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    23 buone ragioni per votare No al referendum sulla giustizia: ragione n° 3

    E’ chiaro, credo, che in questa serie di “buone ragioni” per il No, non ci sia da parte mia l’intenzione di infilarmi in discussioni tecniche sul quesito referendario. Altri, molti altri, troppi altri, lo hanno già fatto. Chi ancora è in grado di leggere, si informi sui giornali. Ora, però, vengo alla terza ragione. Al di là delle questioni tecniche, appunto, non c’è dubbio che la modifica della composizione del Csm rafforzi la presenza della politica e indebolisca la presenza della magistratura. Non fosse altro perché aumentano i membri laici, perché se li sceglie la maggioranza di governo senza la minoranza (molto, molto probabilmente: poi vedremo nel concreto se dovesse vincere il Sì), perché i magistrati si sorteggiano come se fossero tutti uguali mentre i rappresentati della politica si scelgono. Ora, siamo davvero sicuri di voler spostare la bilancia verso la politica, di qualsiasi colore sia?

    La risposta è in questo post della parlamentare europea Anna Cisint, di Fratelli d’Italia. E’ un post con una foto falsa e una affermazione falsa. Ecco, immaginatevi questo personaggio che ha influenza nella scelta dei componenti del Csm e vi verrà facile capire la terza buona ragione.

  • cronaca,  giornalismo,  Politica,  referendum

    23 buone ragioni per votare No al referendum sulla giustizia: ragione n° 1

    Il senso dell’umorismo dell’Ai (su mio suggerimento)

    La scelta irrazionale.

    So che vale quello che vale, ma insomma, alla sola idea che la sconfitta del “Sì” possa far incazzare il centrodestra e in particolare personaggi come Salvini, Meloni, Fazzolari, Tajani &C., mi viene voglia di votare due volte. Sì e ancora Sì. D’accordo, sarebbe un voto non esattamente fondato sull’analisi della questione referendaria. Ma è questa prima ragione per votare Sì che viene in aiuto a tutti quelli che si stanno chiedendo per quale accidente di ragione dobbiamo separare le carriere dei magistrati, creare un nuovo organismo disciplinare, insomma fare in modo da poter limitare l’indipendenza della magistratura chissà con quali obiettivi. Oh, direi a queste persone, che ci sono una lunga serie piduistica di ragioni, ma appunto, sarebbe una gran fatica convincerle ad ascoltarle. E allora fate come i tifosi sfegatati, quelli che mica ragionano se c’era rigore o meno, ma gridano all’arbitro cornuto perché danneggia la loro squadra. Anche se quel rigore dato c’era davvero, ma che importa, noi volevamo vincere. Ecco, il primo approccio che consiglio è di ragionare a pelle: guardate le storia di chi vi suggerisce di votare Sì, guardate le loro facce, guardate il loro passato. Pensate che sono gente di destra e fatevi una domanda: vi rappresentano per davvero? Se anche avete un piccolissimo dubbio, votate No, che li farete incazzare. E poi sai che soddisfazione, la mattina dopo, ascoltarli in tv, leggere le loro parole sui giornali. Insomma, a farla breve: votate No perché sarà come tirargli una torta in faccia. Magari poi non serve a niente, ma sai che goduria.

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    Boerchio, case per i ricchi e la scelta sulla diseguaglianza (cit. Piketty)

    Immagine, come sempre, creata con l’Ai

    Unire i puntini, a volte, lascia in bocca il sapore della retorica persino populista e quindi bisogna fare attenzione. Ma ogni giorno, sfogliando i giornali e trovando conferma dalle ricerche scientifiche (cito l’ultimo libro che ho letto: “Natura, cultura e disuguaglianze. Una prospettiva comparativa e storica” di Thomas Piketty che conferma che la diseguaglianza è una scelta politica e non un destino antropologico), penso che questo mondo a due velocità mi fa sempre più impressione. Due velocità nella giustizia, nell’economia, nei diritti, nelle scelte politiche, nella possibilità di essere cittadino e uomo/donna libero effettivamente. E allora, uno dei temi che più mi preme è quello della casa, della possibilità per tutti – i giovani che devono crescere, le famiglie che devono resistere e gli anziani che hanno il diritto di prendere fiato – di una vita dignitosa tra quattro mura. Oggi leggo su La Provincia Pavese, il mio quotidiano preferito da sempre, che verranno recuperati il palazzo e la villa che fu dei Boerchio con annesso grandissimo e splendido giardino. Bene, quell’area era abbandonata da tempo. Che se ne farà? Appartamenti di lusso.

