Economia

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    Minneapolis, la tragedia del Congo e qualche pensiero su come siamo fatti

    La notizia data dal sito internet della Bbc

    Un amico, l’altra sera, mi ha posto una domanda che sintetizzo così: perché ci stracciamo le vesti per due morti a Minneapolis quando il mondo, purtroppo, ci “offre” tragedie ben peggiori? Il riferimento era, come è subito chiaro, alle pagine dei giornali, ai servizi giornalistici televisivi, ai siti internet e ai social, che ogni ora dedicano spazio alle violenze dell’Ice e si sono dimenticati della tragedia del Congo, dove oltre 200 minatori sono morti per il crollo di una miniera. “La notizia – spiegavano le agenzie – viene da Lubumba Kambere Muyisa, portavoce del governatore della provincia in cui si trova la miniera. Il crollo sarebbe avvenuto mercoledì, ma fino a poche ore fa il bilancio delle vittime non era chiaro. Rubaya produce circa il 15% del coltan mondiale, che viene trasformato in tantalio, metallo resistente al calore molto richiesto dai produttori di telefoni cellulari, computer, componenti aerospaziali e turbine a gas.  Il sito, dove la gente del posto scava manualmente per pochi dollari al giorno, è sotto il controllo del gruppo ribelle M23 dal 2024″. 

    Dunque, morti di serie A e morti di serie B? Beh, è vero. Avviene così. Posso citare un esempio significativo: quasi soltanto il quotidiano Avvenire, con grande merito, si occupa della tragedia umanitaria del Sudan. Scrive Amnesty International: ” Con più di 15 milioni di persone costrette ad abbandonare le proprie case, il Sudan rappresenta attualmente la più grave crisi di sfollamento al mondo. Più di 30 milioni di persone hanno bisogno di aiuti umanitari e oltre 26 milioni sono in stato di grave insicurezza alimentare. Secondo le Nazioni Unite, dal 2023 le vittime sarebbero almeno 150.000“.

    Quindi, peggio di Gaza, peggio della guerra in Ucraina. E invece, la tragedia del Sudan spesso non viene neppure seguita da molti organi di informazione. Le ragioni? Tantissime, difficile spiegarle tutte. Una molto evidente, è che i fatti vicini a noi, geograficamente e politicamente, ci interessano di più. Il crollo a Niscemi è nulla rispetto ad altre vicende, eppure ci fa un grande effetto, anche perché è significativo della storia di mal governo del nostro Paese. E poi, ci sono altre ragioni. Ciò che accade a Minneapolis, politicamente e storicamente, ha pochi precedenti nei Paesi occidentali. Fa effetto, ci fa pensare che potrebbe capitare proprio a noi. E, molto cinicamente, non riusciamo a immaginare che una crisi come quella del Sudan possa verificarsi in Lombardia. Siamo fatti così, probabilmente fatti male, e gli organi di informazioni riflettono ciò che siamo. Cambiamo noi, cambierà l’informazione.

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    Francesi malefici, adesso mettete lo zucchero nel vino. Lo faremo anche noi?

    Vino “allo zucchero” nelle cantine francesi

    E i francesi ci rispettano / Che le palle ancora gli girano / E tu mi fai, “Dobbiamo andare al cine” / Vai al cine, vacci tu

    A dire la verità, questa volta le palle ce le fanno girare i francesi. I quali, dopo aver dato lezioni sul vino a destra e a manca, per primi fanno qualcosa che mai avremmo immaginato: zuccherare il vino. Anche quello pregiato. Certo, si tratta di zucchero d’uva, estratto dal mosto del vigneto che ha prodotto il vino stesso (non zucchero per alzare la gradazione), ma da qualsiasi parte la guardi questa vicenda, lascia pensare. Anche perché la decisione francese nasce da una scelta di mercato: modificare il sapore del vino per venire incontro ai gusti dei giovani, che amano il dolce. Una bestemmia, potremmo dire. Ma come sempre, business is business, alla faccia della coerenza. Succederà anche in Italia? Anche i vini oltrepadani saranno “corretti” allo zucchero d’uva? Scrive Il Sole 24 Ore: “Quella appena introdotta in Francia e non per i vini generici, ma per quelli Aoc (l’equivalente delle nostre Doc e Docg) rappresenta una vera e propria rivoluzione soprattutto perché viene adottata da un Paese che si è sempre professato difensore dell’integrità e della tradizione del prodotto vino”.

