Politica
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23 buone ragioni per votare No al referendum sulla giustizia: ragione n° 7

Come sempre si fa per scherzare Questa volta mi arrendo alle critiche. Basta divagazioni più o meno personali sulle (fino a ora sei) buone ragioni per votare No al referendum. Oddio, dopo i commenti beceri del centrodestra sulla vicenda della famiglia nel bosco, un po’ di voglia di fare del sarcasmo mi è venuta, ma poi trovo sempre il fastidioso commentatore che mi chiede se ho letto e studiato la riforma… e così per una volta mi affido alle parole di Andrea Fabozzi, direttore de Il Manifesto, che ha aperto con questo intervento un mini-inserto del quotidiano sulla questione del referendum. Condivido, ovviamente, ogni sua parola.
La bussola da seguire quando si tratta di orientarsi in materia di giustizia, soprattutto in un paese come il nostro dove molti diritti sono scolpiti nella Costituzione e lì restano inattuati e dove a furia di strette autoritarie rischiamo l’asfissia per la «sicurezza», l’unica bussola utile per fare scelte giuste resta quella delle garanzie. Ogni misura, ogni provvedimento di legge che può andare nella direzione di rendere effettive le garanzie – la non discriminazione, la libertà personale, l’uguaglianza davanti alla legge – va valutato positivamente, poco o tanto a seconda di quanto è efficace e di quanto spazio può aprire alla realizzazione dei principi costituzionali. Al contrario bisogna diffidare delle proposte che perseguono l’obiettivo opposto, anche se nella propaganda e persino nella veste formale che assumono si presentano come garantiste. Così è la riforma costituzionale sulla separazione delle carriere, in realtà la divisione della magistratura, per la quale andremo al referendum il 22 e 23 marzo.
Ci sono due ordini di ragioni per le quali una riforma che dichiara di attuare i principi garantisti del giusto processo secondo il rito accusatorio, allontanando i magistrati giudicanti da quelli requirenti per rafforzare la terzietà del giudice, si concretizza invece in una pericolosa minaccia a quelle garanzie sulle quali ognuno di noi deve poter fare affidamento nel momento in cui finisce a confronto del «terribile e odioso» potere giudiziario.
Il primo ordine di ragioni è di tipo tecnico e riguarda il contenuto della riforma. Che non è tanto separare i giudici da pm per il semplice fatto che questa separazione è già realtà, le due strade sono ormai lontane – a prescindere dal fatto se questo sia un bene o un male, noi propendiamo per il male – per quanto difficili e dunque rari sono diventati i passaggi di funzione. C’è agli atti la prova definitiva che questa riforma costituzionale è un eccesso rispetto all’obiettivo dichiarato: porta la firma di Giuliano Vassalli, proprio il partigiano e giurista che il ministro Nordio arruola al contrario tra i sostenitori (postumi) della separazione costituzionale delle carriere.
Vassalli era il presidente della Corte costituzionale che nel 2000 nell’ammettere una richiesta di referendum abrogativo sulla separazione delle carriere stabilì che la nostra Costituzione non impone affatto una carriera unica né la vieta, lasciando il legislatore ordinario libero di separare rigidamente giudici da pm come in effetti è stato fatto nel corso degli anni, tanto che oggi il passaggio riguarda lo 0,5% dei magistrati. La riforma Meloni-Nordio, evidentemente, tocca la Costituzione per fare altro e cioè spaccare il Consiglio superiore della magistratura in tre – oltre al Csm dei giudici e a quello dei pm ci sarà un’Alta corte che erediterà le funzioni disciplinari -, frammentare l’autogoverno delle toghe, umiliare con il sorteggio il loro potenziale contributo al dibattito critico sulla giurisdizione (quanto ce ne sarebbe bisogno), aumentare il peso dei rappresentanti politici nell’organo (sorteggiati anche loro, ma solo dopo essere stati scelti dal parlamento a maggioranza). Che il Csm non debba essere solo quell’ufficio burocratico che la destra immagina, magari perché l’unico criterio di aggregazione superstite sia quello delle cordate clientelari che il sorteggio non esclude affatto, ce l’ha ricordato il presidente Mattarella qualche giorno fa, presentandosi a presiedere una seduta ordinaria dopo gli attacchi scomposti di Nordio.
