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23 buone ragioni per votare No al referendum sulla giustizia: ragione n° 6

Il palazzo di giustizia di Firenze Giorno dopo giorno, siamo alla sesta buona ragione per votare No al referendum. Va da sè che è probabile che 23 buone ragioni non mi vengano tutte e quante in mente, perché questo escamotage sul titolo del post serve a parlare di temi che mi interessano e segnalare come spesso prima di parlare, scrivere e postare bisognerebbe informarsi. E come ancora chi fa politica, s’intende da ogni parte (destra, centro e sinistra) dovrebbe non solo portare acqua al suo mulino ma aiutare i cittadini-elettori a comprendere la complessità. Ecco, uno che non lo sta facendo e si comporta come un cavernicolo (intellettualmente parlando) è tal Alessandro Ciriani, parlamentare europeo di Fratelli d’Italia. Il quale pubblica un post del genere:

Il post di Ciriani La vicenda, ovviamente, è più complicata. E sia chiaro, un assassino dovrebbe restare in carcere se la condanna è definitiva (mi pare che ci sia, dalle nostre parti, qualcuno condannato in primo grado per omicidio che gira allegramente per strada continuando a fare il suo lavoro, o mi sbaglio?) In primo luogo non c’entra nulla lo stare bene o lo stare male. Il atto è che atti internazionali indicano le carceri greche, dove dovrebbe essere estradato, in tali condizioni da non garantire il rispetto dei diritti umani. Ora, questo aspetto, che ci pare incredibile, è uno strumento di diritto e rispetto di civiltà. Immaginiamo che la sentenza riguardi un nostro amico: vorremmo che scontasse la pena, magari anche giusta, in un carcere dove viene maltrattato e dove le condizioni sono incivili? Infatti, il 27enne pakistano sarebbe stato associato alle carceri di Negrita o Salonicco, ed è su questo che hanno puntato gli avvocati dello straniero, negando le accuse anche per assenza di “gravi indizi di colpevolezza”. I giudici, acquisendo le informazioni del rapporto europeo per la prevenzione della tortura, hanno stabilito che alla luce di un non neutralizzato “rischio di trattamenti inumani o degradanti”, c’è la “necessità di negare la consegna”.
Il commento di Ciriani è poi delirante: con questa vicenda (e ovviamente con il referendum sulla giustizia) nulla c’entra la magistratura “ideologizzata” o il “garantismo a senso unico” (nel senso che non si è abbastanza garantisti con i politici?). Così, non ci si comporta se si è parlamentari. Si critica la decisione, magari dopo aver letto le motivazioni dei giudici che io, come suppongo Ciriani, ho ancora letto.
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23 buone ragioni per votare No al referendum sulla giustizia: ragione n° 5

L’articolo de Il Fatto Quotidiano Una delle ottime ragioni per votare No, e qui siamo arrivati alla quinta buona ragione (chissà che tutta questa mia fatica convinca almeno una persona a cambiare voto a favore del No, sarebbe un bel risultato), è che il voto del 23 marzo per il No serve anche a frenare una tendenza che riguarda la destra come la sinistra: l’insofferenza per i magistrati. La questione della separazione delle carriere è solo l’inizio di un percorso – questa volta intrapreso dal governo Meloni ma che non mi avrebbe stupito da un governo Renzi o un governo D’Alema, per dire – per limitare, appunto, il potere di chi indaga. Certo, questo referendum, in una prima analisi, non sembra muoversi in questa direzione. Ma se poi, come sembra probabile, la composizione dell’Alta Corte sarà decisa solo dalla maggioranza parlamentare, senza spazio per le opposizioni, il controllo sulla magistratura (il potere disciplinare nel caso) sarà più forte. Ma, ancora, siamo alle prime battute. Il governo di centrodestra, no di destra scusate, potenzia il controllo sul dissenso (pensiamo al tentativo di quel curioso personaggio che è Salvini di caricare la responsabilità civilistica dei danni delle manifestazioni politiche e sindacali sugli organizzatori…), vorrebbe togliere il controllo della polizia giudiziaria ai Pm, e cerca di indebolire la capacità di indagine delle procure. Pensiamo al decreto sulle intercettazioni, ma anche ai reconditi desideri, voci dal sen sfuggite. Pubblico qui un articolo de Il Fatto Quotidiano dove un altro inconsueto personaggio governativo, il ministro Nordio, garantisce che indebolirà l’arresto preventivo. Che non si capisce cosa sia, ma intende dire che, per esempio, alcuni reati non prevederanno l’arresto. Vuoi scommettere che saranno reati collegati alla pubblica amministrazione?.
Ragionate e votate No, grazie. -
23 buone ragioni per votare No al referendum sulla giustizia: ragione n° 4

