, che siano più o meno condivisibili. E allora, come succede sempre, si punta alla pancia dell’elettore, spaventandolo (nel caso del No), oppure raccontando delle clamorose balle (nel caso del Sì).
Ma è una battaglia persa, come conferma questa notizia:
La notizia pubblica da Internazionale -
23 buone ragioni per votare No al referendum sulla giustizia: ragione n° 9

A destra, la seconda carica dello Stato (siamo messi così) Beh, quota dieci si avvicina. Per la nona buona ragione per votare No al referendum del 22 e 23 marzo sarò molto breve. Questa mattina, mentre ragionavo su cosa diavolo inserire nel post visto che, come dico sempre, tanti meglio di me si stanno occupando della questione, a venirmi incontro è stato Tommaso Montanari, il filosofo, con la pubblicazione di una fotografia. Prima di parlarne, ma la vedete qui sopra e quindi immaginerete il tema, una piccola premessa. Ecco, io non sono molto favorevole a discutere del referendum basandomi sulle persone che sono a favore o contro. Voglio dire: se Hannibal Lecter fosse a favore del No, questo non intaccherebbe il valore delle motivazioni e lo stesso varrebbe se a favore del Sì ci fosse Madre Teresa di Calcutta. Però… però a volte non è tanto la persona in sè, sulla quale si posso avere disparate opinioni, ma da dove arriva quella persona, a cosa probabilmente fa riferimento da sempre, anche se ha dovuto smettere di sostenerlo. Insomma, la faccio breve. Siamo davvero certi, rifletteteci, che una riforma voluta da uno che in casa ha il busto di Mussolini, che del Duce piangeva la morte e la celebrava, e da un altro che alle feste per divertimento si vestiva da nazista, e l’elenco potrebbe essere lungo, non nasconda, questa riforma, un altro desiderio?
Fate voi, io, almeno per prudenza, voto No.
Il post originale di Tommaso Montanari -
23 buone ragioni per votare No al referendum sulla giustizia: ragione n° 8

E siamo alla ottava ragione, domenicale. E lo devo confessare. La lettura dell’articolo di Luciano Capone che racconta la brutta figura del pm Henry John Woodcock su La7 nel confronto con il vicepresidente ella Camera, il forzista Giorgio Mulè, sulla riforma Nordio, mi ha colpito. Intanto perché leggo sempre con piacere le critiche alla magistratura di Capone, come quelle di Antonucci, entrambi giornalisti de Il Foglio, e poi perché per fare una brutta figura con Mulè, scarso di argomenti di solito ma aggressivo, bisogna proprio impegnarsi. Se non leggete Il Foglio, trovate i video su internet. Poi, messo da parte il quotidiano diretto da Cerasa, ho riflettuto sulla questione: tutto questo che rapporto ha con il referendum? Nessuno. Abbiamo solo scoperto, appunto leggendo Capone, che Woodcock non è famoso per i successi ottenuti come pm, che non ha snocciolato buone ragioni a favore del No, che quasi quasi ha dato ragione alle motivazioni alla base del Sì. E allora? Noi (del No) abbiamo Woodcock, voi (del Sì) avete Nordio. Ogni fazione ha le sue pene.
Detto questo, un paio di situazioni hanno rinforzato la mia convinzione che la battaglia del centrodestra per il No poco abbia a che vedere con i contenuti tecnici della riforma portata al voto confermativo o meno, ma molto con il desiderio di sostituirsi ai giudici, meglio, di decidere lo cosa indagare e come giudicare. Ecco gli esempi.Non entro nella questione della famiglia nel bosco. Come deve essere, se ne occuperanno i giudici. Se sia funzionale e corretta la norma che tutela prima il benessere dei figli e poi il diritto dei genitori (per dirla alla carlona, s’intende), è fatto discutibile. Si interviene modificando la legge, ovviamente. Invece, per fare propaganda, la Meloni e il centrodestra attaccano i giudici su una vicenda che ha a che vedere solo sulle competenze di servizi sociali, consulenti e così via. E quindi….