    La crisi abitativa, va da sè, riguarda solo chi i soldi non li ha. E i grandi progetti riguardano, ancora, chi un po’ di soldi da parte li ha messi (qualche centinaio di migliaia di euro, s’intende). Vedremo quanto costeranno le case all’area ex Necchi e all’area ex Neca. Già oggi acquistare casa a Pavia è cosa per benestanti e gli affitti quasi pareggiano quelli milanesi. Non è Pavia una città per giovani e per chi ha un reddito modesto o appena superiore. E’ una città per ricchi. Non so se mi piace. E ancora una volta mi aspetto dalle pubbliche amministrazioni, a ogni livello, Comune compreso, uno sguardo nuovo e coraggioso verso queste esigenze. C’è bisogno di case ad affitto controllato, case popolari in vendita a prezzi calmierati. E questo può avvenire con scelte urbanistiche. Anche se stiamo scoprendo, leggendo La Provincia Pavese, che l’urbanistica è di per sè un bel problema.

    Ripeto, ci vogliono azioni coraggiose. Perché come spiega molto bene Piketty nel suo breve saggio, che consiglio agli amministratori pubblici del centrosinistra, molto impegnati su Pucci e poco sulla carne viva del mondo, di leggere, la diseguaglianza è una scelta. Non un destino.

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    Cinema e realtà, Sean Penn & Gregory Bovino e chi prenderà gli Oscar

    Come sempre meno accade, la fantasia supera la realtà (anche se poi, dopo, ti accorgi che in realtà la realtà ha brutalmente superato la fantasia). Questo attorcigliarsi con le parole per prendere atto dello straordinario rapporto tra il film “Una battaglia dopo l’altra”, candidato a parecchie statuette dei prossimi Oscar, e quello che sta avvendendo negli States con la deriva violenta e sanguinaria di Minneapolis. L’analogie tra film (fantasia) e cronaca (realtà) sui temi della lotta violenta e feroce contro l’immigrazione negli Stati Uniti è già stata oggetto di analisi di colleghi più preparati di me. Mi limito a riportare un passaggio di un bell’articolo de Il Manifesto dei giorni scorsi proprio sulla questione: ” La travolgente tragicommedia di PT Anderson, girata un anno prima che scattassero i pogrom delle milizie di Ice, contiene il presagio, non solo dei rastrellamenti etnici, ma un personaggio come il colonnello Steven J Lockjaw. Il militare suprematista interpretato da Sean Penn (meritata candidatura per lui) sarebbe stato considerato una geniale invenzione di satira farsesca se non si sovrapponesse così perfettamente al comandante Gregory Bovino, il vero gerarca che gli Americani si sono ormai abituati a vedere dirigere le operazioni di pulizia etnica sulle strade del paese”. Ecco, il paragone, l’analogia incredibile, è tra Gregory Bovino e Sean Penn, analogia anche fisica come mostrano le due fotografie che ho allegato qui sopra.

  • cronaca,  Esteri,  giornalismo,  Media,  Politica

    “Lo Stato del terrore è arrivato”, il monito del New York Times

    Di fronte allo scempio che Trump sta facendo della democrazia e del suo stesso popolo, è difficile sia trovare le parole giuste, sia quelle originali. Non ho conoscenza e competenza sufficiente per dire meglio di altri. Mi affido dunque, sperando che possa essere utile, alle parole di chi sta vivendo e analizzando ciò che accade negli Usa, in particolare al commento che questa mattina ho letto sull’edizione on line del New York Times dal titolo “Lo Stato del terrore è arrivato”. Cito il primo paragrafo che, in qualche modo, dice tutto e sintetizza: “Dopo le ultime tre settimane di brutalità a Minneapolis, non dovrebbe più essere possibile dire che l’amministrazione Trump cerca semplicemente di governare questa nazione. Cerca di ridurci tutti a uno stato di paura costante – una paura della violenza da cui alcune persone possono essere risparmiate in un dato momento, ma da cui nessuno sarà mai veramente al sicuro. Questa è la nostra nuova realtà nazionale. Il terrore di Stato è arrivato”.

