Città e Paesi
-
I data center così tecnologici che spengono le luci nei nostri paesi (o lo faranno)

I data center possono provocare black out elettrici? La domanda, come racconta bene Giovanni Scarpa nel suo articolo su La Provincia Pavese, se la pone il comitato CivicaMente Uniti di Vellezzo Bellini, proprio a fronte di una serie di interruzioni della fornitura elettrica nella zona non dovute o non collegate direttamente al maltempo. La questione è interessante. Negli Stati Uniti, ma anche in altri Paesi europei, il proliferare di questi data center, la maggior parte dei quali impegnati a fornire energia all’attività dell’intelligenza artificiale, ha provocato due effetti: l’aumento delle tariffe e, appunto, interruzioni della fornitura. A sostenerlo, ad esempio, è un rapporto 2025 della North American Electric Reliability Corporation (NERC), l’organismo regolatore del settore elettrico, secondo il quale “il boom dei servizi di AI potrebbe mettere in seria difficoltà la rete elettrica statunitense e canadese già a partire dal prossimo anno“. Inoltre, spiega il sito HDBlog, “le prime avvisaglie di questi problemi potrebbero manifestarsi nel Midwest degli Stati Uniti, ma secondo la NERC quasi tutte le regioni del Nord America potrebbero sperimentare interruzioni significative della fornitura elettrica nel corso del prossimo decennio. Il rischio di blackout risulterà particolarmente elevato durante i periodi di picco della domanda energetica”.
In sintesi. Il problema principale evidenziato dalla NERC risiede nella natura della domanda energetica dei data center:
Vulnerabilità in Condizioni Estreme: Sebbene le risorse siano spesso adeguate in condizioni normali, eventi come ondate di gelo prolungate o tempeste invernali (ad esempio, il vortice polare) possono mettere a dura prova la rete, aumentando il rischio di carenze energetiche e interruzioni.
Domanda Costante: I data center richiedono un’alimentazione 24 ore su 24, 7 giorni su 7, esercitando una pressione continua sulla rete.
Aumento Rapido della Domanda: La domanda di elettricità sta crescendo a un ritmo che supera la capacità di adeguamento delle infrastrutture di alimentazione, creando uno squilibrio tra domanda e offerta, in particolare in aree con un’alta concentrazione di data center.
-
Posteggi, tasse, farmaci, acquisti on line, negozi da salvare e portafogli da curare (il nostro)

Acquisti on line, polemiche e rispamio Si sono sovrapposte, in questi giorni, alcune questioni che riguardano il commercio, la sopravvivenza dei negozi “fisici”, le tasse, il problema del parcheggio in centro storico per favorire gli acquisti, le contestazioni dei commercianti contro il Comune… Troppa trama, avrebbe detto un mio amico. Ho espresso la mia opinione, contestabile s’intende, che il problema sta proprio nel commercio stesso che non accetta i cambiamenti e non si adegua. Ben altre sono le soluzioni, ricordava anche Simone Spetia questa mattina sulla rassegna stampa di Radio24.
Fornisco due storielle che possono dare un’idea del perché, da tempo, il commercio “fisico” mi attrae sempre di meno (e del perché il raro buon commercio “fisico” mi attrae sempre di più”). Prima storiella, di qualche anno fa. Sono in viaggio, Belgio, e un pomeriggio mi accorgo di non aver portato con me un medicinale che dovevo tassativamente prendere. Entro in una farmacia, chiedo la cortesia (farmaco che ovunque richiede la prescrizione) di vendermelo mostrando una prescrizione italiana. Non essendo certo che avessero lo stesso prodotto, ero andato a cercare il medicinale in rete. Il prezzo, mi pare, era di 20 euro. La farmacia me lo vende, ovviamente senza servizio sanitario, a 11 euro. Torno a Pavia, e per curiosità chiedo in farmacia quanto costerebbe quel farmaco senza prescrizione. Mi rispondono: 19 euro. A questo punto, mi viene un sospetto, e quando devo acquistare un certo altro medicinale (che maledizione invecchiare!) che non viene rimborsato dal servizio sanitario, controllo ancora in farmacia: 23 euro. Guardo on line, sul sito di una farmacia (fisica e on line) della Puglia: 13 euro. Compro on line, ovviamente. Ora, per ogni medicinale non coperto dal servizio sanitario, mi servo on line. RIsparmio, di solito, il 20/30 per cento. Ho una domanda: perché la farmacia pugliese lo vende, regolarmente (con tanto di scontrino fiscale e codice fiscale per eventuali detrazioni) a un prezzo così inferiore?
Secondo episodio, l’altro ieri. Esce, da Apogeo, il libro “Scatta come Wes: Impara come realizzare immagini in perfetto stile Wes Anderson”. Curioso, amo questo regista, voglio leggerlo, Vado in centro, a Pavia, e il libro non c’è. Negli scaffali dedicati alla fotografia nelle librerie in cui sono andato, due sole lo ammetto, ci sono alcuni libri, molti vecchi, le cose più interessanti e recenti no. Non lo ordino, altrimenti devo tornare in centro (e se avessi utilizzato il bus o pagato il parcheggio, mi sarebbe costato il 15% in più quel libro). Vado sul sito di Apogeo per acquistarlo on line e, con lo sconto, costa 22 euro. Ma non c’è la versione digitale, che avrei preferito. Mi viene un sospetto e vado in rete per vedere se esiste la versione originale. C’è, in inglese quindi, solo 13 euro. Con un click l’acquisto. Posso anche capire che una libreria non può tenere tutto, ma è un libro che ha avuto buone recensioni. E Apogeo poteva anche fare la versione digitale.
Dicevo del buon commercio “fisico”. Mai comprerei una chitarra on line, anche scontata, finché esiste il negozio Guitar di Tortona, dove competenza, prezzi (giusti), gentilezza, disponibilità e non mi vengono in mente altri aggettivi, resteranno sempre gli stessi. Mai acquisterò farine e altri prodotti finché ci saranno negozio come Mulino Ferrari a Pavia. Per fare due esempi, ma ce ne sono altri, di qualità, competenza, gentilezza.
-
Manca il parcheggio? Ma no, mancano buona volontà e voglia di vendere