    E si aggiunge: “Nel caso invece della novità appena introdotta oltralpe (anch’essa esclusa in Italia) l’aggiunta può avvenire fino a ottenere nei vini un residuo zuccherino massimo di 9 grammi litro e deve avvenire a fermentazione conclusa. Per questo viene anche fissata una data: le operazioni non possono avvenire prima dell’1 novembre di ogni anno. Così l’aggiunta di zucchero post fermentazione permette di arrotondare le spigolosità di tannini e acidità senza per questo dover spostare il prodotto (sia rosso che rosato che bianco) all’interno delle categorie dei vini dolci.”

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    I data center così tecnologici che spengono le luci nei nostri paesi (o lo faranno)

    I data center possono provocare black out elettrici? La domanda, come racconta bene Giovanni Scarpa nel suo articolo su La Provincia Pavese, se la pone il comitato CivicaMente Uniti di Vellezzo Bellini, proprio a fronte di una serie di interruzioni della fornitura elettrica nella zona non dovute o non collegate direttamente al maltempo. La questione è interessante. Negli Stati Uniti, ma anche in altri Paesi europei, il proliferare di questi data center, la maggior parte dei quali impegnati a fornire energia all’attività dell’intelligenza artificiale, ha provocato due effetti: l’aumento delle tariffe e, appunto, interruzioni della fornitura. A sostenerlo, ad esempio, è un rapporto 2025 della North American Electric Reliability Corporation (NERC), l’organismo regolatore del settore elettrico, secondo il quale “il boom dei servizi di AI potrebbe mettere in seria difficoltà la rete elettrica statunitense e canadese già a partire dal prossimo anno“. Inoltre, spiega il sito HDBlog, “le prime avvisaglie di questi problemi potrebbero manifestarsi nel Midwest degli Stati Uniti, ma secondo la NERC quasi tutte le regioni del Nord America potrebbero sperimentare interruzioni significative della fornitura elettrica nel corso del prossimo decennio. Il rischio di blackout risulterà particolarmente elevato durante i periodi di picco della domanda energetica”.

    In sintesi. Il problema principale evidenziato dalla NERC risiede nella natura della domanda energetica dei data center:

    Vulnerabilità in Condizioni Estreme: Sebbene le risorse siano spesso adeguate in condizioni normali, eventi come ondate di gelo prolungate o tempeste invernali (ad esempio, il vortice polare) possono mettere a dura prova la rete, aumentando il rischio di carenze energetiche e interruzioni. 

    Domanda Costante: I data center richiedono un’alimentazione 24 ore su 24, 7 giorni su 7, esercitando una pressione continua sulla rete.

    Aumento Rapido della Domanda: La domanda di elettricità sta crescendo a un ritmo che supera la capacità di adeguamento delle infrastrutture di alimentazione, creando uno squilibrio tra domanda e offerta, in particolare in aree con un’alta concentrazione di data center.

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    Viale Gorizia, le buche e l’asfalto sulle strade provinciali tra esempi e qualche ricordo

    Magari sono fuori tempo massimo, ma le parole della vice sindaca Alice Moggi dello scorso fine dicembre sulle condizioni dell’asfalto di viale Gorizia (“Viale Gorizia? La scorsa amministrazione aveva steso un solo strato di asfalto») mi hanno fatto venire in mente qualche riflessione e un paio di confronti che condivido sperando che abbiano un minimo di interesse. La prima riflessione è generale: non sta bene comportarsi come la Meloni e il centrodestra scaricando sul passato i problemi dell’attuale amministrazione. Un po’ perché a Pavia centrodestra e centrosinistra hanno entrambi governato e viale Gorizia è sempre stato un po’ un disastro, un po’ perché si è sindaci e assessori pro tempore e nel periodo si risponde di quello che non funziona, si pensa a risolverlo e non a cercare scuse (magari persino fondate). Non sta bene, insomma. Nel mio lavoro da giornalista, se mai mi sfuggiva un accenno all’errore di un collega nel caso stessi rimediando a fatica a un problema, mi arrivava un cazziatone dal direttore. Aveva ragione il direttore: che lavorassi e non criticassi gli altri. Ciò detto, mi pare che le condizioni di viale Gorizia spingano a quale riflessione. Perché l’asfalto si rovina così tanto e così facilmente? Esiste un problema particolare in quella zona? Forse la vicinanza di tanti alberi e relative profonde radici? O l’incompetenza di chi fa e progetta i lavori? Ah, saperlo. Magari Moggi sarà in grado di dircelo.