Beh, tra le tante sciocchezze che ho sentito in questi mesi dai sostenitori del Sì, questa è una delle più maldestre. Infatti, uno degli slogan più efficaci del Sì è che l’attuale sistema risale al fascismo. Peccato sia una bufala colossale: l’unità delle carriere è stata introdotta nello Stato liberale nel 1890, ben prima del fascismo, e la Costituzione repubblicana e antifascista l’ha fatta propria . Insomma, votando Sì non si abbatte una legge di Mussolini, ma si modifica un impianto voluto dai padri costituenti. Una svista storica non da poco. Ma che la dice lunga sulla mancanza di buone ragioni da parte di chi vuole, sbagliando, cambiare la Costituzione.
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23 buone ragioni per votare No al referendum sulla giustizia: ragione n° 3
E’ chiaro, credo, che in questa serie di “buone ragioni” per il No, non ci sia da parte mia l’intenzione di infilarmi in discussioni tecniche sul quesito referendario. Altri, molti altri, troppi altri, lo hanno già fatto. Chi ancora è in grado di leggere, si informi sui giornali. Ora, però, vengo alla terza ragione. Al di là delle questioni tecniche, appunto, non c’è dubbio che la modifica della composizione del Csm rafforzi la presenza della politica e indebolisca la presenza della magistratura. Non fosse altro perché aumentano i membri laici, perché se li sceglie la maggioranza di governo senza la minoranza (molto, molto probabilmente: poi vedremo nel concreto se dovesse vincere il Sì), perché i magistrati si sorteggiano come se fossero tutti uguali mentre i rappresentati della politica si scelgono. Ora, siamo davvero sicuri di voler spostare la bilancia verso la politica, di qualsiasi colore sia?

La risposta è in questo post della parlamentare europea Anna Cisint, di Fratelli d’Italia. E’ un post con una foto falsa e una affermazione falsa. Ecco, immaginatevi questo personaggio che ha influenza nella scelta dei componenti del Csm e vi verrà facile capire la terza buona ragione.
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Minneapolis, la tragedia del Congo e qualche pensiero su come siamo fatti

La notizia data dal sito internet della Bbc Un amico, l’altra sera, mi ha posto una domanda che sintetizzo così: perché ci stracciamo le vesti per due morti a Minneapolis quando il mondo, purtroppo, ci “offre” tragedie ben peggiori? Il riferimento era, come è subito chiaro, alle pagine dei giornali, ai servizi giornalistici televisivi, ai siti internet e ai social, che ogni ora dedicano spazio alle violenze dell’Ice e si sono dimenticati della tragedia del Congo, dove oltre 200 minatori sono morti per il crollo di una miniera. “La notizia – spiegavano le agenzie – viene da Lubumba Kambere Muyisa, portavoce del governatore della provincia in cui si trova la miniera. Il crollo sarebbe avvenuto mercoledì, ma fino a poche ore fa il bilancio delle vittime non era chiaro. Rubaya produce circa il 15% del coltan mondiale, che viene trasformato in tantalio, metallo resistente al calore molto richiesto dai produttori di telefoni cellulari, computer, componenti aerospaziali e turbine a gas. Il sito, dove la gente del posto scava manualmente per pochi dollari al giorno, è sotto il controllo del gruppo ribelle M23 dal 2024″.
Dunque, morti di serie A e morti di serie B? Beh, è vero. Avviene così. Posso citare un esempio significativo: quasi soltanto il quotidiano Avvenire, con grande merito, si occupa della tragedia umanitaria del Sudan. Scrive Amnesty International: ” Con più di 15 milioni di persone costrette ad abbandonare le proprie case, il Sudan rappresenta attualmente la più grave crisi di sfollamento al mondo. Più di 30 milioni di persone hanno bisogno di aiuti umanitari e oltre 26 milioni sono in stato di grave insicurezza alimentare. Secondo le Nazioni Unite, dal 2023 le vittime sarebbero almeno 150.000“.
Quindi, peggio di Gaza, peggio della guerra in Ucraina. E invece, la tragedia del Sudan spesso non viene neppure seguita da molti organi di informazione. Le ragioni? Tantissime, difficile spiegarle tutte. Una molto evidente, è che i fatti vicini a noi, geograficamente e politicamente, ci interessano di più. Il crollo a Niscemi è nulla rispetto ad altre vicende, eppure ci fa un grande effetto, anche perché è significativo della storia di mal governo del nostro Paese. E poi, ci sono altre ragioni. Ciò che accade a Minneapolis, politicamente e storicamente, ha pochi precedenti nei Paesi occidentali. Fa effetto, ci fa pensare che potrebbe capitare proprio a noi. E, molto cinicamente, non riusciamo a immaginare che una crisi come quella del Sudan possa verificarsi in Lombardia. Siamo fatti così, probabilmente fatti male, e gli organi di informazioni riflettono ciò che siamo. Cambiamo noi, cambierà l’informazione.
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“Lo Stato del terrore è arrivato”, il monito del New York Times