Ho provato a fare un esame di coscienza. A Pavia abito dal 1989 e conosco a fondo la città non fosse che il lavoro di giornalista (appunto, da quell’anno) e a Pavia ho sempre acquistato pochissimo. Il motivo di una scelta diversa, raramente, è stato per il problema del parcheggio. Piuttosto, perché – per le mie personalissime esigenze – la scelta, i prezzi, la disponibilità dei commercianti non sono mai stati tali da attirare la mia attenzione (fatti salvi, s’intende, alcuni casi specifici). I prezzi, ad esempio, sono un problema: a Pavia si spende mediamente di più rispetto a un normale acquisto on line o in un centro commerciale (ho ancora il ricordo di un prodotto informatico che costava il 30 per cento in più rispetto a un negozio on line); l’assortimento, è capitato molte volte di cercare un prodotto o la misura di un capo d’abbigliamento e scoprire che non era disponibile (ma lo trovavi nel centro commerciale a mezz’ora di auto); l’assenza di alcuni prodotti che si trovano solo in altri negozi fuori dal centro e spesso in città vicine. E poi, certo, il parcheggio, Ma l’unica vera soluzione, probabilmente, sarebbe quella immaginata già trent’anni fa, ossia un parcheggio multipiano, anzi due parcheggi multipiano, come più o meno troviamo in altre città simili a Pavia e nel resto d’Europa. Ma state certi, che se a Pavia, in centro, ci fosse il negozio che vende ciò che cerco, ad un prezzo giusto, con commessi competenti e gentili, beh, due passi a piedi si possono ben fare. E poi fanno bene alla salute. I pavesi, poi, sono cittadini noiosi, indisciplinati e pigri. Ieri sera, per andare a teatro, ho come sempre posteggiato alla “buca” e ho fatto due passi a piedi. Lungo il percorso, auto abbandonate in divieto da tutte le parti e mai che si veda un vigile. E il parcheggio regolare, invece, aveva ancora molti posti liberi. Prima di mettere gli striscioni, bisogna cambiare i pavesi: commercianti e clienti.
-
Raccolta differenziata, i nuovi dati Ispra premiano soltanto i piccoli Comuni della provincia