Per non dire…

Insomma, è chiaro. Per chiunque sappia qualcosa di diritto, siamo di fronte a frasi senza alcun senso. Le norme, se non piacciono, si cambiano. Non si cambiano i giudici, non si cerca un maggiore controllo sulla magistratura, ma si modificano le leggi, in Parlamento se possibile, si migliora la formazione e la competenza di chi ci deve giudicare, ma non si prova a mettere la mordacchia alla magistratura. Amen. Buona domenica.
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23 buone ragioni per votare No al referendum sulla giustizia: ragione n° 7

Come sempre si fa per scherzare Questa volta mi arrendo alle critiche. Basta divagazioni più o meno personali sulle (fino a ora sei) buone ragioni per votare No al referendum. Oddio, dopo i commenti beceri del centrodestra sulla vicenda della famiglia nel bosco, un po’ di voglia di fare del sarcasmo mi è venuta, ma poi trovo sempre il fastidioso commentatore che mi chiede se ho letto e studiato la riforma… e così per una volta mi affido alle parole di Andrea Fabozzi, direttore de Il Manifesto, che ha aperto con questo intervento un mini-inserto del quotidiano sulla questione del referendum. Condivido, ovviamente, ogni sua parola.
La bussola da seguire quando si tratta di orientarsi in materia di giustizia, soprattutto in un paese come il nostro dove molti diritti sono scolpiti nella Costituzione e lì restano inattuati e dove a furia di strette autoritarie rischiamo l’asfissia per la «sicurezza», l’unica bussola utile per fare scelte giuste resta quella delle garanzie. Ogni misura, ogni provvedimento di legge che può andare nella direzione di rendere effettive le garanzie – la non discriminazione, la libertà personale, l’uguaglianza davanti alla legge – va valutato positivamente, poco o tanto a seconda di quanto è efficace e di quanto spazio può aprire alla realizzazione dei principi costituzionali. Al contrario bisogna diffidare delle proposte che perseguono l’obiettivo opposto, anche se nella propaganda e persino nella veste formale che assumono si presentano come garantiste. Così è la riforma costituzionale sulla separazione delle carriere, in realtà la divisione della magistratura, per la quale andremo al referendum il 22 e 23 marzo.
Ci sono due ordini di ragioni per le quali una riforma che dichiara di attuare i principi garantisti del giusto processo secondo il rito accusatorio, allontanando i magistrati giudicanti da quelli requirenti per rafforzare la terzietà del giudice, si concretizza invece in una pericolosa minaccia a quelle garanzie sulle quali ognuno di noi deve poter fare affidamento nel momento in cui finisce a confronto del «terribile e odioso» potere giudiziario.
Il primo ordine di ragioni è di tipo tecnico e riguarda il contenuto della riforma. Che non è tanto separare i giudici da pm per il semplice fatto che questa separazione è già realtà, le due strade sono ormai lontane – a prescindere dal fatto se questo sia un bene o un male, noi propendiamo per il male – per quanto difficili e dunque rari sono diventati i passaggi di funzione. C’è agli atti la prova definitiva che questa riforma costituzionale è un eccesso rispetto all’obiettivo dichiarato: porta la firma di Giuliano Vassalli, proprio il partigiano e giurista che il ministro Nordio arruola al contrario tra i sostenitori (postumi) della separazione costituzionale delle carriere.
Vassalli era il presidente della Corte costituzionale che nel 2000 nell’ammettere una richiesta di referendum abrogativo sulla separazione delle carriere stabilì che la nostra Costituzione non impone affatto una carriera unica né la vieta, lasciando il legislatore ordinario libero di separare rigidamente giudici da pm come in effetti è stato fatto nel corso degli anni, tanto che oggi il passaggio riguarda lo 0,5% dei magistrati. La riforma Meloni-Nordio, evidentemente, tocca la Costituzione per fare altro e cioè spaccare il Consiglio superiore della magistratura in tre – oltre al Csm dei giudici e a quello dei pm ci sarà un’Alta corte che erediterà le funzioni disciplinari -, frammentare