cronaca
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La gente che muore e chi non paga le tasse. Manette sì, ma agli evasori finalmente

Immagine realizzata con l’Ai Bisognerebbe leggere questo articolo fino in fondo, abbiate pazienza
Nel 1982, con la legge 516, si parlò di “manette agli evasori”. Insomma, di fronte a un’evasione fiscale, anzi, un’elusione fiscale di proporzioni ormai gigantesche, a qualcuno venne in mente che forse forse tra chi rubava una mela al supermercato e chi non pagava le tasse, a provocare il danno maggiore era il secondo. Il fatto è di assoluta evidenza se si accende il cervello: il pagamento delle tasse, che siano poche, tante o eccessive, persino ingiuste, è collegato alla necessità di risorse finanziarie con le quali si realizzano i servizi pubblici. Poi, sull’uso dei tributi, si può ulteriormente dibattere, ma resta un fatto indiscutibile. Ora, di fronte alla stretta securitaria dell’attuale governo su reati certamente gravi, ma molto meno dell’evasione fiscale, bisognerebbe ragionare. Ossia, molto brevemente, domandiamoci: siamo certi che il reato immediato, visibile, tangibile, accanto a noi, sia più grave di un reato che “non vediamo”? Insomma, un gruppo di delinquenti picchia un agente di polizia. Grave? Certo. Un commerciante non rilascia lo scontrino? Grave? Secondo me di più. Un gruppo di giovani occupa un terreno privato per un rave? Grave? Certamente, la proprietà privata è difesa dalla Costituzione. Un’azienda fa del “nero”? Grave? Sicuramente, più del terreno occupato.
Perché la questione è un po’ sempre la stessa. Ciò che è vicino a noi ci tocca di più. Se qualcuno ruba in casa mia, all’improvviso il problema sicurezza è quello che andrà risolto immediatamente. E non serve a niente spiegare, magari, che nel mio quartiere i furti sono diminiuti del cinquanta per cento. Hanno rubato la mia roba, e vaff*** alle statistiche. E così, il commerciante, l’idraulico, l’azienda, l’artigiano, etc etc che frodano il fisco, sembra non abbiano effetto sulla nostra vita quotidiana. Anzi, se paghiamo in nero spendiamo di meno. E vaff*** la ricevuta fiscale se posso risparmiare.
L’altro giorno Il Sole 24 Ore ha riportato la situazione dell’evasione fiscale secondo l’Agenzia delle Entrate: “Guardia alta, anzi altissima sull’evasione totale. I numeri diffusi dal direttore dell’agenzia delle Entrate, Vincenzo Carbone, durante Telefisco 2026 parlano chiaro: oltre 200mila evasori totali scoperti nel 2025. Di questi il 57% (circa 116mila) non aveva proprio presentato la dichiarazione nonostante avesse l’obbligo di farlo. Mentre il restante 43% (86mila soggetti) erano del tutto sconosciuti al fisco, in pratica svolgevano la loro attività completamente in nero. Numeri che mostrano in tutta la gravità il problema degli italiani con il fisco, in cui permangono ancora troppe sacche di evasione e di elusione.”
Alcuni dati, sempre dell’Agenzia delle Entrate:
Secondo la “Relazione sull’economia non osservata” più recente (pubblicata a fine 2025), il valore totale dell’evasione in Italia (il cosiddetto Tax Gap) è stimato tra i 98 e i 102 miliardi di euro.
Ecco come si compone e quali sono i trend principali:
- Composizione del “nero”: Circa l’84% del gap è dovuto a omessa o infedele dichiarazione (come i casi citati nel tuo screenshot), mentre il restante 16% riguarda omessi versamenti (tasse dichiarate ma non pagate).
- Le imposte più evase: L’IVA resta la voce principale, sebbene in calo negli ultimi anni grazie alla fatturazione elettronica. Segue l’IRPEF (soprattutto da lavoro autonomo e d’impresa), con una propensione all’evasione che in alcuni settori supera ancora il 60%.
- Recupero record: Nel 2024, l’Agenzia delle Entrate ha registrato un risultato storico, recuperando oltre 33,4 miliardi di euro (circa 2 miliardi in più rispetto all’anno precedente).