Molti i Comuni bocciati Ma sono cittadini migliori? O sono migliori i loro sindaci e amministratori? Oppure è un insieme di questi due fattori che fa sì che alcuni Comuni siano più attenti alla gestione dei rifiuti e alla raccolta differenziata? Un’idea, conoscendo i sindaci, alcuni di persona, me la sono fatta: molto merito è dei sindaci e delle loro amministrazioni. Perché la raccolta differenziata è un piccolo problema organizzativo per chi, magari, ha una vita già complicata. E se segue le regole, è perché gli amministratori locali gli rendono semplice la procedura, perché riescono a coinvolgerli e, con il tempo, a farli diventare cittadini migliori.
Tutto questo per dire che l’Ispra, ossia l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, ha pubblicato il rapporto 2025 proprio ieri. E dai dati del 2024, la provincia di Pavia, nel suo complesso – come si vede in questa tabella – è la seconda peggiore della Lombardia con una percentuale che non arriva al 60%. Soltanto Sondrio ci batte per scarsa attenzione ambientale.

I buoni esempi, i cattivi esempi
Ma in questa situazione che non ci rende orgogliosi, ci sono quattro buoni esempi: sono i quattro migliori Comuni della provincia: Travacò Siccomario (87,52% di raccolta differenziata), Torre d’Isola (86,57%), Codevilla (82,70%) e Pizzale (82,15%). Conosco personalmente due sindaci, intuisco che il merito di questo risultato sia in gran parte loro. E poi ci sono i quattro Comuni peggiori: Torricella, Montescano, Borgo Priolo e Menconico. Qui la percentuale di differenziata arriva appena sopra al 20%. Pavia capoluogo è 69esima, con il 60%, Vigevano 85esima con il 62% e infine Voghera è 98esima, con il 57%.
Qui la tabella con tutti i dati della provincia di Pavia con la classifica completa
La situazione nazionale
Sul fronte della raccolta differenziata il Mezzogiorno continua a ridurre il divario con Centro e Nord. In aumento il dato nazionale, che attesta la raccolta differenziata al 67,7%, con percentuali del 74,2% al Nord, del 63,2% al Centro e del 60,2% al Sud. Le percentuali più alte si registrano in Emilia-Romagna (78,9%) e in Veneto (78,2%). Seguono Sardegna (76,6%), Trentino-Alto Adige (75,8%), Lombardia (74,3%) e Friuli-Venezia Giulia (72,7%). Tra queste regioni, l’Emilia-Romagna è quella che fa registrare la maggiore progressione della percentuale di raccolta, con un incremento pari a 1,7 punti rispetto ai valori del 2023. Superano l’obiettivo del 65% anche Marche (71,8%), Valle d’Aosta (71,7%), Umbria (69,6%), Piemonte (68,9%), Toscana (68,1%), Basilicata (66,3%) e Abruzzo (65,7%).
Nel complesso, più del 72% dei comuni ha conseguito una percentuale di raccolta differenziata superiore al 65%. Nell’ultimo anno, l’89,7% dei comuni intercetta oltre la metà dei propri rifiuti urbani in modo differenziato. -
I soldi del Pnrr che non spende Pavia e il caso delle scuole che non li vogliono proprio

I soldi del Pnrr che non servono a nessuno Siamo ormai alla fine dell’anno (insomma, manca poco) e val la pena fare qualche verifica sull’efficienza della provincia di Pavia nella gestione dei fondi pubblici. In particolare, i fondi del Pnrr. Utilizzando gli open data di Openpolis, emergono alcuni dati interessanti. Rispetto a un 36% dei pagamenti dei progetti Pnrr a livello nazionale cofinanziati dal Pnrr (ma il 44% dei finanziamenti Pnrr), una percentuale che ci serve a capire a che punto siano i lavori finanziati, in provincia di Pavia sono stati pagati solo il 15% dei progetti su 15 miliardi di risorse complessive su 3.391 progetti complessivi.
Vediamo, su tutta la marea dei dati disponibili, alcune curiosità. Ad esempio, come stanno gli 8 progetti più importanti per importo. Come si vede l’intervento sul delta del Po è fermo al 9 per cento, quello della Galbani sul cambiamento del processo produttivo appare non aver mai completato alcunché, a zero anche il progetto di formazione medica specialistica e la creazione di un consorzio per la creazione di una struttura di ricerca radiofarmaceutica, e la realizzazione di percorsi formativi all’Its di Belgioioso. Gli altri tre progetti non superano il 50% dei pagamenti.

