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L’eredità della signora Lovati e la commozione dei beneficiari (era il 1991 a Pavia)

Il mio articolo sulla Provincia Pavese del 1991 Una bella vicenda quella di Albina Lovati, che lasciò la sua eredità miliardaria (non c’era ancora l’euro) a chi le aveva voluto bene, a chi era stato gentile con lei. A cominciare dal suo medico curante. E poi i lasciti arrivarono alla Casa del Giovane all’epoca ancora diretta da don Enzo Boschetti, e persino regalò la bottega alla famosa gelateria Pampanin. Mi ero divertito a scrivere quell’articolo ed era una di quelle storie che si facevano leggere, con le persone coinvolte disposte a parlare. Chissà chi ricorda ancora il caso, chi si rammenta di Albina Lovati e della sua generosità.
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Israele e la sua prepotenza crudele senza giri di parole (che tanto non servono)

Il titolo nella pagina degli esteri de Il Sole 24 Ore Mentre siamo distratti, si fa per dire, dalla prepotenza Usa nei confronti del Venezuela (che pure è una dittatura, ma se tutte le volte che un Paese non è democratico fossimo autorizzati a rapire il suo leader…), le altre tragedie del mondo e le relative prepotenze rischiano di passare in secondo piano. Quindi, val la pena sfruttare un freddo ma chiaro titolo de Il Sole 24 Ore di un paio di giorni fa che serve a ricordarci come dall’altra parte del Mediterraneo ci sia un Paese non meno crudele e prepotente, Israele. Il cui leader e ministri non temono di dire con lucida violenza come credano debba concludersi una delle pagine più infelici dell’ultimo cinquantennio. E qui Hamas e la sua altrettanto crudele storia non c’entrano un bel niente: è lo spirito (triste) di un Paese.
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Belpietro, la lingua italiana, le parole che i giornalisti dovrebbero conoscere

La copertina di Panorama Ogni professionista, artigiano, ricercatore, docente, manovale, operaio, impiegato, etc., utilizza alcuni strumenti nel suo lavoro. Che siano un martello, un algoritmo o la capacitò di trasmettere conoscenza. I giornalisti, nello specifico, hanno come strumento il linguaggio e, ancor più specificatamente, l’uso (corretto, si spera) delle parole. Per questa ragione l’articolo come sempre pungente di Stefano Lorenzetto su Il Foglio (nella rubrica in cui appunto fa le pulci al linguaggio dei giornalisti), ci è sembrato interessante. Ancor di più perché bacchetta (sempre che il bacchettato abbia una vaga sensibilità per le critiche) il direttore del quotidiano La Verità, Maurizio Belpietro, che era stato condannato a 80mila euro di risarcimento per aver diffamato – quando era direttore del settimanale Panorama – alcune organizzazioni non governative, volontari che salvano vite dei migranti nel Mediterraneo. Per definirle, o meglio per definire i loro volontari, aveva usato il termine “pirati”. E, dopo la condanna, in un articolo, aveva sostenuto, Belpietro, che giusto era quel termine perché le Ong stesse ammettevano di “violare la legge”.
Ecco, al di là del merito, Lorenzetto fa notare come pirata è ben diverso da fuorilegge (sempre che la legge, poi, sia stata davvero violata). Le Ong, i loro volontari, casomai sono dei fuorilegge. Non dei pirati. E a noi, per quel che vale, fuorilegge del genere ci piacciono tantissimo. Un po’ come Robin Hood.
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Provincia Pavese, La Stampa, la Sentinella e le manovre per un giornalismo ancora vivo