E qui arriviamo alla sintesi. Nei giorni scorsi, a Bari, Maristella, una giovane malata di tumore doveva prenotare un esame diagnostico in tempi rapidi, perché i sintomi si erano ripresentati violenti dopo le cure che parevano aver avuto un certo effetto. I tempi indicati dal medico erano di urgenza, dieci giorni. Il primo posto libero, con il servizio pubblico era a novembre. Certo, sarà anche a causa della vergognosa gestione delle liste di attesa, ma altrettanto pesa la mancanza di risorse per il Policlinico di Bari. Scrive il Corriere della Sera: “Le macchine a cui il neuroradiologo fa riferimento sono tac e risonanze. In tutto il Policlinico di risonanze attive ce ne sono solo due, una nella struttura di Neuroradiologia e l’altra che sarà presto sostituita con la nuova finanziata dal Pnrr in Radiologia: «Quando un macchinario va fermato non viene sostituito, ma soppresso. In Neuroradiologia siamo passati da tre risonanze a una e da due tac a una. Abbiamo gli infermieri ridotti all’osso, ma ci dobbiamo occupare anche degli esami radiologici del pronto soccorso. Tra pazienti che arrivano dall’esterno e quelli del pronto soccorso arriviamo a fare anche 100 esami in 24 ore». Il risultato è il caso di Maristella”.
A voi piace così?
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Minneapolis, la tragedia del Congo e qualche pensiero su come siamo fatti

La notizia data dal sito internet della Bbc Un amico, l’altra sera, mi ha posto una domanda che sintetizzo così: perché ci stracciamo le vesti per due morti a Minneapolis quando il mondo, purtroppo, ci “offre” tragedie ben peggiori? Il riferimento era, come è subito chiaro, alle pagine dei giornali, ai servizi giornalistici televisivi, ai siti internet e ai social, che ogni ora dedicano spazio alle violenze dell’Ice e si sono dimenticati della tragedia del Congo, dove oltre 200 minatori sono morti per il crollo di una miniera. “La notizia – spiegavano le agenzie – viene da Lubumba Kambere Muyisa, portavoce del governatore della provincia in cui si trova la miniera. Il crollo sarebbe avvenuto mercoledì, ma fino a poche ore fa il bilancio delle vittime non era chiaro. Rubaya produce circa il 15% del coltan mondiale, che viene trasformato in tantalio, metallo resistente al calore molto richiesto dai produttori di telefoni cellulari, computer, componenti aerospaziali e turbine a gas. Il sito, dove la gente del posto scava manualmente per pochi dollari al giorno, è sotto il controllo del gruppo ribelle M23 dal 2024″.
Dunque, morti di serie A e morti di serie B? Beh, è vero. Avviene così. Posso citare un esempio significativo: quasi soltanto il quotidiano Avvenire, con grande merito, si occupa della tragedia umanitaria del Sudan. Scrive Amnesty International: ” Con più di 15 milioni di persone costrette ad abbandonare le proprie case, il Sudan rappresenta attualmente la più grave crisi di sfollamento al mondo. Più di 30 milioni di persone hanno bisogno di aiuti umanitari e oltre 26 milioni sono in stato di grave insicurezza alimentare. Secondo le Nazioni Unite, dal 2023 le vittime sarebbero almeno 150.000“.
Quindi, peggio di Gaza, peggio della guerra in Ucraina. E invece, la tragedia del Sudan spesso non viene neppure seguita da molti organi di informazione. Le ragioni? Tantissime, difficile spiegarle tutte. Una molto evidente, è che i fatti vicini a noi, geograficamente e politicamente, ci interessano di più. Il crollo a Niscemi è nulla rispetto ad altre vicende, eppure ci fa un grande effetto, anche perché è significativo della storia di mal governo del nostro Paese. E poi, ci sono altre ragioni. Ciò che accade a Minneapolis, politicamente e storicamente, ha pochi precedenti nei Paesi occidentali. Fa effetto, ci fa pensare che potrebbe capitare proprio a noi. E, molto cinicamente, non riusciamo a immaginare che una crisi come quella del Sudan possa verificarsi in Lombardia. Siamo fatti così, probabilmente fatti male, e gli organi di informazioni riflettono ciò che siamo. Cambiamo noi, cambierà l’informazione.