Il corollario di questa divisione radicale del mondo della magistratura in due sarà la nascita di un corpo di magistrati inquirenti dediti solo all’accusa, onnipotenti nel loro Csm, con l’unico obiettivo della condanna. Sostanzialmente dei poliziotti in toga che dovranno necessariamente essere attratti nell’orbita del potere esecutivo sia per la scelta dei criteri di priorità nelle indagini (il ministro Nordio lo ha del resto sostanzialmente promesso) sia per quanto riguarda la dipendenza gerarchica (questo invece lo ha annunciato il ministro Tajani). Una controrivoluzione rispetto ai principi costituzionali di indipendenza e autonomia, che non c’entra niente con l’obiettivo dichiarato della terzietà del giudice e che smentisce il carattere garantista di questa riforma.
Come del resto fa il secondo ordine di ragioni per le quali va respinta, ragioni di tipo politico perché attengono alle motivazioni che hanno portato qui il governo Meloni. Per nulla difficili da indagare, visto che è la stessa presidente del Consiglio, sono i suoi ministri a non stancarsi di ripetere ogni giorno in maniera più aggressiva che il problema della giustizia italiana non sono i tempi infiniti (che cresceranno, dopo che il governo non ha confermato i precari che lavoravano agli uffici del processo), non è l’eccesso di reati (ne hanno introdotti decine di nuovi), non è l’abuso del ricorso alla detenzione (i suicidi aumentano e le carceri scoppiano, ora anche quelle dei minori), non è la disparità dei cittadini davanti alla legge (la durezza delle loro leggi penali non è commisurata alla pericolosità del reato ma all’identità del presunto colpevole; hanno tagliato il gratuito patrocinio), ma il problema della giustizia italiana sono i magistrati che non rispettano le volontà del governo e della maggioranza.
Dunque questa riforma della giustizia che si propone di rimediare a questa insubordinazione delle toghe che, quando c’è, è in realtà rispetto della gerarchia delle leggi, è in stretta continuità con la valanga di decreti in tema di sicurezza e immigrazione, con le norme di favore per le forze dell’ordine, con l’ambizione di introdurre il premierato assoluto e consentire la secessione delle regioni ricche del nord. È in sintesi un tassello centrale nella nuova dottrina autoritaria della destra. Uno dei pochi che può trovare ostacolo nel voto popolare.
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23 buone ragioni per votare No al referendum sulla giustizia: ragione n° 6

Il palazzo di giustizia di Firenze Giorno dopo giorno, siamo alla sesta buona ragione per votare No al referendum. Va da sè che è probabile che 23 buone ragioni non mi vengano tutte e quante in mente, perché questo escamotage sul titolo del post serve a parlare di temi che mi interessano e segnalare come spesso prima di parlare, scrivere e postare bisognerebbe informarsi. E come ancora chi fa politica, s’intende da ogni parte (destra, centro e sinistra) dovrebbe non solo portare acqua al suo mulino ma aiutare i cittadini-elettori a comprendere la complessità. Ecco, uno che non lo sta facendo e si comporta come un cavernicolo (intellettualmente parlando) è tal Alessandro Ciriani, parlamentare europeo di Fratelli d’Italia. Il quale pubblica un post del genere:

Il post di Ciriani La vicenda, ovviamente, è più complicata. E sia chiaro, un assassino dovrebbe restare in carcere se la condanna è definitiva (mi pare che ci sia, dalle nostre parti, qualcuno condannato in primo grado per omicidio che gira allegramente per strada continuando a fare il suo lavoro, o mi sbaglio?) In primo luogo non c’entra nulla lo stare bene o lo stare male. Il atto è che atti internazionali indicano le carceri greche, dove dovrebbe essere estradato, in tali condizioni da non garantire il rispetto dei diritti umani. Ora, questo aspetto, che ci pare incredibile, è uno strumento di diritto e rispetto di civiltà. Immaginiamo che la sentenza riguardi un nostro amico: vorremmo che scontasse la pena, magari anche giusta, in un carcere dove viene maltrattato e dove le condizioni sono incivili? Infatti, il 27enne pakistano sarebbe stato associato alle carceri di Negrita o Salonicco, ed è su questo che hanno puntato gli avvocati dello straniero, negando le accuse anche per assenza di “gravi indizi di colpevolezza”. I giudici, acquisendo le informazioni del rapporto europeo per la prevenzione della tortura, hanno stabilito che alla luce di un non neutralizzato “rischio di trattamenti inumani o degradanti”, c’è la “necessità di negare la consegna”.