    Poi, il mondo è bello perché è vario. E ci troviamo anche il quotidiano Il Tempo, conservatore, reazionario e filo trumpiano, che riesce a non mettere nella prima pagina le notizie da Minneapolis. Notizie e tragedie che sono una spina nel fianco della Meloni. Ma i lettori de Il Tempo, suppongo, non se ne preoccupano.

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    Una speranza che qualcuno metta in riga Trump (democraticamente, s’intende)

    La pagina del New Yotk Times

    Una speranza c’è. E viene dal New York Times e dal racconto in una sua pagina che, nei giorni scorsi, è stato dedicato al rapporto tra gli elettori, anche trumpiani, e il presidente degli Stati Uniti. I sondaggi e le analisi ci dicono che probabilmente la “luna di miele” con gli elettori certamente conservatori di destra, ma moderati, sta finendo. C’è, come dice il titolo, una sorta di inversione di tendenza. In particolare, poi, gli elettori – che sono, ripeto, conservatori – ritengono che Trump si sia impegnato su priorità sbagliate. Insomma, la lotta feroce contro gli immigrati, l’utilizzo di una forza di stile nazi-fascista come l’Ice, non vengono visti come la soluzione a un Paese, gli Usa, che ha visto crescere la ricchezza di chi ricco già lo era, mentre la fascia medio bassa della popolazione non ha avuto miglioramenti nella propria situazione di vita quotidiana e a volte persino peggioramenti. Insomma, come detto, una speranza c’è ed è quella delle elezioni di novembre, di medio termine, dove Trump potrebbe perdere la maggioranza alla Camera o al Senato. Ma in quel caso, come reagirà al verdetto elettorale? E permetterà davvero che si vada al voto? Vuoi vedere che dovremo guardare agli Usa come oggi guardiamo alla Russia e alla Cina? Che tristezza.

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    Trump, la democrazia in crisi e due storie raccontate dal New York Times

    La lettura, di solito un po’ faticosa poiché la mia conoscenza della lingua inglese è tutt’altro che perfetta, dei quotidiani statunitensi mi sta convincendo di un fatto tutto sommato banale e scontato: del rischio di una “dittatura Trump” sono più preoccupati loro negli Usa di noi in Europa. In particolare il New York Times e il Washington Post, giornali certo non conservatori ma simpatizzanti per i Democratici, dedicano pagine e pagine, decine di pagine settimanalmente, all’analisi dei rischi per la democrazia, quella democrazia che noi, fino a poco tempo fa, avevamo come esempio, mentre oggi siamo costretti a tenerci ben stretta quella sempre più debole assicurata dal centrodestra italiano. Due articoli, entrambi del NYT, mi hanno colpito. Il primo, qui sotto, si domanda, in buona sostanza, se ci sarà una reazione a ciò che sta accadendo, in particolare per le brutali e fasciste violenze dell’Ice, da parte del Paese.

    Il secondo articolo, meno riflessivo ma curioso, ci racconta di come il “fascino” del trumpismo dia segni di cedimento. Lo dicono i sondaggi, anche se molto anticipati, sulle elezioni di metà mandato, fissate a novembre, dove Trump potrebbe perdere la maggioranza in parlamento; e appunto lo racconta questa storia di un negozio tutto dedicato al 47esimo presidente e che ora sembra debba chiudere. Un segnale di speranza? Chissà…

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    L’eredità della signora Lovati e la commozione dei beneficiari (era il 1991 a Pavia)

    Il mio articolo sulla Provincia Pavese del 1991

    Una bella vicenda quella di Albina Lovati, che lasciò la sua eredità miliardaria (non c’era ancora l’euro) a chi le aveva voluto bene, a chi era stato gentile con lei. A cominciare dal suo medico curante. E poi i lasciti arrivarono alla Casa del Giovane all’epoca ancora diretta da don Enzo Boschetti, e persino regalò la bottega alla famosa gelateria Pampanin. Mi ero divertito a scrivere quell’articolo ed era una di quelle storie che si facevano leggere, con le persone coinvolte disposte a parlare. Chissà chi ricorda ancora il caso, chi si rammenta di Albina Lovati e della sua generosità.