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Cinema e realtà, Sean Penn & Gregory Bovino e chi prenderà gli Oscar

Screenshot 
Screenshot Come sempre meno accade, la fantasia supera la realtà (anche se poi, dopo, ti accorgi che in realtà la realtà ha brutalmente superato la fantasia). Questo attorcigliarsi con le parole per prendere atto dello straordinario rapporto tra il film “Una battaglia dopo l’altra”, candidato a parecchie statuette dei prossimi Oscar, e quello che sta avvendendo negli States con la deriva violenta e sanguinaria di Minneapolis. L’analogie tra film (fantasia) e cronaca (realtà) sui temi della lotta violenta e feroce contro l’immigrazione negli Stati Uniti è già stata oggetto di analisi di colleghi più preparati di me. Mi limito a riportare un passaggio di un bell’articolo de Il Manifesto dei giorni scorsi proprio sulla questione: ” La travolgente tragicommedia di PT Anderson, girata un anno prima che scattassero i pogrom delle milizie di Ice, contiene il presagio, non solo dei rastrellamenti etnici, ma un personaggio come il colonnello Steven J Lockjaw. Il militare suprematista interpretato da Sean Penn (meritata candidatura per lui) sarebbe stato considerato una geniale invenzione di satira farsesca se non si sovrapponesse così perfettamente al comandante Gregory Bovino, il vero gerarca che gli Americani si sono ormai abituati a vedere dirigere le operazioni di pulizia etnica sulle strade del paese”. Ecco, il paragone, l’analogia incredibile, è tra Gregory Bovino e Sean Penn, analogia anche fisica come mostrano le due fotografie che ho allegato qui sopra.
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“Lo Stato del terrore è arrivato”, il monito del New York Times

Di fronte allo scempio che Trump sta facendo della democrazia e del suo stesso popolo, è difficile sia trovare le parole giuste, sia quelle originali. Non ho conoscenza e competenza sufficiente per dire meglio di altri. Mi affido dunque, sperando che possa essere utile, alle parole di chi sta vivendo e analizzando ciò che accade negli Usa, in particolare al commento che questa mattina ho letto sull’edizione on line del New York Times dal titolo “Lo Stato del terrore è arrivato”. Cito il primo paragrafo che, in qualche modo, dice tutto e sintetizza: “Dopo le ultime tre settimane di brutalità a Minneapolis, non dovrebbe più essere possibile dire che l’amministrazione Trump cerca semplicemente di governare questa nazione. Cerca di ridurci tutti a uno stato di paura costante – una paura della violenza da cui alcune persone possono essere risparmiate in un dato momento, ma da cui nessuno sarà mai veramente al sicuro. Questa è la nostra nuova realtà nazionale. Il terrore di Stato è arrivato”.
Poi, il mondo è bello perché è vario. E ci troviamo anche il quotidiano Il Tempo, conservatore, reazionario e filo trumpiano, che riesce a non mettere nella prima pagina le notizie da Minneapolis. Notizie e tragedie che sono una spina nel fianco della Meloni. Ma i lettori de Il Tempo, suppongo, non se ne preoccupano.
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Una speranza che qualcuno metta in riga Trump (democraticamente, s’intende)

La pagina del New Yotk Times Una speranza c’è. E viene dal New York Times e dal racconto in una sua pagina che, nei giorni scorsi, è stato dedicato al rapporto tra gli elettori, anche trumpiani, e il presidente degli Stati Uniti. I sondaggi e le analisi ci dicono che probabilmente la “luna di miele” con gli elettori certamente conservatori di destra, ma moderati, sta finendo. C’è, come dice il titolo, una sorta di inversione di tendenza. In particolare, poi, gli elettori – che sono, ripeto, conservatori – ritengono che Trump si sia impegnato su priorità sbagliate. Insomma, la lotta feroce contro gli immigrati, l’utilizzo di una forza di stile nazi-fascista come l’Ice, non vengono visti come la soluzione a un Paese, gli Usa, che ha visto crescere la ricchezza di chi ricco già lo era, mentre la fascia medio bassa della popolazione non ha avuto miglioramenti nella propria situazione di vita quotidiana e a volte persino peggioramenti. Insomma, come detto, una speranza c’è ed è quella delle elezioni di novembre, di medio termine, dove Trump potrebbe perdere la maggioranza alla Camera o al Senato. Ma in quel caso, come reagirà al verdetto elettorale? E permetterà davvero che si vada al voto? Vuoi vedere che dovremo guardare agli Usa come oggi guardiamo alla Russia e alla Cina? Che tristezza.