Il commento di Ciriani è poi delirante: con questa vicenda (e ovviamente con il referendum sulla giustizia) nulla c’entra la magistratura “ideologizzata” o il “garantismo a senso unico” (nel senso che non si è abbastanza garantisti con i politici?). Così, non ci si comporta se si è parlamentari. Si critica la decisione, magari dopo aver letto le motivazioni dei giudici che io, come suppongo Ciriani, ho ancora letto.
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23 buone ragioni per votare No al referendum sulla giustizia: ragione n° 5

L’articolo de Il Fatto Quotidiano Una delle ottime ragioni per votare No, e qui siamo arrivati alla quinta buona ragione (chissà che tutta questa mia fatica convinca almeno una persona a cambiare voto a favore del No, sarebbe un bel risultato), è che il voto del 23 marzo per il No serve anche a frenare una tendenza che riguarda la destra come la sinistra: l’insofferenza per i magistrati. La questione della separazione delle carriere è solo l’inizio di un percorso – questa volta intrapreso dal governo Meloni ma che non mi avrebbe stupito da un governo Renzi o un governo D’Alema, per dire – per limitare, appunto, il potere di chi indaga. Certo, questo referendum, in una prima analisi, non sembra muoversi in questa direzione. Ma se poi, come sembra probabile, la composizione dell’Alta Corte sarà decisa solo dalla maggioranza parlamentare, senza spazio per le opposizioni, il controllo sulla magistratura (il potere disciplinare nel caso) sarà più forte. Ma, ancora, siamo alle prime battute. Il governo di centrodestra, no di destra scusate, potenzia il controllo sul dissenso (pensiamo al tentativo di quel curioso personaggio che è Salvini di caricare la responsabilità civilistica dei danni delle manifestazioni politiche e sindacali sugli organizzatori…), vorrebbe togliere il controllo della polizia giudiziaria ai Pm, e cerca di indebolire la capacità di indagine delle procure. Pensiamo al decreto sulle intercettazioni, ma anche ai reconditi desideri, voci dal sen sfuggite. Pubblico qui un articolo de Il Fatto Quotidiano dove un altro inconsueto personaggio governativo, il ministro Nordio, garantisce che indebolirà l’arresto preventivo. Che non si capisce cosa sia, ma intende dire che, per esempio, alcuni reati non prevederanno l’arresto. Vuoi scommettere che saranno reati collegati alla pubblica amministrazione?.
Ragionate e votate No, grazie. -
23 buone ragioni per votare No al referendum sulla giustizia: ragione n° 4

Beh, tra le tante sciocchezze che ho sentito in questi mesi dai sostenitori del Sì, questa è una delle più maldestre. Infatti, uno degli slogan più efficaci del Sì è che l’attuale sistema risale al fascismo. Peccato sia una bufala colossale: l’unità delle carriere è stata introdotta nello Stato liberale nel 1890, ben prima del fascismo, e la Costituzione repubblicana e antifascista l’ha fatta propria . Insomma, votando Sì non si abbatte una legge di Mussolini, ma si modifica un impianto voluto dai padri costituenti. Una svista storica non da poco. Ma che la dice lunga sulla mancanza di buone ragioni da parte di chi vuole, sbagliando, cambiare la Costituzione.
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23 buone ragioni per votare No al referendum sulla giustizia: ragione n° 3
E’ chiaro, credo, che in questa serie di “buone ragioni” per il No, non ci sia da parte mia l’intenzione di infilarmi in discussioni tecniche sul quesito referendario. Altri, molti altri, troppi altri, lo hanno già fatto. Chi ancora è in grado di leggere, si informi sui giornali. Ora, però, vengo alla terza ragione. Al di là delle questioni tecniche, appunto, non c’è dubbio che la modifica della composizione del Csm rafforzi la presenza della politica e indebolisca la presenza della magistratura. Non fosse altro perché aumentano i membri laici, perché se li sceglie la maggioranza di governo senza la minoranza (molto, molto probabilmente: poi vedremo nel concreto se dovesse vincere il Sì), perché i magistrati si sorteggiano come se fossero tutti uguali mentre i rappresentati della politica si scelgono. Ora, siamo davvero sicuri di voler spostare la bilancia verso la politica, di qualsiasi colore sia?