l’autogoverno delle toghe, umiliare con il sorteggio il loro potenziale contributo al dibattito critico sulla giurisdizione (quanto ce ne sarebbe bisogno), aumentare il peso dei rappresentanti politici nell’organo (sorteggiati anche loro, ma solo dopo essere stati scelti dal parlamento a maggioranza). Che il Csm non debba essere solo quell’ufficio burocratico che la destra immagina, magari perché l’unico criterio di aggregazione superstite sia quello delle cordate clientelari che il sorteggio non esclude affatto, ce l’ha ricordato il presidente Mattarella qualche giorno fa, presentandosi a presiedere una seduta ordinaria dopo gli attacchi scomposti di Nordio.
Il corollario di questa divisione radicale del mondo della magistratura in due sarà la nascita di un corpo di magistrati inquirenti dediti solo all’accusa, onnipotenti nel loro Csm, con l’unico obiettivo della condanna. Sostanzialmente dei poliziotti in toga che dovranno necessariamente essere attratti nell’orbita del potere esecutivo sia per la scelta dei criteri di priorità nelle indagini (il ministro Nordio lo ha del resto sostanzialmente promesso) sia per quanto riguarda la dipendenza gerarchica (questo invece lo ha annunciato il ministro Tajani). Una controrivoluzione rispetto ai principi costituzionali di indipendenza e autonomia, che non c’entra niente con l’obiettivo dichiarato della terzietà del giudice e che smentisce il carattere garantista di questa riforma.
Come del resto fa il secondo ordine di ragioni per le quali va respinta, ragioni di tipo politico perché attengono alle motivazioni che hanno portato qui il governo Meloni. Per nulla difficili da indagare, visto che è la stessa presidente del Consiglio, sono i suoi ministri a non stancarsi di ripetere ogni giorno in maniera più aggressiva che il problema della giustizia italiana non sono i tempi infiniti (che cresceranno, dopo che il governo non ha confermato i precari che lavoravano agli uffici del processo), non è l’eccesso di reati (ne hanno introdotti decine di nuovi), non è l’abuso del ricorso alla detenzione (i suicidi aumentano e le carceri scoppiano, ora anche quelle dei minori), non è la disparità dei cittadini davanti alla legge (la durezza delle loro leggi penali non è commisurata alla pericolosità del reato ma all’identità del presunto colpevole; hanno tagliato il gratuito patrocinio), ma il problema della giustizia italiana sono i magistrati che non rispettano le volontà del governo e della maggioranza.
Dunque questa riforma della giustizia che si propone di rimediare a questa insubordinazione delle toghe che, quando c’è, è in realtà rispetto della gerarchia delle leggi, è in stretta continuità con la valanga di decreti in tema di sicurezza e immigrazione, con le norme di favore per le forze dell’ordine, con l’ambizione di introdurre il premierato assoluto e consentire la secessione delle regioni ricche del nord. È in sintesi un tassello centrale nella nuova dottrina autoritaria della destra. Uno dei pochi che può trovare ostacolo nel voto popolare.
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23 buone ragioni per votare No al referendum sulla giustizia: ragione n° 3
E’ chiaro, credo, che in questa serie di “buone ragioni” per il No, non ci sia da parte mia l’intenzione di infilarmi in discussioni tecniche sul quesito referendario. Altri, molti altri, troppi altri, lo hanno già fatto. Chi ancora è in grado di leggere, si informi sui giornali. Ora, però, vengo alla terza ragione. Al di là delle questioni tecniche, appunto, non c’è dubbio che la modifica della composizione del Csm rafforzi la presenza della politica e indebolisca la presenza della magistratura. Non fosse altro perché aumentano i membri laici, perché se li sceglie la maggioranza di governo senza la minoranza (molto, molto probabilmente: poi vedremo nel concreto se dovesse vincere il Sì), perché i magistrati si sorteggiano come se fossero tutti uguali mentre i rappresentati della politica si scelgono. Ora, siamo davvero sicuri di voler spostare la bilancia verso la politica, di qualsiasi colore sia?