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Il ponte dei suicidi e la rete di protezione: la storia del Golden Gate Bridge

La pagina del New York Time dedicata al Golden Gate Bridge Ogni tanto, a condizione di non pensare alla svolta autoritaria decisa da Trump e dall’orrendo mondo Maga, qualche buona notizia, si fa per dire, dagli Stati Uniti arriva. In questo caso è anche una vicenda curiosa, ossia il fatto che il Golden Gate Bridge, il celebre ponte di San Francisco, fosse scelto dalle persone che si volevano togliere la vita. Ora, dopo anni di lavori per costruire un’immensa rete di protezione, il numero dei suicidi è decisamente diminuito. Anche se poi, anche uno solo, crea sempre una terribile tristezza. Scrive il New York Time in uno degli articoli di un’intera pagina dedicata alla vicenda: “Nel 2006, almeno 34 persone si sono gettate dal ponte, precipitando per oltre 60 metri nelle acque sottostanti. Quello è stato l’anno in cui Paul Muller e altri due familiari di persone che si erano tolte la vita dal ponte decisero di agire. Per decenni si è evoluto lentamente in un complesso sistema di cavi in acciaio inossidabile a maglia lunga — un “sistema di rilevamento suicidi” — teso 6 metri sotto il corrimano su entrambi i lati del ponte, fuori dalla vista dei milioni di persone che lo attraversano ogni anno, ma chiaramente visibile a chiunque guardi dal corrimano. Per decenni, la media era di circa 30 suicidi all’anno. Nel 2024 sono state installate le ultime parti della rete e, con alcuni aggiustamenti effettuati, negli ultimi due anni i numeri sono diminuiti drasticamente. Nel 2025, primo anno completo con la rete installata, ci sono stati quattro suicidi, rispetto alla media precedente di circa 30. Negli ultimi sette mesi del 2025 non si è registrato alcun suicidio sul ponte, il periodo più lungo senza salti mortali da quando il ponte è stato aperto, nel 1937”.
- Già nel 1939 la polizia stradale chiese di alzare i parapetti, ma per decenni le autorità respinsero l’idea di barriere per motivi di costi, estetica e dubbi sull’efficacia.
- Dagli anni ’90 furono introdotti telefoni di emergenza collegati a linee di ascolto e pattuglie dedicate, che hanno permesso centinaia di interventi diretti con formazione specifica in gestione della crisi.
- Associazioni di familiari delle vittime e medici hanno spinto per decenni per una soluzione fisica, citando studi che mostrano come una barriera riduca i suicidi senza un grande “spostamento” verso altri luoghi.
- Nel 2014 è stato approvato il progetto di una rete d’acciaio che sporge circa 6 metri sotto il camminamento, finanziata con centinaia di milioni di dollari da distretto del ponte, stato e agenzie di trasporto.
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Marciapiede distrutto, cosa è prioritario e il giorno del voto si sono distratti



Ci sono priorità. Anche se spesso non le comprendo. Faccio un esempio: quando percorro la pista ciclabile di strada della Paiola (sì, sempre al Vallone, vuoi vedere che ci abito?) – ma è un esempio che può valere per tante zone – costeggio anche la strada, come dire, automobilistica. Beh, quella è perfettamente asfaltata. La pista ciclabile no. Tempo fa, fu rifatto l’asfalto (per le auto) e qualche giorno dopo era assolutamente evidente la differenza. Peraltro, la pista ciclabile è sempre stata piena di tribulus, sì quel frutto (è un frutto?) che buca le ruote delle biciclette. Beh, la gente passava per strada (quella delle auto). Ecco, le priorità. Andavo al lavoro in bicicletta e passavo sulla strada (per le auto): si faticava di meno, si evitavano le forature. La priorità, per chi gestisce strade e piste ciclabili, sono le auto e gli automobilisti. Come i parcheggi ma non gli autobus. Dio mi scampi: non ce l’ho con l’amministrazione di centrosinistra, io amo le amministrazioni di centrosinistra, ho un quadretto con tutta la giunta accanto al letto e faccio una preghierina laica tutte le sere. Quindi, discuto solo di priorità.