Di fronte allo scempio che Trump sta facendo della democrazia e del suo stesso popolo, è difficile sia trovare le parole giuste, sia quelle originali. Non ho conoscenza e competenza sufficiente per dire meglio di altri. Mi affido dunque, sperando che possa essere utile, alle parole di chi sta vivendo e analizzando ciò che accade negli Usa, in particolare al commento che questa mattina ho letto sull’edizione on line del New York Times dal titolo “Lo Stato del terrore è arrivato”. Cito il primo paragrafo che, in qualche modo, dice tutto e sintetizza: “Dopo le ultime tre settimane di brutalità a Minneapolis, non dovrebbe più essere possibile dire che l’amministrazione Trump cerca semplicemente di governare questa nazione. Cerca di ridurci tutti a uno stato di paura costante – una paura della violenza da cui alcune persone possono essere risparmiate in un dato momento, ma da cui nessuno sarà mai veramente al sicuro. Questa è la nostra nuova realtà nazionale. Il terrore di Stato è arrivato”.
Poi, il mondo è bello perché è vario. E ci troviamo anche il quotidiano Il Tempo, conservatore, reazionario e filo trumpiano, che riesce a non mettere nella prima pagina le notizie da Minneapolis. Notizie e tragedie che sono una spina nel fianco della Meloni. Ma i lettori de Il Tempo, suppongo, non se ne preoccupano.
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Una speranza che qualcuno metta in riga Trump (democraticamente, s’intende)

La pagina del New Yotk Times Una speranza c’è. E viene dal New York Times e dal racconto in una sua pagina che, nei giorni scorsi, è stato dedicato al rapporto tra gli elettori, anche trumpiani, e il presidente degli Stati Uniti. I sondaggi e le analisi ci dicono che probabilmente la “luna di miele” con gli elettori certamente conservatori di destra, ma moderati, sta finendo. C’è, come dice il titolo, una sorta di inversione di tendenza. In particolare, poi, gli elettori – che sono, ripeto, conservatori – ritengono che Trump si sia impegnato su priorità sbagliate. Insomma, la lotta feroce contro gli immigrati, l’utilizzo di una forza di stile nazi-fascista come l’Ice, non vengono visti come la soluzione a un Paese, gli Usa, che ha visto crescere la ricchezza di chi ricco già lo era, mentre la fascia medio bassa della popolazione non ha avuto miglioramenti nella propria situazione di vita quotidiana e a volte persino peggioramenti. Insomma, come detto, una speranza c’è ed è quella delle elezioni di novembre, di medio termine, dove Trump potrebbe perdere la maggioranza alla Camera o al Senato. Ma in quel caso, come reagirà al verdetto elettorale? E permetterà davvero che si vada al voto? Vuoi vedere che dovremo guardare agli Usa come oggi guardiamo alla Russia e alla Cina? Che tristezza.
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Il ponte dei suicidi e la rete di protezione: la storia del Golden Gate Bridge