La risposta è in questo post della parlamentare europea Anna Cisint, di Fratelli d’Italia. E’ un post con una foto falsa e una affermazione falsa. Ecco, immaginatevi questo personaggio che ha influenza nella scelta dei componenti del Csm e vi verrà facile capire la terza buona ragione.
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23 buone ragioni per votare No al referendum sulla giustizia: ragione n° 1

Il senso dell’umorismo dell’Ai (su mio suggerimento) La scelta irrazionale.
So che vale quello che vale, ma insomma, alla sola idea che la sconfitta del “Sì” possa far incazzare il centrodestra e in particolare personaggi come Salvini, Meloni, Fazzolari, Tajani &C., mi viene voglia di votare due volte. Sì e ancora Sì. D’accordo, sarebbe un voto non esattamente fondato sull’analisi della questione referendaria. Ma è questa prima ragione per votare Sì che viene in aiuto a tutti quelli che si stanno chiedendo per quale accidente di ragione dobbiamo separare le carriere dei magistrati, creare un nuovo organismo disciplinare, insomma fare in modo da poter limitare l’indipendenza della magistratura chissà con quali obiettivi. Oh, direi a queste persone, che ci sono una lunga serie piduistica di ragioni, ma appunto, sarebbe una gran fatica convincerle ad ascoltarle. E allora fate come i tifosi sfegatati, quelli che mica ragionano se c’era rigore o meno, ma gridano all’arbitro cornuto perché danneggia la loro squadra. Anche se quel rigore dato c’era davvero, ma che importa, noi volevamo vincere. Ecco, il primo approccio che consiglio è di ragionare a pelle: guardate le storia di chi vi suggerisce di votare Sì, guardate le loro facce, guardate il loro passato. Pensate che sono gente di destra e fatevi una domanda: vi rappresentano per davvero? Se anche avete un piccolissimo dubbio, votate No, che li farete incazzare. E poi sai che soddisfazione, la mattina dopo, ascoltarli in tv, leggere le loro parole sui giornali. Insomma, a farla breve: votate No perché sarà come tirargli una torta in faccia. Magari poi non serve a niente, ma sai che goduria.
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Boerchio, case per i ricchi e la scelta sulla diseguaglianza (cit. Piketty)

Immagine, come sempre, creata con l’Ai Unire i puntini, a volte, lascia in bocca il sapore della retorica persino populista e quindi bisogna fare attenzione. Ma ogni giorno, sfogliando i giornali e trovando conferma dalle ricerche scientifiche (cito l’ultimo libro che ho letto: “Natura, cultura e disuguaglianze. Una prospettiva comparativa e storica” di Thomas Piketty che conferma che la diseguaglianza è una scelta politica e non un destino antropologico), penso che questo mondo a due velocità mi fa sempre più impressione. Due velocità nella giustizia, nell’economia, nei diritti, nelle scelte politiche, nella possibilità di essere cittadino e uomo/donna libero effettivamente. E allora, uno dei temi che più mi preme è quello della casa, della possibilità per tutti – i giovani che devono crescere, le famiglie che devono resistere e gli anziani che hanno il diritto di prendere fiato – di una vita dignitosa tra quattro mura. Oggi leggo su La Provincia Pavese, il mio quotidiano preferito da sempre, che verranno recuperati il palazzo e la villa che fu dei Boerchio con annesso grandissimo e splendido giardino. Bene, quell’area era abbandonata da tempo. Che se ne farà? Appartamenti di lusso.
La crisi abitativa, va da sè, riguarda solo chi i soldi non li ha. E i grandi progetti riguardano, ancora, chi un po’ di soldi da parte li ha messi (qualche centinaio di migliaia di euro, s’intende). Vedremo quanto costeranno le case all’area ex Necchi e all’area ex Neca. Già oggi acquistare casa a Pavia è cosa per benestanti e gli affitti quasi pareggiano quelli milanesi. Non è Pavia una città per giovani e per chi ha un reddito modesto o appena superiore. E’ una città per ricchi. Non so se mi piace. E ancora una volta mi aspetto dalle pubbliche amministrazioni, a ogni livello, Comune compreso, uno sguardo nuovo e coraggioso verso queste esigenze. C’è bisogno di case ad affitto controllato, case popolari in vendita a prezzi calmierati. E questo può avvenire con scelte urbanistiche. Anche se stiamo scoprendo, leggendo La Provincia Pavese, che l’urbanistica è di per sè un bel problema.
Ripeto, ci vogliono azioni coraggiose. Perché come spiega molto bene Piketty nel suo breve saggio, che consiglio agli amministratori pubblici del centrosinistra, molto impegnati su Pucci e poco sulla carne viva del mondo, di leggere, la diseguaglianza è una scelta. Non un destino.
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Cinema e realtà, Sean Penn & Gregory Bovino e chi prenderà gli Oscar