Ecco, priorità e cose sotto gli occhi di tutti. Senza che ci sia bisogno di scrivere al Comune per informarlo. Che devo fare, scrivere all’indirizzo delle segnalazioni per dire che piove e il Ticino viene su? Ma no, è sotto gli occhi di tutti. Ecco, dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti anche il marciapiede di via Cesare Angelini, che è una traversa di strada della Paiola e che è parallela all’omonima scuola. C’è l’ingresso della scuola. Il marciapiede è nelle condizioni che potete notare nelle foto. Certo, dirà qualcuno, un sacco di zone della città sono così. Probabile. Possibile. Non lo so. Io passo di lì. E non credo di dover segnalare ai valenti amministratori – dico quelli della preghierina laica serale – come sia quel marciapiede, come sia pericoloso, come deve cristonare chi accompagna il figlio disabile lungo quel marciapiede, o gli anziani che per loro sventura, appoggiandosi al bastone, passano di lì. Oh, certo, magari utilizzino il marciapiede dall’altro lato. Magari due marciapiedi non servono: ci facciamo un ponticello e tutto è risolto.
Il vero problema, in questa piccola storia di quartiere – dove sicuramente qualcuno avrà un’ottima spiegazione del perché e del percome – è che la scuola Angelini è sede elettorale. E qui ci sono due elementi conclusivi. Il primo, personale: io ho sempre votato (tranquilli: il centrosinistra) e sempre ricordo quel marciapiede in tali condizioni; il secondo, generale: amministratori di maggioranze e opposizione erano sempre lì, il giorno del voto, a pattugliare i seggi. Ma non si sono accorti di niente. O forse, come ho detto all’inizio, è solo e banalmente una questione di priorità.
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La bici bruciata, l’ex Velox, i non vedenti di Asm e la periferia che nessuno si fila


Trascorso un mese esatto dalla mia segnalazione su questo blog e su Facebook, l’esperimento sull’efficienza e l’efficacia di Asm continua. Nei giardini Rodari, in pieno quartiere Vallone, tra le case e al confine dell’area verde frequentata, tra l’altro, da bambini e ragazzini, resta lì abbandonata, bruciata, carbonizzata e distrutta, una bicicletta elettrica. Prima delimitata da un nastro, ora il nastro è entrato a far parte di ciò che sempre di più appare un arredo della zona. Il fatto che malgrado le segnalazioni dei cittadini (ricordo che si possono fare all’indirizzo internet di Asm) e, per quello che conta, la mia sui social, nulla sia cambiato, mi spinge a formulare alcune ipotesi.
Ipotesi 1. Asm non se la fila nessuno. Nel senso che, abituati al fatto che le segnalazioni finiscano in nulla e che evidenti problemi di igiene e decoro siano assolutamente e quotidianamente ignorati, tanto vale farsene una ragione e dimenticarsi di segnalare. Intanto non serve. Non sarebbe una bella soluzione.
Ipotesi 2. Asm si serve, per la pulizia delle strade e per la raccolta rifiuti, di personale non vedente. Si tratterebbe di una bella scelta inclusiva, che trova il mio personale plauso. Questo spiegherebbe perché per oltre un mese gli addetti alla pulizia delle strade, alla raccolta rifiuti e allo svuotamento cestini non si siano accordi di quel pericoloso rottame abbandonato. Di fronte a scelte inclusive, sopporteremo quella bici carbonizzata, ci mancherebbe.
Ipotesi 3. Un po’ fantascientifica, ma percorribile. L’area del giardino Rodari, con la sua ampia piazza prospicente, è entrata a far parte di un’altra dimensione che mi sta travolgendo. Insomma, quando arrivo lì, da via Allende, vengo trasportato in un mondo parallelo dove, appunto, c’è la bicicletta carbonizzata. Nel mondo “reale” non c’è. Quindi, Asm che può fare?