Segnalo per chi fosse interessato alle questioni giornalistiche. Come sapete (se non lo sapete vi informo), da un po’ la Provincia Pavese ha lasciato il gruppo Gedi (quello di Rep) ed è stata acquisita dal gruppo Sae. Così, Pavia si è separata da Torino (La Stampa) e da Ivrea (La Sentinella del Canavese). Un gruppo greco sta acquistando Gedi, ma non vuole La Stampa e la Sentinella. Ora proprio Sae e Nam sembrano interessati – rivela il Sole 24 Ore – a La Stampa (e di conseguenza, probabilmente, alla Sentinella). Vuoi vedere che, alla fine, Stampa, Sentinella e Provincia Pavese si ritrovano al punto di partenza, tutti insieme appassionatamente? Il gruppo Gedi, nel 2024, perdeva 45 milioni di euro. Eppure, con tutti i quotidiani in rosso stabile, Del Vecchio, i greci, Sae e forse Nam (in concorrenza per acquisire la Stampa), comprano giornali. Perché? Secondo una riflessione de Il Foglio, la questione sarebbe la seguente. Alla faccia dei sempliciotti che credono davvero che l’informazione si auto-produca sui social, la stragrande maggioranza delle notizie che poi circolano su blog, post di influencer, presunti siti di informazione “libera” e pirlate del genere, arriva dal lavoro faticoso, duro e complesso dei giornalisti. Scrive Stefano Cingolani su Il Foglio, in riferimento all’operazione di Del Vecchio (acquisto del 30% de Il Giornale): “Sta nascendo un fronte tra gli editori, i giornalisti, gli operatori dell’informazione, per chiedere norme che impongano le royalties sui dati i quali non sorgono dalle sabbie, ma sono raccolti e lavorati dai giornalisti se parliamo di notizie e analisi, o da scienziati se estendiamo il nostro ragionamento alla medicina, alla fisica insomma a tutti i territori del sapere. Google, OpenAI, Meta insomma tutti i colossi digitali senza quei dati accumulati in ingenti masse e già processati per renderli attendibili, non potrebbero esistere. I social media potevano accontentarsi delle chiacchiere tra amici per farci i soldi vendendo le identità digitali e trasformando gli utenti in consumatori. L’intelligenza artificiale va ben al di là, ha bisogno di informazioni complesse, altrimenti sarebbe solo un gioco di società. Dunque, se questo è il panorama, bisogna occupare il territorio, impadronirsi dei pozzi (alias giornali, radio, tv, portali ecc.) e vendere il petrolio digitale al maggior offerente nelle migliori condizioni. Ma c’è di più, naturalmente, perché l’informazione ha a che fare con i valori. Marchi l’ha chiamata “l’infrastruttura di una società libera”. Una definizione che mette a tacere gli aedi dell’anarchia digitale”.
Insomma, prima o poi i ladri di notizie dovranno pagare caro e pagare tutto.
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Belpietro diffamò gli operatori delle Ong che salvavano vite, condannato (oplà)

Scrive Emergency sulla sua pagina Instagram: “Sulla copertina di Panorama, di cui era direttore, nel novembre 2022 Maurizio Belpietro aveva definito gli operatori delle ONG “I nuovi pirati”. Avevamo ritenuto titolo e immagine pubblicati non veritieri e offensivi del lavoro umanitario svolto da chi, nel Mediterraneo centrale, opera per soccorrere vite umane. Insieme ad altre organizzazioni, nel 2023 abbiamo presentato un esposto e nel 2025 ci siamo costituiti parte civile nel procedimento penale a suo carico. Oggi il Tribunale di Milano, nell’ambito del procedimento per diffamazione a suo carico, ha condannato Maurizio Belpietro al risarcimento, a titolo di provvisionale, in favore di Open Arms, EMERGENCY, Sea-Watch, SOS Mediterranee, Louise Michel, Mediterranea e AOI – Rete Nazionale. La nostra azione non ha nulla a che vedere con la pirateria: è un dovere morale e un obbligo di legge. La solidarietà non è un reato. Chi la diffama, chi offende, chi lancia accuse infondate e semina odio deve rispondere delle proprie azioni”.
Beh, il direttore era Maurizio Belpietro. Vi stupite? Peraltro l’attuale direttore de La Verità, dovrà risarcire a titolo di provvisionale con 10.000 euro Open Arms, Emergency e Sea-Watch, Sos mediterranee e Louise Michel, Mediterranea e con 7.000 euro AOI Rete Nazionale, per aver definito, come detto, “pirati” gli operatori delle Organizzazioni non governative in prima pagina su Panorama. Un bel po’ di soldi, ben spesi direi.
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Israele e i giornalisti uccisi volontariamente: l’accusa sul Washington Post

Il manifesto pubblicato dal Washington Post Sulle pagine del quotidiano statunitense Washington Post, ieri, è comparsa questa pagina che accusa Israele. Il testo recita più o meno così:
«Se guardi ai fatti dell’attacco… è impossibile dire che sia stato un errore.»
Il giornalista americano Dylan Collins, sopravvissuto a un attacco israeliano contro sette reporter
(Nella foto Dylan Collins dopo l’attacco del 13 ottobre 2023. (Hassan Ammar/AP))
Il 13 ottobre 2023, l’esercito israeliano ha aperto il fuoco contro un gruppo di sette reporter in un attacco a doppio colpo nel sud del Libano, uccidendo il giornalista della Reuters Issam Abdallah e ferendo altre sei persone, tra cui il cittadino statunitense Dylan Collins dell’Agence France-Presse.
I giornalisti erano appostati su una collina in pieno giorno. Indossavano tutti giubbotti con la scritta ben visibile «press» e si trovavano accanto a un’auto contrassegnata «TV». Le loro telecamere hanno trasmesso in diretta l’attacco a tre agenzie di stampa internazionali.
Indagini indipendenti condotte da gruppi per i diritti umani e da testate giornalistiche sono giunte alla stessa conclusione: Israele ha probabilmente condotto un attacco deliberato contro un gruppo di giornalisti chiaramente identificabili, un crimine di guerra secondo il diritto internazionale.
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Caccia ai sospetti grazie all’intelligenza artificiale (negli Usa ma anche in Italia)