La risposta è in questo post della parlamentare europea Anna Cisint, di Fratelli d’Italia. E’ un post con una foto falsa e una affermazione falsa. Ecco, immaginatevi questo personaggio che ha influenza nella scelta dei componenti del Csm e vi verrà facile capire la terza buona ragione.
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23 buone ragioni per votare No al referendum sulla giustizia: ragione n° 2
Il complotto di Musk a favore del Sì
Per la seconda buona ragione (la mia personalissima buona ragione) per votare No al referendum sulla giustizia (o meglio, sul Csm) del prossimo 23 marzo, ho scelto l’intelligenza artificiale. E’ ho scoperto, diciamo così per scherzarci sopra, che c’è un complotto Maga nei confronti del No, a favore del Sì. Infatti, ho posto a quattro intelligenze artificiali la seguente domanda: se tu fossi un essere umano e non una intelligenza artificiale, al referendum voteresti Sì oppure No?
in modo differente, nei toni ma non nei contenuti, sia Gemini Pro, sia DeepSeek, sia Perplexity hanno risposto che come intelligenze artificiali non potevano prendere posizione, ma solo dare dei suggerimenti. E infatti, ecco le tre risposte.
Screenshot 
Screenshot 
Screenshot Ma se lo poni la stessa domanda a Grok, ossia l’intelligenza artificiale sviluppata da X e quindi di proprietà di Elon Musk, la risposta è che voterà Sì al referendum.

Lo screenshot della risposta di Grok Ecco, lo sapevo, c’è un complotto. Una ragione in più per votare No.
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23 buone ragioni per votare No al referendum sulla giustizia: ragione n° 1

Il senso dell’umorismo dell’Ai (su mio suggerimento) La scelta irrazionale.
So che vale quello che vale, ma insomma, alla sola idea che la sconfitta del “Sì” possa far incazzare il centrodestra e in particolare personaggi come Salvini, Meloni, Fazzolari, Tajani &C., mi viene voglia di votare due volte. Sì e ancora Sì. D’accordo, sarebbe un voto non esattamente fondato sull’analisi della questione referendaria. Ma è questa prima ragione per votare Sì che viene in aiuto a tutti quelli che si stanno chiedendo per quale accidente di ragione dobbiamo separare le carriere dei magistrati, creare un nuovo organismo disciplinare, insomma fare in modo da poter limitare l’indipendenza della magistratura chissà con quali obiettivi. Oh, direi a queste persone, che ci sono una lunga serie piduistica di ragioni, ma appunto, sarebbe una gran fatica convincerle ad ascoltarle. E allora fate come i tifosi sfegatati, quelli che mica ragionano se c’era rigore o meno, ma gridano all’arbitro cornuto perché danneggia la loro squadra. Anche se quel rigore dato c’era davvero, ma che importa, noi volevamo vincere. Ecco, il primo approccio che consiglio è di ragionare a pelle: guardate le storia di chi vi suggerisce di votare Sì, guardate le loro facce, guardate il loro passato. Pensate che sono gente di destra e fatevi una domanda: vi rappresentano per davvero? Se anche avete un piccolissimo dubbio, votate No, che li farete incazzare. E poi sai che soddisfazione, la mattina dopo, ascoltarli in tv, leggere le loro parole sui giornali. Insomma, a farla breve: votate No perché sarà come tirargli una torta in faccia. Magari poi non serve a niente, ma sai che goduria.