I primi 8 progetti per valore Sul database si può curiosare incrociando i dati. Un solo esempio, per il Comune di Pavia. Si possono verificare i progetti a quota zero delle percentuali di pagamento. Eccone alcuni: la ristrutturazione della residenza Camillo Chiri di via Cardano, i percorsi formativi al liceo Olivelli, i due ecotomografi per il San Matteo, una lunga serie di progetti dell’Università di Pavia per formazione, corsi e così via, una incredibile marea di soldi (centinaia di migliaia di euro) per i percorsi formativi nelle scuole superiori di Pavia che nessuno sta spendendo (ma servivano risorse per le scuole, si lamentava), il recupero del collegio Don Bosco (accipicchia, ci sono quasi 6 milioni di euro da spendere), ci sono poi milioni e milioni di euro per l’efficientamento energetico di edifici che nessuno sta spendendo. Ma andate sul sito di Openpolis, e controllate quante e quante risorse per la scuola ci sono per la provincia di Pavia e per Pavia in particolare che nessuno spende. Se avanza qualcosa, tranquilli, posso spenderli io.
-
Nuovo campo nomadi: e se arrivasse la fatina con la bacchetta magica? (no, non arriva)

Per la serie “not in my back yard”, prosegue la novela sulla creazione di un nuovo campo nomadi. Oltre alla soluzione nei pressi della Riso Scotti, nell’area artigianale, in passato ci furono ipotesi su Pavia Ovest (bloccata dopo una quasi aggressione al sindaco del tempo), su Montebellino (sì, vicino alla piattaforma ecologica), nell’area adiacente al Carrefour, di fronte al carcere. E poiché si costruiscono case un po’ dappertutto, diventa difficile immaginare altre soluzioni. Nel frattempo, come è giusto che accada nel nostro Paese, di fronte a una decisione del centrodestra (area artigianale), il centrosinistra compatto si spaventa e fa marcia indietro. Grazie alla Regione, riesce a ficcare la testa nella sabbia e a rinviare di un anno. In dodici mesi di cose ne possono succedere: i nomadi, la quarantina di famiglie, evaporare per una strana reazione chimica, oppure trasferirsi tutte in un’altra città, o magari salta fuori una fatina e le trasforma in tanti bei cittadini in giacca, cravatta e borsa ventiquattr’ore.
Per rendere però frizzanti i prossimi mesi, e dare spazio agli articoli sempre precisi e puntuali della Provincia Pavese sull’argomento, assessora Moggi e sindaco Lissia lasciano intendere che sì, stanno studiando un’altra collocazione. Ecco, non so perchè, ma questa frase in oltre trent’anni di giornalismo pavese, devo averla già sentita.
-
Buche nelle strade: e se processano Lissia, Palli e tutti gli altri amministratori? (Collegno docet)

Buche, strade e ciclisti. Chi paga in caso di incidente? Direi che il sindaco Lissia e il presidente Palli (relativamente a Pavia e circondario, ma la questione riguarda tutto il territorio) possono tranquillamente costituirsi alla procura in attesa di un processo che prima o poi arriverà. Anche se molto dipenderà dall’esito di una vicenda che sembra cozzare contro il buon senso giuridico. La sintesi del fatto.
L’ex sindaco di Collegno, Francesco Casciano, e un dirigente del Comune sono accusati di omicidio stradale per la morte in bicicletta di Aldovino Lancia, nel 2023. Pensionato di 70 anni, era caduto a causa di una buca sull’asfalto mentre pedalava tra strada vicinale di Berlia e via Rosa Luxemburg. Ricoverato in condizioni già gravi (non indossava il casco da bicicletta), è morto il giorno dopo l’arrivo in pronto soccorso.
In buona sostanza, se cadi o hai un incidente per colpa di una buca, gli amministratori vanno a processo. Naturalmente, si tratta di una sciocchezza. In primo luogo perché secondo questo principio, il sindaco o l’assessore competente sarebbero penalmente (o civilmente) responsabili di qualsiasi danno provocato dalla loro amministrazione. Una responsabilità oggettiva insensata: per restare al caso delle buche, le risorse finanziarie per asfaltare, nello stesso istante, tutte le strade di una città (pensiamo a Milano) non ci sono e non ci saranno mai. La manutenzione viene programmata, e se cadi nella buca di una strada che sarà asfaltata solo domani? E il dirigente, poi, programma e appalta i lavori secondo la risorse che ha a disposizione, spesso coordinandosi con altri enti pubblici e privati (ad esempio le ex municipalizzate o che posa la fibra ottica) per evitare di asfaltare due o tre volte. E intanto, se cadi in bici nella buca, paga il sindaco oppure il dirigente. O l’assessore. O tutti e tre.
Va da sè che la responsabilità oggettiva è una questione complessa. Se un amministratore delegato di Anas decide di fare la manutenzione a una strada o meno, a un ponte o a un altro, lo farà sulla base di indicazioni dei dirigenti. Come fa a essere responsabile in caso di cedimento di una struttura? Però, se a bilancio non mette le risorse per quell’intervento, diventa responsabile? Insomma, la questione è complessa. Vediamo cosa succede per il caso di Collegno. A sfogliare la pagina Facebook dell’osservatorio di L24, a Pavia e provincia tutti in galera.
-
I 155 anni della Provincia Pavese: più consapevoli se leggiamo i giornali (e qualche libro, su)