Ipotesi 4. Asm, presa dai cestini della spazzatura intelligenti, ha perso il passo con i sistemi ottusi, insomma quei sistemi che prevedono, banalmente, che un addetto dell’Azienda segnali il problema al rientro dal servizio e che, qualche giorno dopo, qualcun altro provveda a risolvere il problema di cui sopra.
Ipotesi 5. E torno alla premessa. Sono io che non ho capito. Si tratta di arte contemporanea, di una installazione che denuncia lo sfruttamento dei raider, il fuoco che cancella gli abusi sul lavoro e ci ricorda che per le strade, rischiano la vita, corrono con le loro bici elettriche quelli che sembrano essere i nuovi schiavi. E noi gli voltiamo le spalle. Beh, allora, scusatemi. Ci sto.
Conclusione. L’ipotesi 5 sarebbe politicamente affascinante. Se non fosse… se non fosse che tornando verso casa, e arrivando sulla Strada Paiola, mi imbatto in una nuova installazione. E’ lì, questa, da un paio di mesi. Si tratta del Velox arancione che avrebbe dovuto scoraggiare i pazzi che ogni giorno arrivano alla curva correndo a cento all’ora e un giorno ammazzeranno qualcuno. Di vigili, mai visto uno che fosse uno. Di contravvenzioni credo non ne abbiano mai date. Ma il Vallone, si sa, non è il centro storico e chissenefrega. Beh, insomma, uno spiritosone ha portato via la parte superiore del Velox un paio di mesi fa, nessuno l’ha riparato (se i vigili non passano, se Asm ha solo non vedenti, anche quello che guida il camion, di che mi sorprendo?) ed è diventato, come si vede dalla foto in alto, un cestino dei rifiuti. Vuoi vedere che quello, a sorpresa, Asm un giorno o l’altro lo svuoterà. Magari è un cestino intelligente.
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I data center così tecnologici che spengono le luci nei nostri paesi (o lo faranno)

I data center possono provocare black out elettrici? La domanda, come racconta bene Giovanni Scarpa nel suo articolo su La Provincia Pavese, se la pone il comitato CivicaMente Uniti di Vellezzo Bellini, proprio a fronte di una serie di interruzioni della fornitura elettrica nella zona non dovute o non collegate direttamente al maltempo. La questione è interessante. Negli Stati Uniti, ma anche in altri Paesi europei, il proliferare di questi data center, la maggior parte dei quali impegnati a fornire energia all’attività dell’intelligenza artificiale, ha provocato due effetti: l’aumento delle tariffe e, appunto, interruzioni della fornitura. A sostenerlo, ad esempio, è un rapporto 2025 della North American Electric Reliability Corporation (NERC), l’organismo regolatore del settore elettrico, secondo il quale “il boom dei servizi di AI potrebbe mettere in seria difficoltà la rete elettrica statunitense e canadese già a partire dal prossimo anno“. Inoltre, spiega il sito HDBlog, “le prime avvisaglie di questi problemi potrebbero manifestarsi nel Midwest degli Stati Uniti, ma secondo la NERC quasi tutte le regioni del Nord America potrebbero sperimentare interruzioni significative della fornitura elettrica nel corso del prossimo decennio. Il rischio di blackout risulterà particolarmente elevato durante i periodi di picco della domanda energetica”.
In sintesi. Il problema principale evidenziato dalla NERC risiede nella natura della domanda energetica dei data center:
Vulnerabilità in Condizioni Estreme: Sebbene le risorse siano spesso adeguate in condizioni normali, eventi come ondate di gelo prolungate o tempeste invernali (ad esempio, il vortice polare) possono mettere a dura prova la rete, aumentando il rischio di carenze energetiche e interruzioni.
Domanda Costante: I data center richiedono un’alimentazione 24 ore su 24, 7 giorni su 7, esercitando una pressione continua sulla rete.
Aumento Rapido della Domanda: La domanda di elettricità sta crescendo a un ritmo che supera la capacità di adeguamento delle infrastrutture di alimentazione, creando uno squilibrio tra domanda e offerta, in particolare in aree con un’alta concentrazione di data center.