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Boerchio, case per i ricchi e la scelta sulla diseguaglianza (cit. Piketty)

Immagine, come sempre, creata con l’Ai Unire i puntini, a volte, lascia in bocca il sapore della retorica persino populista e quindi bisogna fare attenzione. Ma ogni giorno, sfogliando i giornali e trovando conferma dalle ricerche scientifiche (cito l’ultimo libro che ho letto: “Natura, cultura e disuguaglianze. Una prospettiva comparativa e storica” di Thomas Piketty che conferma che la diseguaglianza è una scelta politica e non un destino antropologico), penso che questo mondo a due velocità mi fa sempre più impressione. Due velocità nella giustizia, nell’economia, nei diritti, nelle scelte politiche, nella possibilità di essere cittadino e uomo/donna libero effettivamente. E allora, uno dei temi che più mi preme è quello della casa, della possibilità per tutti – i giovani che devono crescere, le famiglie che devono resistere e gli anziani che hanno il diritto di prendere fiato – di una vita dignitosa tra quattro mura. Oggi leggo su La Provincia Pavese, il mio quotidiano preferito da sempre, che verranno recuperati il palazzo e la villa che fu dei Boerchio con annesso grandissimo e splendido giardino. Bene, quell’area era abbandonata da tempo. Che se ne farà? Appartamenti di lusso.
La crisi abitativa, va da sè, riguarda solo chi i soldi non li ha. E i grandi progetti riguardano, ancora, chi un po’ di soldi da parte li ha messi (qualche centinaio di migliaia di euro, s’intende). Vedremo quanto costeranno le case all’area ex Necchi e all’area ex Neca. Già oggi acquistare casa a Pavia è cosa per benestanti e gli affitti quasi pareggiano quelli milanesi. Non è Pavia una città per giovani e per chi ha un reddito modesto o appena superiore. E’ una città per ricchi. Non so se mi piace. E ancora una volta mi aspetto dalle pubbliche amministrazioni, a ogni livello, Comune compreso, uno sguardo nuovo e coraggioso verso queste esigenze. C’è bisogno di case ad affitto controllato, case popolari in vendita a prezzi calmierati. E questo può avvenire con scelte urbanistiche. Anche se stiamo scoprendo, leggendo La Provincia Pavese, che l’urbanistica è di per sè un bel problema.
Ripeto, ci vogliono azioni coraggiose. Perché come spiega molto bene Piketty nel suo breve saggio, che consiglio agli amministratori pubblici del centrosinistra, molto impegnati su Pucci e poco sulla carne viva del mondo, di leggere, la diseguaglianza è una scelta. Non un destino.
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Aumento delle tariffe dei parcheggi, una tassa che colpisce i più poveri

Sosta, ma quanto mi costi? (immagine con Ai) L’aumento delle tariffe per la sosta deciso dalla giunta di Pavia è un errore. Sia chiaro: sono favorevole alla pedonalizzazione dei centri storici, alla prevalenza della mobilità ciclabile e pedonale rispetto a quella automobilistica, credo che il sistema di trasporto pubblico debba, nel futuro, sostituire il mezzo privato il più possibile. Ma, ripeto, siamo ora di fronte a un errore. Un errore grave perché è prima di tutto un errore politico. Sulle ragioni tecniche, mi affiderei all’intervento su Facebook di Davide Lazzari, che è competente (“La gestione della sosta non può partire dall’adeguamento delle tariffe”, ne è l’esordio) e che allego in fondo a questo post. E vengo al dunque.
Ogni forma di tassazione, diretta o indiretta, oppure mascherata sotto forma di altri provvedimenti, che non sia progressiva, è una ferita alle classi socialmente ed economicamente più disagiate. Ci sono provvedimenti, persino, che giusti nel principio generale, diventano gravemente ingiusti. Per dirne uno davanti agli occhi di tutti: l’obbligo di avere auto recenti o elettriche per accedere ai centri storici delle città. Non ci vuole un economista per capire che auto recenti, e per di più elettriche, costano spesso il doppio delle altre, usate e con motori tradizionali. Quindi, di conseguenza, l’accesso al centro storico è riservato, per dirla chiara, a chi ha i soldi. Gli altri, sugli autobus. Che funzionano spesso male se non malissimo. O persino (penso a Pavia in certi orari) non ci sono.