Una vignetta del Washington Post che spiega il bisogno di buona informazione Il 10 dicembre, al teatro Fraschini (ore 17.30, ingresso libero), la Provincia Pavese festeggia i suoi 155 anni. Data curiosa, non tonda, solo cinque anni dopo la grande festa per i 150 anni dalla fondazione del giornale, questa sì cifra tonda. Ma la festa – lo dice chi come me è in pensione da tre giorni tre e che alla redazione di via Tasso prima e a quella di oggi in viale Canton Ticino 16, ci ha lavorato dal 1989 – è meritata. Perché è cambiata la proprietà, perché è stata rinnovata la redazione (già otto di noi sono in pensione, altri ci andranno presto) ed è più giovane, è cambiata la direzione, è rinnovato un po’ anche il modo di fare il giornale quotidianamente. Fatto sta che senza Provincia Pavese, e senza quotidiani in genere da poter leggere, si cresce meno, si conosce meno, si sceglie peggio. Come sempre, cito altri articoli per sostenere questa tesi.
Un articolo del New York Times, tradotto da Il Foglio, ci ricorda: “I dati mostrano un declino catastrofico in tutto il mondo: nel 2004 il 28 per cento degli americani leggeva; nel 2023, questa percentuale era scesa al 16. Secondo un sondaggio del 2022, uno su dieci non legge un libro da più di dieci anni. Ma la vera preoccupazione è il declino nella lettura tra i giovani. Nel 2022 i baby boomer americani leggevano più del doppio dei libri all’anno rispetto ai millennial e alla Generazione Z. La stessa situazione si verifica in Gran Bretagna. E quando le persone smettono di leggere – di dare un senso al mondo in cui vivono in base a ciò che leggono – perdono anche la capacità di dare un senso al linguaggio e di comunicare in modo efficace. La degradazione dell’alfabetizzazione equivale al degrado della vita civile stessa. In principio era la parola. E alla fine?”
Già, alla fine? Alla fine non siamo più capaci di decidere, di giudicare, di capire. E ci facciamo, spesso, del male da soli. “L’antropologo Jack Goody e il critico letterario Ian Watt sostenevano che l’invenzione della scrittura, avvenuta in modo decisivo nell’antica Atene, rappresentò una svolta fondamentale. Se non ci fosse stata la nostra organizzazione sociale e politica intorno alla parola scritta, saremmo tornati indietro nel tempo piuttosto che in avanti”. Appunto.
Ma la lettura dei giornali è anche una competenza. E con il passare del tempo, con quello che il testo precedenti ci ha sintetizzato, sempre meno persone leggeranno i giornali (e i libri) mentre quelle che lo faranno avranno appunto una competenza in più, una possibilità da spendere anche sul mercato del lavoro. Scrive Giuseppe De Filippi, sempre su Il Foglio: “Eccoci quindi al consiglio, che può riassumersi in un singolo precetto: cari giovani, leggete i giornali. Non tanto perché bisogna essere informati o perché bisogna recitare la preghiera quotidiana del buon uomo moderno, ma perché ormai il leggano davvero in pochi. Per un giovane, che anche se non vuole o non se ne accorge è in competizione con i suoi coetanei, i giornali diventano, proprio per la loro minore diffusione, uno strumento straordinario per accrescere quelle che un economista chiamerebbe asimmetrie informative, cioè condizioni strutturali di maggiore conoscenza degli sviluppi recenti riguardo a eventi (economici, sociali o politici) che toccano la vita di tutti. Siamo tutti sulla stessa barca ma qualcuno sa più cose della rotta, del funzionamento degli strumenti e consulta il bollettino dei naviganti”.
-
Tutti quei soldi per il dissesto idrogeologico in Oltrepo (ma non solo). C’è una strategia?