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    Belpietro, la lingua italiana, le parole che i giornalisti dovrebbero conoscere

    La copertina di Panorama

    Ogni professionista, artigiano, ricercatore, docente, manovale, operaio, impiegato, etc., utilizza alcuni strumenti nel suo lavoro. Che siano un martello, un algoritmo o la capacitò di trasmettere conoscenza. I giornalisti, nello specifico, hanno come strumento il linguaggio e, ancor più specificatamente, l’uso (corretto, si spera) delle parole. Per questa ragione l’articolo come sempre pungente di Stefano Lorenzetto su Il Foglio (nella rubrica in cui appunto fa le pulci al linguaggio dei giornalisti), ci è sembrato interessante. Ancor di più perché bacchetta (sempre che il bacchettato abbia una vaga sensibilità per le critiche) il direttore del quotidiano La Verità, Maurizio Belpietro, che era stato condannato a 80mila euro di risarcimento per aver diffamato – quando era direttore del settimanale Panorama – alcune organizzazioni non governative, volontari che salvano vite dei migranti nel Mediterraneo. Per definirle, o meglio per definire i loro volontari, aveva usato il termine “pirati”. E, dopo la condanna, in un articolo, aveva sostenuto, Belpietro, che giusto era quel termine perché le Ong stesse ammettevano di “violare la legge”.

    Ecco, al di là del merito, Lorenzetto fa notare come pirata è ben diverso da fuorilegge (sempre che la legge, poi, sia stata davvero violata). Le Ong, i loro volontari, casomai sono dei fuorilegge. Non dei pirati. E a noi, per quel che vale, fuorilegge del genere ci piacciono tantissimo. Un po’ come Robin Hood.

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    Provincia Pavese, La Stampa, la Sentinella e le manovre per un giornalismo ancora vivo

    Segnalo per chi fosse interessato alle questioni giornalistiche. Come sapete (se non lo sapete vi informo), da un po’ la Provincia Pavese ha lasciato il gruppo Gedi (quello di Rep) ed è stata acquisita dal gruppo Sae. Così, Pavia si è separata da Torino (La Stampa) e da Ivrea (La Sentinella del Canavese). Un gruppo greco sta acquistando Gedi, ma non vuole La Stampa e la Sentinella. Ora proprio Sae e Nam sembrano interessati – rivela il Sole 24 Ore – a La Stampa (e di conseguenza, probabilmente, alla Sentinella). Vuoi vedere che, alla fine, Stampa, Sentinella e Provincia Pavese si ritrovano al punto di partenza, tutti insieme appassionatamente? Il gruppo Gedi, nel 2024, perdeva 45 milioni di euro. Eppure, con tutti i quotidiani in rosso stabile, Del Vecchio, i greci, Sae e forse Nam (in concorrenza per acquisire la Stampa), comprano giornali. Perché? Secondo una riflessione de Il Foglio, la questione sarebbe la seguente. Alla faccia dei sempliciotti che credono davvero che l’informazione si auto-produca sui social, la stragrande maggioranza delle notizie che poi circolano su blog, post di influencer, presunti siti di informazione “libera” e pirlate del genere, arriva dal lavoro faticoso, duro e complesso dei giornalisti. Scrive Stefano Cingolani su Il Foglio, in riferimento all’operazione di Del Vecchio (acquisto del 30% de Il Giornale): “Sta nascendo un fronte tra gli editori, i giornalisti, gli operatori dell’informazione, per chiedere norme che impongano le royalties sui dati i quali non sorgono dalle sabbie, ma sono raccolti e lavorati dai giornalisti se parliamo di notizie e analisi, o da scienziati se estendiamo il nostro ragionamento alla medicina, alla fisica insomma a tutti i territori del sapere. Google, OpenAI, Meta insomma tutti i colossi digitali senza quei dati accumulati in ingenti masse e già processati per renderli attendibili, non potrebbero esistere. I social media potevano accontentarsi delle chiacchiere tra amici per farci i soldi vendendo le identità digitali e trasformando gli utenti in consumatori. L’intelligenza artificiale va ben al di là, ha bisogno di informazioni complesse, altrimenti sarebbe solo un gioco di società. Dunque, se questo è il panorama, bisogna occupare il territorio, impadronirsi dei pozzi (alias giornali, radio, tv, portali ecc.) e vendere il petrolio digitale al maggior offerente nelle migliori condizioni. Ma c’è di più, naturalmente, perché l’informazione ha a che fare con i valori. Marchi l’ha chiamata “l’infrastruttura di una società libera”. Una definizione che mette a tacere gli aedi dell’anarchia digitale”.

    Insomma, prima o poi i ladri di notizie dovranno pagare caro e pagare tutto.