E quindi, aumentare il costo della sosta in città è semplicemente sfavorire i più poveri mentre i ricchi (la faccio proprio terra a terra) se ne sbattono altamente se devi spendere 2,5 euro l’ora per mettere l’auto a due passi dal ristorantino di pesce preferito. Il provvedimento di aumento delle tariffe, dunque, è politicamente sbagliato. Se volevo scelte di destra, non votavo un sindaco di centrosinistra. Da questa giunta, che ho votato e ovviamente rivoterei, mi aspettavo che facesse scelte decise e coraggiose. La prima, realizzare due parcheggi multipiano: il primo in area ex Cattaneo, il secondo (come era stato in passato saggiamente previsto) in via Oberdan. E poi che diminuisse il costo del biglietto dell’autobus: che andare in centro in auto, in due persone, posteggiare a pagamento, costa meno che prendere il mezzo pubblico. In questa confusione generale della giunta sulla viabilità, la vicenda di via Bricchetti è altrettanto significativa. Eliminare la sosta selvaggia, pericolosa per ciclisti e pedoni, è stata ovviamente una scelta giusta. Ma farlo senza prima recuperare un’area di sosta alternativa è di fatto una cattiveria nei confronti dei pendolari che già vivono una vita difficile e qualcuno riesce a complicargliela.
Io credo, ma posso certamente sbagliare, che le scelte di una giunta di centrosinistra debbano prima privilegiare la fasce di popolazione economicamente disagiate e poi, solo dopo, provvedere a migliorare la condizioni dell’ambiente. L’ambientalismo, spiace dirlo, è roba per ricchi. Se è fatto così, alla carlona. Chi fa politica nella sinistra, dovrebbe spesso tenerne conto.
L’intervento di Davide Lazzari (che condivido)
“La gestione della sosta non può partire dall’adeguamento delle tariffe.
Il primo passo deve essere la verifica dell’indice di rotazione dei parcheggi, da correlare non al numero di sanzioni, ma al numero di letture dei tagliandi effettuate quotidianamente dagli ausiliari. È questo il dato che misura l’effettivo utilizzo dello spazio pubblico.
In secondo luogo, è necessaria un’analisi puntuale dell’utenza: chi utilizza quella sosta, in quali orari, con quali esigenze e per quali destinazioni. Un monitoraggio reale dei comportamenti è indispensabile per qualsiasi scelta regolatoria efficace.
Successivamente occorre regolamentare le diverse zone, individuando aree “ombra” e ambiti critici, introducendo modelli regolatori differenziati in grado di orientare i comportamenti e riequilibrare la domanda.
ripensare la sosta come leva per rendere più attrattivo il trasporto pubblico locale, lavorando su integrazione, accessibilità e convenienza.
Parallelamente va costruito un piano di investimenti per parcheggi in struttura, indispensabile per togliere pressione alla sosta su strada e liberare spazio urbano.
Solo in ultima istanza si può intervenire sulle tariffe.
In questo modo la sosta diventa uno strumento di governo della mobilità, non una mera leva fiscale.”
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La gente che muore e chi non paga le tasse. Manette sì, ma agli evasori finalmente

Immagine realizzata con l’Ai Bisognerebbe leggere questo articolo fino in fondo, abbiate pazienza
Nel 1982, con la legge 516, si parlò di “manette agli evasori”. Insomma, di fronte a un’evasione fiscale, anzi, un’elusione fiscale di proporzioni ormai gigantesche, a qualcuno venne in mente che forse forse tra chi rubava una mela al supermercato e chi non pagava le tasse, a provocare il danno maggiore era il secondo. Il fatto è di assoluta evidenza se si accende il cervello: il pagamento delle tasse, che siano poche, tante o eccessive, persino ingiuste, è collegato alla necessità di risorse finanziarie con le quali si realizzano i servizi pubblici. Poi, sull’uso dei tributi, si può ulteriormente dibattere, ma resta un fatto indiscutibile. Ora, di fronte alla stretta securitaria dell’attuale governo su reati certamente gravi, ma molto meno dell’evasione fiscale, bisognerebbe ragionare. Ossia, molto brevemente, domandiamoci: siamo certi che il reato immediato, visibile, tangibile, accanto a noi, sia più grave di un reato che “non vediamo”? Insomma, un gruppo di delinquenti picchia un agente di polizia. Grave? Certo. Un commerciante non rilascia lo scontrino? Grave? Secondo me di più. Un gruppo di giovani occupa un terreno privato per un rave? Grave? Certamente, la proprietà privata è difesa dalla Costituzione. Un’azienda fa del “nero”? Grave? Sicuramente, più del terreno occupato.