    La seconda riflessione è sulle strade, in generale, di questa provincia. Che sono quasi sempre peggiori di quelle di altre province. Giuro: ogni volta che vado in vacanza o faccio un breve viaggio fuori dalla provincia di Pavia, trovo strade migliori. A creare problemi è il traffico pesante? Mah, tir ne viaggiano in tutto il Paese e poi una delle strade peggiori è quella che collega Pavia a San Genesio, dalla frazione Due Porte, e lì di camion se ne vedono il giusto. Per fare un esempio. Oppure, è la mancanza di fondi? Non sembrerebbe a leggere gli articoli della Provincia Pavese e i post di entusiasmo di sindaci vari nei confronti del loro presidente Giovanni Palli per gli stanziamenti destinati alle strade. E allora? Anche qui: non sarà per caso una questione di qualità del lavoro? Per dire, che le ditte di altre province sono più efficaci delle nostre? Mi viene anche da chiedermi: ma la direzione lavori di queste asfaltature non ha mai niente da contestare? Vai a saperlo, anche qui. Magari è successo, ma gli effetti i cittadini non li vedono.

    Un sospetto sulla questione della capacità di intervento mi viene pensando a due rotatorie sulla stessa direttrice, una dopo l’altra. La direttrice è la Vigentina. La prima rotatoria è quella che porta al quartiere Mirabello di Pavia: asfalto perfetto. La seconda è quella che porta a San Genesio: un percorso di guerra. E’ così da mesi e mesi, forse da anni. Chi mi risolve il mistero? Mi sovviene un ricordo. Anni Novanta, lavoravo alla redazione della Provincia Pavese di Vigevano. Mi resi conto, dopo qualche tempo, che la strada provinciale 206, che diventa poi strada provinciale 4 in Piemonte, aveva due facce: la prima, pavese, piena di buche, la seconda appunto piemontese, liscia come l’olio. La differenza era visibile proprio al confine tra Cassolnovo (Lombardia) e Cerano (Piemonte). Ne facemmo un articolo, con una foto che purtroppo sarà difficile recuperare ma che diceva tutto.

    Insomma, ho la presunzione di dire che le strade colabrodo siano un po’, ma solo un po’, colpa degli eventi e della scarsità di risorse e molto responsabilità degli uomini (leggi: amministratori e appalti conseguenti). Ho scoperto l’acqua calda? Probabile, forse non serve ma aiuta (cit. Giorgione).

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    Centinaio contro il Mercosur scende in piazza con gli agricoltori (attendiamo foto)

    Mentre da Fratelli d’Italia si plaude per le scelte della Meloni sul Mercosur -ossia l’accordo con i Paesi del Sudamerica per gli scambi commerciali, per la loro reciprocità – la Lega mastica amaro e sembra più schierata (guarda tu le strane combinazioni della politica) con Macron e la Francia, contrarie all’accordo. Dalle nostre parti, la voce stonata rispetto al governo di centrodestra è quella di Gian Marco Centinaio, senatore leghista pavese, qualche esperienza in agricoltura ovviamente da ministro ma anche perché “mia sorella ha un’azienda agricola in Oltrepo”. Il quale, in una intervista a Il Foglio, annuncia che “sarà in piazza contro il Mercosur”. Poi al sito Open, Centinaio dice: “La nostra contestazione riguarda soprattutto il principio di reciprocità, cioè la richiesta che agli agricoltori del Mercosur vengano imposte le stesse condizioni e le stesse limitazioni previste per quelli europei. È evidente che le pratiche agricole nei Paesi del Mercosur sono profondamente diverse da quelle europee. E poi, altro tema: quando le aziende di trasformazione scelglieranno carne che arriva dal Brasile o dall’Argentina, grano che arriva dall’altra parte del mondo, frutta e verdura importate perché costano meno, le aziende locali finiranno per chiudere”.

    Oggi dunque Centinaio in piazza con i trattori. Attendiamo foto.