L’alluvione in Indonesia (dal Guardian) Negli ultimi cinque o dieci anni credo, da giornalista caposervizio, di aver titolato e pubblicato qualche centinaio (forse di più) articoli che raccontavano come Comuni, Provincia e Regione avessero stanziato soldi, soldi e ancora soldi destinati al nostro Oltrepo per quello che conosciamo tutti come “dissesto idrogeologico”. Ora, non voglio neppure ipotizzare che siano soldi sprecati, ma la sensazione, in questi anni e contando un disastro dopo l’altro, è che sia mancata a livello nazionale, ma forse non solo, una strategia che si possa definire tale. Insomma, si vive – un classico italiano – di interventi a tampone (a tanti begli appalti). Come i bonus: qualcosa risolvono, ma poi si è da capo. Mi è venuto in mente guardando le due fotografie pubblicate dal Guardian e dal Washington Post sull’alluvione che in questi giorni ha colpito Indonesia, Thailandia e Sri Lanka, fotografie che ho accostato a un bell’articolo de Il Foglio del lunedì a firma di Giulio Boccaletti, scienziato e scrittore italo-britannico che è stato ricercatore associato onorario presso la Smith School of Enterprise and the Environment.
L’articolo descrive come eventi recenti di piogge torrenziali, frane ed esondazioni mostrino che il rischio idrogeologico in Italia è ormai sistemico e non gestibile solo con interventi locali e d’emergenza dopo ogni disastro. L’autore osserva che, nel breve intervallo tra una catastrofe e l’altra, si scatena la caccia al colpevole, ma questo riflesso mediatico e politico impedisce di vedere le cause strutturali legate a come è stato occupato, costruito e trasformato il territorio negli ultimi decenni.
Si sostiene che la frequenza crescente degli eventi estremi rende inevitabile ripensare la gestione del suolo, delle aree agricole e dei versanti, puntando su manutenzione ordinaria, rinaturalizzazione, difesa delle aree di esondazione naturale dei fiumi e riduzione del consumo di suolo. Viene criticata l’idea che bastino grandi opere isolate o misure solo tecniche: senza una strategia complessiva di pianificazione del paesaggio, ogni intervento rischia di essere inefficace o addirittura controproducente.
L’articolo richiama anche il tema delle risorse pubbliche, ricordando che gli investimenti, inclusi quelli legati ai vincoli europei e al PNRR, dovrebbero essere orientati da una visione di lungo periodo, e non dall’urgenza del singolo disastro o dalla pressione dell’opinione pubblica. In questo quadro, alla politica viene chiesto uno sforzo di programmazione: definire priorità territoriali, integrare ambiente, agricoltura, urbanistica e protezione civile, fissare obiettivi misurabili di riduzione del rischio e assumersi responsabilità su orizzonti temporali che vadano oltre la singola legislatura.
-
Pavia e la qualità della vita: siamo la provincia peggiore della Lombardia

Non ve la sto a fare troppo lunga. Pavia ancora bocciata da una classifica. Stavolta dalla classifica sulla qualità della vita 2025 che stamane pubblica il quotidiano Il Sole 24 Ore che vi suggerisco di acquistare anche se non siete dei maniaci delle questioni finanziarie o economiche. Pavia, dunque, si piazza 56esima per qualità della vita perdendo ben 13 posizioni rispetto allo scorso anno. Nessuna sorpresa se in testa troviamo Trento, Bolzano e Udine. Lì, nel nordest, si vive meglio. Anche se ci trascorri soltanto una settimana di vacanza te ne rendi conto. Meglio di Pavia, in Lombardia, ci stanno Bergamo, Milano, Cremona, Lecco, Monza Brianza, Sondrio, Como, Brescia, Mantova, Varese e Lodi. Cioè, siamo ultimi. Tutti i dettagli, appunto, su Il Sole 24 Ore.
Amen.
Ps. All’amico di Facebook che dice che sembro goderci a parlare male di Pavia, ricordo che i numeri sono numeri. Poi ognuno ci fa le valutazioni che vuole. A Pavia voglio bene, ma accidenti, diamoci una mossa.