L’articolo del Washington Post che racconta l’uso dell’Ai Nei vecchi romanzi gialli, c’era sempre il disegnatore, quello che sulla base delle descrizioni dei testimoni di un fatto, costruiva l’identikit del possibile responsabile. Ora, l’intelligenza artificiale, almeno negli Usa, ha soppiantato il disegnatore. In un articolo del Washington Post si racconta infatti che il dipartimento di polizia di Goodyear (Arizona) ha iniziato a usare immagini generate con l’AI, basato sulle descrizioni di vittime e testimonianze, al posto dei classici identikit disegnati a mano. Le immagini sono create inserendo in un modello di AI la descrizione del sospetto e poi modificando il risultato con l’aiuto del testimone, fino a ottenere un volto ritenuto somigliante. Il responsabile di queste immagini, Mike Bonesara, spiega che la tecnica è nata dopo un caso di sparatoria e che secondo lui i ritratti AI sono più realistici e colpiscono di più l’attenzione del pubblico rispetto agli schizzi tradizionali. In alcuni casi le immagini diffuse hanno portato a numerose segnalazioni e ad arresti, per esempio in un rapimento tentato e in un’aggressione. Diversi esperti, però, sollevano dubbi: non esistono ancora regole chiare su come usare questi ritratti ai fini investigativi o processuali, la tecnologia potrebbe introdurre nuovi errori e distorsioni, e in tribunale è più difficile interrogare l’attendibilità di un algoritmo che di un disegnatore umano. Alcuni sottolineano che anche i vecchi identikit basati solo sulla memoria delle testimonianze sono poco affidabili e che l’uso dell’AI rischia di amplificare questi limiti, pur mantenendo un forte impatto mediatico.
Anche in Italia la polizia di Stato sta utilizzando l’intelligenza artificiale per l’identificazione dei sospetti autori di reati. Il sistema è diverso da quello adottato negli Stati Uniti: infatti utilizza un sistema chiamato SARI (Sistema Automatico di Riconoscimento delle Immagini), che sfrutta algoritmi di intelligenza artificiale per il riconoscimento e l’identificazione facciale a fini investigativi. Questo sistema non “ricostruisce” i volti da zero, ma li confronta con un vasto database di immagini esistenti. Poi c’è sempre il vecchio passamontagna…
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I 155 anni della Provincia Pavese: più consapevoli se leggiamo i giornali (e qualche libro, su)

Una vignetta del Washington Post che spiega il bisogno di buona informazione Il 10 dicembre, al teatro Fraschini (ore 17.30, ingresso libero), la Provincia Pavese festeggia i suoi 155 anni. Data curiosa, non tonda, solo cinque anni dopo la grande festa per i 150 anni dalla fondazione del giornale, questa sì cifra tonda. Ma la festa – lo dice chi come me è in pensione da tre giorni tre e che alla redazione di via Tasso prima e a quella di oggi in viale Canton Ticino 16, ci ha lavorato dal 1989 – è meritata. Perché è cambiata la proprietà, perché è stata rinnovata la redazione (già otto di noi sono in pensione, altri ci andranno presto) ed è più giovane, è cambiata la direzione, è rinnovato un po’ anche il modo di fare il giornale quotidianamente. Fatto sta che senza Provincia Pavese, e senza quotidiani in genere da poter leggere, si cresce meno, si conosce meno, si sceglie peggio. Come sempre, cito altri articoli per sostenere questa tesi.
Un articolo del New York Times, tradotto da Il Foglio, ci ricorda: “I dati mostrano un declino catastrofico in tutto il mondo: nel 2004 il 28 per cento degli americani leggeva; nel 2023, questa percentuale era scesa al 16. Secondo un sondaggio del 2022, uno su dieci non legge un libro da più di dieci anni. Ma la vera preoccupazione è il declino nella lettura tra i giovani. Nel 2022 i baby boomer americani leggevano più del doppio dei libri all’anno rispetto ai millennial e alla Generazione Z. La stessa situazione si verifica in Gran Bretagna. E quando le persone smettono di leggere – di dare un senso al mondo in cui vivono in base a ciò che leggono – perdono anche la capacità di dare un senso al linguaggio e di comunicare in modo efficace. La degradazione dell’alfabetizzazione equivale al degrado della vita civile stessa. In principio era la parola. E alla fine?”
Già, alla fine? Alla fine non siamo più capaci di decidere, di giudicare, di capire. E ci facciamo, spesso, del male da soli. “L’antropologo Jack Goody e il critico letterario Ian Watt sostenevano che l’invenzione della scrittura, avvenuta in modo decisivo nell’antica Atene, rappresentò una svolta fondamentale. Se non ci fosse stata la nostra organizzazione sociale e politica intorno alla parola scritta, saremmo tornati indietro nel tempo piuttosto che in avanti”. Appunto.
Ma la lettura dei giornali è anche una competenza. E con il passare del tempo, con quello che il testo precedenti ci ha sintetizzato, sempre meno persone leggeranno i giornali (e i libri) mentre quelle che lo faranno avranno appunto una competenza in più, una possibilità da spendere anche sul mercato del lavoro. Scrive Giuseppe De Filippi, sempre su Il Foglio: “Eccoci quindi al consiglio, che può riassumersi in un singolo precetto: cari giovani, leggete i giornali. Non tanto perché bisogna essere informati o perché bisogna recitare la preghiera quotidiana del buon uomo moderno, ma perché ormai il leggano davvero in pochi. Per un giovane, che anche se non vuole o non se ne accorge è in competizione con i suoi coetanei, i giornali diventano, proprio per la loro minore diffusione, uno strumento straordinario per accrescere quelle che un economista chiamerebbe asimmetrie informative, cioè condizioni strutturali di maggiore conoscenza degli sviluppi recenti riguardo a eventi (economici, sociali o politici) che toccano la vita di tutti. Siamo tutti sulla stessa barca ma qualcuno sa più cose della rotta, del funzionamento degli strumenti e consulta il bollettino dei naviganti”.
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Pavia e la qualità della vita: siamo la provincia peggiore della Lombardia