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    I saldi a Pavia, i conti in tasca al ceto medio e le chiacchiere del governo che sono a zero

    I dati pubblicati oggi dalla Provincia Pavese mostrano (confermando che l’ottimismo dei mesi scorsi era mal fondato) come l’export pavese abbia subito un crollo del 7,7 per cento rispetto al 2024. I segnali che le cose vanno male, qui da noi e in tutto il Paese, lo dicono i numeri, come sempre, alla faccia della propaganda, perché di questo si tratta, dell’attuale governo (ma, nel passato, i governi di centrosinistra e berlusconiani non si erano comportati diversamente). I poveri sono poveri come prima, la classe media è più povera, i ricchi sono più ricchi. E così fai la coda per andare a sciare dove una giornata media a una famiglia costa tra i 300 e i 400 euro (elaborazione dall’intelligenza artificiale Gemini), magari devi spintonare per un capo di Armani, ma i negozi in periodo di saldi sono mezzi vuoti. Le famiglie, quelle “vere”, si fanno i conti in tasca e sono sicuro che tra qualche settimana tutti i commercianti pavesi si lamenteranno. Anche perché chi non ha soldi alla fine si affida ai “cinesi”: un paio di jeans, non di marca, costano un’ottantina di euro in centro a Pavia, in qualche store fuori città con venti euro li porti a casa. Ma queste sono chiacchiere del sottoscritto, che valgono qualche che valgono. Io mi appassiono ai numeri. Eccoli, da uno studio presentato dalla Cisl e da un articolo de Il Sole 24 Ore.

    La ricchezza delle famiglie sotto i livelli del 2012

    La ricchezza delle famiglie italiane negli ultimi 13 anni è cresciuta meno della media dell’area euro e ha perso il confronto con quella di tedeschi e francesi. I dati emergono dall’analisi della Fondazione Fiba di First Cisl sui dati forniti dalla Bce sulla ricchezza distribuita. Dal dicembre 2012 al giugno 2025 l’incremento della ricchezza in Italia è stato di circa il 20,6%, contro il 45,1% della Francia e il 108,2% della Germania, mentre la media dell’area euro si è attestata al 66,2 per cento. Considerando che nel periodo sotto la lente l’indice di rivalutazione monetaria è stato pari a 1,22, le famiglie italiane hanno perso circa il 2% di ricchezza in termini reali rispetto al 2012. La ricchezza netta delle famiglie italiane è pari nel 2025 a 10.991,5 miliardi di euro e rappresenta il 16,6% di quella dell’area euro, in discesa dal 22,9% del 2012. L’indebitamento delle famiglie italiane, invece, è pari a circa il 10,1% dell’area euro (792,3 miliardi su 7.825,5), ed è cresciuto nel periodo in esame del 13,3%, contro il 27,9% dell’area euro, il 39,5% della Germania e il 52,6% della Francia. La ricchezza per famiglia a fine 2012, pari a circa 375,6 mila euro, era più alta di quella delle famiglie francesi e tedesche (rispettivamente 325,1 e 228,5 mila euro), mentre a metà 2025 risulta inferiore (438,7 mila euro contro 442,2 mila dei francesi e 461,6 mila dei tedeschi). La società italiana «si va polarizzando: sulla base dei dati a metà 2025, il 50% della popolazione possiede appena il 7,4% della ricchezza, il 60% si ferma al 12%, mentre il 10% più ricco controlla il 59,9%. E il 5% più ricco detiene oltre il 49,4% della ricchezza totale. (fonte: Il Sole 24 Ore)

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    Vino senza alcol, finalmente arriva la normativa che regola la produzione