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Viale Gorizia, le buche e l’asfalto sulle strade provinciali tra esempi e qualche ricordo

Magari sono fuori tempo massimo, ma le parole della vice sindaca Alice Moggi dello scorso fine dicembre sulle condizioni dell’asfalto di viale Gorizia (“Viale Gorizia? La scorsa amministrazione aveva steso un solo strato di asfalto») mi hanno fatto venire in mente qualche riflessione e un paio di confronti che condivido sperando che abbiano un minimo di interesse. La prima riflessione è generale: non sta bene comportarsi come la Meloni e il centrodestra scaricando sul passato i problemi dell’attuale amministrazione. Un po’ perché a Pavia centrodestra e centrosinistra hanno entrambi governato e viale Gorizia è sempre stato un po’ un disastro, un po’ perché si è sindaci e assessori pro tempore e nel periodo si risponde di quello che non funziona, si pensa a risolverlo e non a cercare scuse (magari persino fondate). Non sta bene, insomma. Nel mio lavoro da giornalista, se mai mi sfuggiva un accenno all’errore di un collega nel caso stessi rimediando a fatica a un problema, mi arrivava un cazziatone dal direttore. Aveva ragione il direttore: che lavorassi e non criticassi gli altri. Ciò detto, mi pare che le condizioni di viale Gorizia spingano a quale riflessione. Perché l’asfalto si rovina così tanto e così facilmente? Esiste un problema particolare in quella zona? Forse la vicinanza di tanti alberi e relative profonde radici? O l’incompetenza di chi fa e progetta i lavori? Ah, saperlo. Magari Moggi sarà in grado di dircelo.
La seconda riflessione è sulle strade, in generale, di questa provincia. Che sono quasi sempre peggiori di quelle di altre province. Giuro: ogni volta che vado in vacanza o faccio un breve viaggio fuori dalla provincia di Pavia, trovo strade migliori. A creare problemi è il traffico pesante? Mah, tir ne viaggiano in tutto il Paese e poi una delle strade peggiori è quella che collega Pavia a San Genesio, dalla frazione Due Porte, e lì di camion se ne vedono il giusto. Per fare un esempio. Oppure, è la mancanza di fondi? Non sembrerebbe a leggere gli articoli della Provincia Pavese e i post di entusiasmo di sindaci vari nei confronti del loro presidente Giovanni Palli per gli stanziamenti destinati alle strade. E allora? Anche qui: non sarà per caso una questione di qualità del lavoro? Per dire, che le ditte di altre province sono più efficaci delle nostre? Mi viene anche da chiedermi: ma la direzione lavori di queste asfaltature non ha mai niente da contestare? Vai a saperlo, anche qui. Magari è successo, ma gli effetti i cittadini non li vedono.
Un sospetto sulla questione della capacità di intervento mi viene pensando a due rotatorie sulla stessa direttrice, una dopo l’altra. La direttrice è la Vigentina. La prima rotatoria è quella che porta al quartiere Mirabello di Pavia: asfalto perfetto. La seconda è quella che porta a San Genesio: un percorso di guerra. E’ così da mesi e mesi, forse da anni. Chi mi risolve il mistero? Mi sovviene un ricordo. Anni Novanta, lavoravo alla redazione della Provincia Pavese di Vigevano. Mi resi conto, dopo qualche tempo, che la strada provinciale 206, che diventa poi strada provinciale 4 in Piemonte, aveva due facce: la prima, pavese, piena di buche, la seconda appunto piemontese, liscia come l’olio. La differenza era visibile proprio al confine tra Cassolnovo (Lombardia) e Cerano (Piemonte). Ne facemmo un articolo, con una foto che purtroppo sarà difficile recuperare ma che diceva tutto.
Insomma, ho la presunzione di dire che le strade colabrodo siano un po’, ma solo un po’, colpa degli eventi e della scarsità di risorse e molto responsabilità degli uomini (leggi: amministratori e appalti conseguenti). Ho scoperto l’acqua calda? Probabile, forse non serve ma aiuta (cit. Giorgione).