Non ve la sto a fare troppo lunga. Pavia ancora bocciata da una classifica. Stavolta dalla classifica sulla qualità della vita 2025 che stamane pubblica il quotidiano Il Sole 24 Ore che vi suggerisco di acquistare anche se non siete dei maniaci delle questioni finanziarie o economiche. Pavia, dunque, si piazza 56esima per qualità della vita perdendo ben 13 posizioni rispetto allo scorso anno. Nessuna sorpresa se in testa troviamo Trento, Bolzano e Udine. Lì, nel nordest, si vive meglio. Anche se ci trascorri soltanto una settimana di vacanza te ne rendi conto. Meglio di Pavia, in Lombardia, ci stanno Bergamo, Milano, Cremona, Lecco, Monza Brianza, Sondrio, Como, Brescia, Mantova, Varese e Lodi. Cioè, siamo ultimi. Tutti i dettagli, appunto, su Il Sole 24 Ore.
Amen.
Ps. All’amico di Facebook che dice che sembro goderci a parlare male di Pavia, ricordo che i numeri sono numeri. Poi ognuno ci fa le valutazioni che vuole. A Pavia voglio bene, ma accidenti, diamoci una mossa.
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L’incubo di vivere in un brutto Paese. Una storia tristissima dagli States

Il titolo del Los Angeles Times Ma voi vorreste vivere in un Paese del genere? Il sogno americano un par di ciufoli. E’ un incubo americano. La storia riportata nell’articolo del Los Angeles Times è la seguente, per punti.
- L’accaduto: Any Lucia Lopez Belloza, una studentessa di 19 anni del Babson College, è stata fermata all’aeroporto di Boston mentre cercava di volare in Texas per il Ringraziamento e, nel giro di due giorni, è stata deportata in Honduras (paese che aveva lasciato all’età di 7 anni).
- La motivazione ufficiale: L’agenzia per l’immigrazione (ICE) sostiene che esistesse un ordine di espulsione a suo carico risalente al 2015.
- La difesa: L’avvocato della ragazza afferma che lei non era a conoscenza di tale ordine e che, secondo i documenti in loro possesso, il suo caso era stato chiuso nel 2017.
- Violazione legale: La deportazione è avvenuta violando un ordine di emergenza emesso da un giudice federale, che aveva esplicitamente vietato al governo di trasferire la studentessa fuori dagli Stati Uniti per almeno 72 ore.
- La situazione attuale: La ragazza si trova ora in Honduras con i nonni, devastata per essere stata separata dalla famiglia (rimasta negli USA) e per aver visto infrangersi il suo sogno di studiare economia.
- Lopez Belloza, che ora si trova con i nonni in Honduras, ha detto al Boston Globe che non vedeva l’ora di raccontare ai suoi genitori e alle sorelle minori del suo primo semestre di studi in economia (business).
“Quello era il mio sogno”, ha detto. “Sto perdendo tutto”.