    Finalmente anche in Italia, e quindi anche in Oltrepo dove ci sono alcune realtà interessate, come ad esempio la cantina Terre d’Oltrepo (crisi a parte, s’intende), si potrà produrre vino senza alcol. Non che oggi non si potesse fare, ma in assenza di una normativa, le aziende erano costrette a procedere alla dealcolizzazione all’estero, in particolare in Germania, caricando poi sul prodotto i costi di trasporto. Il vino senza alcol, che è già un importante settore all’estero, anche in Italia sta iniziando a prendere piede. In un articolo pubblicato da Il Sole 24 Ore, infatti, si spiega come sia rrivato dal governo il “via libera alla produzione di vini dealcolati in Italia. Ieri è stato varato il decreto interministeriale (Mef–Masaf) che definisce il regime fiscale e le accise per la produzione di vino senz’alcol o a ridotto contenuto alcolico e, in particolare, la tassazione dell’alcol ottenuto dai processi di dealcolazione. Una misura molto attesa dai produttori italiani che, in molti casi, già si sono cimentati con questo segmento di mercato, tra l’altro, in forte crescita soprattutto all’estero. Tuttavia finora, gli imprenditori italiani, proprio a causa della assenza di un quadro normativo, erano costretti a effettuare all’estero le operazioni di delocalizzazione, in primo luogo in Germania o in Spagna. Sobbarcandosi i relativi costi di trasporto”

    “Secondo l’Osservatorio dell’Unione italiana vini il comparto dei vini NoLo (ovvero No alcohol oppure Low alcohol) o a gradazione alcolica ridotta o nulla è uno dei segmenti che sta crescendo di più e che continuerà a crescere all’interno del settore vino. L’attuale mercato dei vini NoLo al mondo vale 2,4 miliardi di euro, ma le stime parlano di un raddoppio a 3,5 miliardi entro il 2028 con un tasso medio annuo di crescita dell’8%”-

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    Provincia Pavese, La Stampa, la Sentinella e le manovre per un giornalismo ancora vivo

    Segnalo per chi fosse interessato alle questioni giornalistiche. Come sapete (se non lo sapete vi informo), da un po’ la Provincia Pavese ha lasciato il gruppo Gedi (quello di Rep) ed è stata acquisita dal gruppo Sae. Così, Pavia si è separata da Torino (La Stampa) e da Ivrea (La Sentinella del Canavese). Un gruppo greco sta acquistando Gedi, ma non vuole La Stampa e la Sentinella. Ora proprio Sae e Nam sembrano interessati – rivela il Sole 24 Ore – a La Stampa (e di conseguenza, probabilmente, alla Sentinella). Vuoi vedere che, alla fine, Stampa, Sentinella e Provincia Pavese si ritrovano al punto di partenza, tutti insieme appassionatamente? Il gruppo Gedi, nel 2024, perdeva 45 milioni di euro. Eppure, con tutti i quotidiani in rosso stabile, Del Vecchio, i greci, Sae e forse Nam (in concorrenza per acquisire la Stampa), comprano giornali. Perché? Secondo una riflessione de Il Foglio, la questione sarebbe la seguente. Alla faccia dei sempliciotti che credono davvero che l’informazione si auto-produca sui social, la stragrande maggioranza delle notizie che poi circolano su blog, post di influencer, presunti siti di informazione “libera” e pirlate del genere, arriva dal lavoro faticoso, duro e complesso dei giornalisti. Scrive Stefano Cingolani su Il Foglio, in riferimento all’operazione di Del Vecchio (acquisto del 30% de Il Giornale): “Sta nascendo un fronte tra gli editori, i giornalisti, gli operatori dell’informazione, per chiedere norme che impongano le royalties sui dati i quali non sorgono dalle sabbie, ma sono raccolti e lavorati dai giornalisti se parliamo di notizie e analisi, o da scienziati se estendiamo il nostro ragionamento alla medicina, alla fisica insomma a tutti i territori del sapere. Google, OpenAI, Meta insomma tutti i colossi digitali senza quei dati accumulati in ingenti masse e già processati per renderli attendibili, non potrebbero esistere. I social media potevano accontentarsi delle chiacchiere tra amici per farci i soldi vendendo le identità digitali e trasformando gli utenti in consumatori. L’intelligenza artificiale va ben al di là, ha bisogno di informazioni complesse, altrimenti sarebbe solo un gioco di società. Dunque, se questo è il panorama, bisogna occupare il territorio, impadronirsi dei pozzi (alias giornali, radio, tv, portali ecc.) e vendere il petrolio digitale al maggior offerente nelle migliori condizioni. Ma c’è di più, naturalmente, perché l’informazione ha a che fare con i valori. Marchi l’ha chiamata “l’infrastruttura di una società libera”. Una definizione che mette a tacere gli aedi dell’anarchia digitale”.

    Insomma, prima o poi i ladri di notizie dovranno pagare caro e pagare tutto.