Perché la questione è un po’ sempre la stessa. Ciò che è vicino a noi ci tocca di più. Se qualcuno ruba in casa mia, all’improvviso il problema sicurezza è quello che andrà risolto immediatamente. E non serve a niente spiegare, magari, che nel mio quartiere i furti sono diminiuti del cinquanta per cento. Hanno rubato la mia roba, e vaff*** alle statistiche. E così, il commerciante, l’idraulico, l’azienda, l’artigiano, etc etc che frodano il fisco, sembra non abbiano effetto sulla nostra vita quotidiana. Anzi, se paghiamo in nero spendiamo di meno. E vaff*** la ricevuta fiscale se posso risparmiare.
L’altro giorno Il Sole 24 Ore ha riportato la situazione dell’evasione fiscale secondo l’Agenzia delle Entrate: “Guardia alta, anzi altissima sull’evasione totale. I numeri diffusi dal direttore dell’agenzia delle Entrate, Vincenzo Carbone, durante Telefisco 2026 parlano chiaro: oltre 200mila evasori totali scoperti nel 2025. Di questi il 57% (circa 116mila) non aveva proprio presentato la dichiarazione nonostante avesse l’obbligo di farlo. Mentre il restante 43% (86mila soggetti) erano del tutto sconosciuti al fisco, in pratica svolgevano la loro attività completamente in nero. Numeri che mostrano in tutta la gravità il problema degli italiani con il fisco, in cui permangono ancora troppe sacche di evasione e di elusione.”
Alcuni dati, sempre dell’Agenzia delle Entrate:
Secondo la “Relazione sull’economia non osservata” più recente (pubblicata a fine 2025), il valore totale dell’evasione in Italia (il cosiddetto Tax Gap) è stimato tra i 98 e i 102 miliardi di euro.
Ecco come si compone e quali sono i trend principali:
- Composizione del “nero”: Circa l’84% del gap è dovuto a omessa o infedele dichiarazione (come i casi citati nel tuo screenshot), mentre il restante 16% riguarda omessi versamenti (tasse dichiarate ma non pagate).
- Le imposte più evase: L’IVA resta la voce principale, sebbene in calo negli ultimi anni grazie alla fatturazione elettronica. Segue l’IRPEF (soprattutto da lavoro autonomo e d’impresa), con una propensione all’evasione che in alcuni settori supera ancora il 60%.
- Recupero record: Nel 2024, l’Agenzia delle Entrate ha registrato un risultato storico, recuperando oltre 33,4 miliardi di euro (circa 2 miliardi in più rispetto all’anno precedente).
E qui arriviamo alla sintesi. Nei giorni scorsi, a Bari, Maristella, una giovane malata di tumore doveva prenotare un esame diagnostico in tempi rapidi, perché i sintomi si erano ripresentati violenti dopo le cure che parevano aver avuto un certo effetto. I tempi indicati dal medico erano di urgenza, dieci giorni. Il primo posto libero, con il servizio pubblico era a novembre. Certo, sarà anche a causa della vergognosa gestione delle liste di attesa, ma altrettanto pesa la mancanza di risorse per il Policlinico di Bari. Scrive il Corriere della Sera: “Le macchine a cui il neuroradiologo fa riferimento sono tac e risonanze. In tutto il Policlinico di risonanze attive ce ne sono solo due, una nella struttura di Neuroradiologia e l’altra che sarà presto sostituita con la nuova finanziata dal Pnrr in Radiologia: «Quando un macchinario va fermato non viene sostituito, ma soppresso. In Neuroradiologia siamo passati da tre risonanze a una e da due tac a una. Abbiamo gli infermieri ridotti all’osso, ma ci dobbiamo occupare anche degli esami radiologici del pronto soccorso. Tra pazienti che arrivano dall’esterno e quelli del pronto soccorso arriviamo a fare anche 100 esami in 24 ore». Il risultato è il caso di Maristella”.
A voi piace così?