La pagina del New York Time dedicata al Golden Gate Bridge Ogni tanto, a condizione di non pensare alla svolta autoritaria decisa da Trump e dall’orrendo mondo Maga, qualche buona notizia, si fa per dire, dagli Stati Uniti arriva. In questo caso è anche una vicenda curiosa, ossia il fatto che il Golden Gate Bridge, il celebre ponte di San Francisco, fosse scelto dalle persone che si volevano togliere la vita. Ora, dopo anni di lavori per costruire un’immensa rete di protezione, il numero dei suicidi è decisamente diminuito. Anche se poi, anche uno solo, crea sempre una terribile tristezza. Scrive il New York Time in uno degli articoli di un’intera pagina dedicata alla vicenda: “Nel 2006, almeno 34 persone si sono gettate dal ponte, precipitando per oltre 60 metri nelle acque sottostanti. Quello è stato l’anno in cui Paul Muller e altri due familiari di persone che si erano tolte la vita dal ponte decisero di agire. Per decenni si è evoluto lentamente in un complesso sistema di cavi in acciaio inossidabile a maglia lunga — un “sistema di rilevamento suicidi” — teso 6 metri sotto il corrimano su entrambi i lati del ponte, fuori dalla vista dei milioni di persone che lo attraversano ogni anno, ma chiaramente visibile a chiunque guardi dal corrimano. Per decenni, la media era di circa 30 suicidi all’anno. Nel 2024 sono state installate le ultime parti della rete e, con alcuni aggiustamenti effettuati, negli ultimi due anni i numeri sono diminuiti drasticamente. Nel 2025, primo anno completo con la rete installata, ci sono stati quattro suicidi, rispetto alla media precedente di circa 30. Negli ultimi sette mesi del 2025 non si è registrato alcun suicidio sul ponte, il periodo più lungo senza salti mortali da quando il ponte è stato aperto, nel 1937”.
- Già nel 1939 la polizia stradale chiese di alzare i parapetti, ma per decenni le autorità respinsero l’idea di barriere per motivi di costi, estetica e dubbi sull’efficacia.
- Dagli anni ’90 furono introdotti telefoni di emergenza collegati a linee di ascolto e pattuglie dedicate, che hanno permesso centinaia di interventi diretti con formazione specifica in gestione della crisi.
- Associazioni di familiari delle vittime e medici hanno spinto per decenni per una soluzione fisica, citando studi che mostrano come una barriera riduca i suicidi senza un grande “spostamento” verso altri luoghi.
- Nel 2014 è stato approvato il progetto di una rete d’acciaio che sporge circa 6 metri sotto il camminamento, finanziata con centinaia di milioni di dollari da distretto del ponte, stato e agenzie di trasporto.
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Trump, la democrazia in crisi e due storie raccontate dal New York Times
La lettura, di solito un po’ faticosa poiché la mia conoscenza della lingua inglese è tutt’altro che perfetta, dei quotidiani statunitensi mi sta convincendo di un fatto tutto sommato banale e scontato: del rischio di una “dittatura Trump” sono più preoccupati loro negli Usa di noi in Europa. In particolare il New York Times e il Washington Post, giornali certo non conservatori ma simpatizzanti per i Democratici, dedicano pagine e pagine, decine di pagine settimanalmente, all’analisi dei rischi per la democrazia, quella democrazia che noi, fino a poco tempo fa, avevamo come esempio, mentre oggi siamo costretti a tenerci ben stretta quella sempre più debole assicurata dal centrodestra italiano. Due articoli, entrambi del NYT, mi hanno colpito. Il primo, qui sotto, si domanda, in buona sostanza, se ci sarà una reazione a ciò che sta accadendo, in particolare per le brutali e fasciste violenze dell’Ice, da parte del Paese.

Il secondo articolo, meno riflessivo ma curioso, ci racconta di come il “fascino” del trumpismo dia segni di cedimento. Lo dicono i sondaggi, anche se molto anticipati, sulle elezioni di metà mandato, fissate a novembre, dove Trump potrebbe perdere la maggioranza in parlamento; e appunto lo racconta questa storia di un negozio tutto dedicato al 47esimo presidente e che ora sembra debba chiudere. Un segnale di speranza? Chissà…

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L’eredità della signora Lovati e la commozione dei beneficiari (era il 1991 a Pavia)

Il mio articolo sulla Provincia Pavese del 1991 Una bella vicenda quella di Albina Lovati, che lasciò la sua eredità miliardaria (non c’era ancora l’euro) a chi le aveva voluto bene, a chi era stato gentile con lei. A cominciare dal suo medico curante. E poi i lasciti arrivarono alla Casa del Giovane all’epoca ancora diretta da don Enzo Boschetti, e persino regalò la bottega alla famosa gelateria Pampanin. Mi ero divertito a scrivere quell’articolo ed era una di quelle storie che si facevano leggere, con le persone coinvolte disposte a parlare. Chissà chi ricorda ancora il caso, chi si rammenta di Albina Lovati e della sua generosità.