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    E anche stavolta bocciamo l’ex Necchi e lasciamo che Pavia naufraghi così

    La pagina de La Provincia Pavese sul caso ex Necchi, articolo di Fabrizio Merli

    Ammetto, appena ho visto il titolo de La Provincia Pavese e ho letto il pezzo dell’amico e bravissimo collega Fabrizio Merli, ho avuto un déjà-vu. Perché il progetto della “radiale”, ossia della strada che dovrebbe collegare la zona di via Olevano-Mirabello con l’area Necchi trasformata dal progetto Supernova, è una storia vecchissima, che risale al vecchio piano regolatore e all’amministrazione Albergati. Anche allora, insieme alla famosa “rampa di Rampa”, si discusse di quella strada che secondo alcuni (e in effetti era un bel sospetto) avrebbe permesso, nella sua presunta inutilità viabilistica, di costruire altre case con la “scusa” del tracciato stradale. Ora, ricordando che allora il progetto fu bocciato, e scomparve (o magari ve n’è traccia nella documentazione urbanistica di allora e nei ricordi di qualche amministratore), mi vengono i brividi a pensare che il recupero dell’area ex Necchi sia ancora in discussione quando, all’epoca del vecchio Prg, fu cancellata l’ipotesi che lì si potesse insediare l’Ikea, soluzione che sollevò le proteste dell’associazione commercianti (come qualsiasi progetto che non riguardi l’orticello piccolo piccolo del centro storico). Oggi, dunque, scopriamo che anche questo intervento di recupero è a rischio perché un consigliere comunale non è contento, come non abbiamo avuto il parcheggio multipiano di via Oberdan perché un consigliere non era contento, come non abbiamo mai fatto un sacco di cose dicendo che siamo tutti fantasiosi progressisti e che ci piacerebbe non fare un parcheggio o recuperare un’area abbandonata, ma trasformare Pavia nel regno delle meraviglie. D’altro canto, “se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi” (cit.).

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    Una mancetta per i senatori di centrodestra, o per tutti quanti (Centinaio, illuminaci)

    Il senatore che distribuisce le mance

    “Fratelli di mancia”, ironizza nel titolo il quotidiano Il Foglio. E in effetti, si tratta proprio di una mancia: una bella mancia, visto che sono 500mila euro per ogni senatore di maggioranza che, senza alcun vero vincolo, il parlamentare di centrodestra può “regalare” s’immagina con destinazione sul suo territorio elettorale. Ora, io de Il Foglio solitamente di fido, ma non si sa mai. Chiedo a chi sa, ossia all’amico senatore Centinaio, se davvero anche lui ha a disposizione quella mancia, se di mancia si tratta, se vale per tutti i senatori o solo quelli appunto di maggioranza (e sarebbe cosa alquanto strana) e se è così, se si è già fatto un’idea su dove e come spenderla. Perché questa storia è davvero curiosa. Segue il testo dell’articolo de Il Foglio a firma del bravissimo Carmelo Caruso:

    Si deve approvare la manovra e i senatori di maggioranza hanno il tesoretto, la dote: 500 mila euro per due anni.
    Si tratta del Fondo parlamentare e in un messaggio arrivato ai senatori di FdI, Lega, Forza Italia ci sono le istruzioni per l’uso: 500 mila euro per ciascuno dei senatori per gli anni 2026 e 2027.
    C’è anche come utilizzarli.
    La parte corrente? “Contributi diretti a enti, associazioni (terzo settore)”.
    La parte in conto capitale? “Infrastrutture (manutenzioni straordinarie e opere)”.
    Precauzioni: “Preferibilmente destinati a non più di 2/3 soggetti”.
    “Caro senatore di maggioranza, vuoi asfaltare la piazza del paesello elettorale? Nessun problema, ma ricordati che per “strade, piazze ponti e rotonde il progetto da finanziare sia dotato da Cup”.
    Meloni ha chiuso Atreju dicendo che con noi “chiude la stagione degli sprechi, della mance elettorali per comprare il consenso”.
    Gli sprechi sicuro, sulle mance non esageriamo.
    Siamo sempre l’Italia generosa.
    I genitori allungano la paghetta, i nonni la pensione e il senatore la mancetta.
    Italia perfetta.

    Carmelo Caruso