Screenshot 
Screenshot Come sempre meno accade, la fantasia supera la realtà (anche se poi, dopo, ti accorgi che in realtà la realtà ha brutalmente superato la fantasia). Questo attorcigliarsi con le parole per prendere atto dello straordinario rapporto tra il film “Una battaglia dopo l’altra”, candidato a parecchie statuette dei prossimi Oscar, e quello che sta avvendendo negli States con la deriva violenta e sanguinaria di Minneapolis. L’analogie tra film (fantasia) e cronaca (realtà) sui temi della lotta violenta e feroce contro l’immigrazione negli Stati Uniti è già stata oggetto di analisi di colleghi più preparati di me. Mi limito a riportare un passaggio di un bell’articolo de Il Manifesto dei giorni scorsi proprio sulla questione: ” La travolgente tragicommedia di PT Anderson, girata un anno prima che scattassero i pogrom delle milizie di Ice, contiene il presagio, non solo dei rastrellamenti etnici, ma un personaggio come il colonnello Steven J Lockjaw. Il militare suprematista interpretato da Sean Penn (meritata candidatura per lui) sarebbe stato considerato una geniale invenzione di satira farsesca se non si sovrapponesse così perfettamente al comandante Gregory Bovino, il vero gerarca che gli Americani si sono ormai abituati a vedere dirigere le operazioni di pulizia etnica sulle strade del paese”. Ecco, il paragone, l’analogia incredibile, è tra Gregory Bovino e Sean Penn, analogia anche fisica come mostrano le due fotografie che ho allegato qui sopra.
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“Lo Stato del terrore è arrivato”, il monito del New York Times

Di fronte allo scempio che Trump sta facendo della democrazia e del suo stesso popolo, è difficile sia trovare le parole giuste, sia quelle originali. Non ho conoscenza e competenza sufficiente per dire meglio di altri. Mi affido dunque, sperando che possa essere utile, alle parole di chi sta vivendo e analizzando ciò che accade negli Usa, in particolare al commento che questa mattina ho letto sull’edizione on line del New York Times dal titolo “Lo Stato del terrore è arrivato”. Cito il primo paragrafo che, in qualche modo, dice tutto e sintetizza: “Dopo le ultime tre settimane di brutalità a Minneapolis, non dovrebbe più essere possibile dire che l’amministrazione Trump cerca semplicemente di governare questa nazione. Cerca di ridurci tutti a uno stato di paura costante – una paura della violenza da cui alcune persone possono essere risparmiate in un dato momento, ma da cui nessuno sarà mai veramente al sicuro. Questa è la nostra nuova realtà nazionale. Il terrore di Stato è arrivato”.
Poi, il mondo è bello perché è vario. E ci troviamo anche il quotidiano Il Tempo, conservatore, reazionario e filo trumpiano, che riesce a non mettere nella prima pagina le notizie da Minneapolis. Notizie e tragedie che sono una spina nel fianco della Meloni. Ma i lettori de Il Tempo, suppongo, non se ne preoccupano.
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Una speranza che qualcuno metta in riga Trump (democraticamente, s’intende)

La pagina del New Yotk Times Una speranza c’è. E viene dal New York Times e dal racconto in una sua pagina che, nei giorni scorsi, è stato dedicato al rapporto tra gli elettori, anche trumpiani, e il presidente degli Stati Uniti. I sondaggi e le analisi ci dicono che probabilmente la “luna di miele” con gli elettori certamente conservatori di destra, ma moderati, sta finendo. C’è, come dice il titolo, una sorta di inversione di tendenza. In particolare, poi, gli elettori – che sono, ripeto, conservatori – ritengono che Trump si sia impegnato su priorità sbagliate. Insomma, la lotta feroce contro gli immigrati, l’utilizzo di una forza di stile nazi-fascista come l’Ice, non vengono visti come la soluzione a un Paese, gli Usa, che ha visto crescere la ricchezza di chi ricco già lo era, mentre la fascia medio bassa della popolazione non ha avuto miglioramenti nella propria situazione di vita quotidiana e a volte persino peggioramenti. Insomma, come detto, una speranza c’è ed è quella delle elezioni di novembre, di medio termine, dove Trump potrebbe perdere la maggioranza alla Camera o al Senato. Ma in quel caso, come reagirà al verdetto elettorale? E permetterà davvero che si vada al voto? Vuoi vedere che dovremo guardare agli Usa come oggi guardiamo alla Russia e alla Cina? Che tristezza.
