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    23 buone ragioni per votare No al referendum sulla giustizia: ragione n° 3

    E’ chiaro, credo, che in questa serie di “buone ragioni” per il No, non ci sia da parte mia l’intenzione di infilarmi in discussioni tecniche sul quesito referendario. Altri, molti altri, troppi altri, lo hanno già fatto. Chi ancora è in grado di leggere, si informi sui giornali. Ora, però, vengo alla terza ragione. Al di là delle questioni tecniche, appunto, non c’è dubbio che la modifica della composizione del Csm rafforzi la presenza della politica e indebolisca la presenza della magistratura. Non fosse altro perché aumentano i membri laici, perché se li sceglie la maggioranza di governo senza la minoranza (molto, molto probabilmente: poi vedremo nel concreto se dovesse vincere il Sì), perché i magistrati si sorteggiano come se fossero tutti uguali mentre i rappresentati della politica si scelgono. Ora, siamo davvero sicuri di voler spostare la bilancia verso la politica, di qualsiasi colore sia?

    La risposta è in questo post della parlamentare europea Anna Cisint, di Fratelli d’Italia. E’ un post con una foto falsa e una affermazione falsa. Ecco, immaginatevi questo personaggio che ha influenza nella scelta dei componenti del Csm e vi verrà facile capire la terza buona ragione.

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    Proposta: 2 miliardi di chitarre invece si spararsi uno contro l’altro.

    “Mettete dei fiori nei vostri cannoni” cantavano I Giganti nel 1967 riprendendo un motto pacifista degli Usa. E vorremmo dire, oggi, di mettere qualche strumento musicale nei troppi cannoni che ci sono in giro per il mondo. L’idea, di vago sentore populista-pacifista, mi è venuta in mente leggendo un articolo de Il Sole 24 Ore che confermava una crescita dell’1,5% del mercato degli strumenti musicali che si assesta, in Italia, al valore di 350 milioni di euro. Sebbene non venga diffuso un numero esatto di “pezzi” totali venduti (a causa della disparità tra accessori economici e strumenti di lusso), i dati dell’Osservatorio Dismamusica evidenziano quanto segue:

    Segmenti Leader: La domanda è stata trainata principalmente dalle chitarre (acustiche ed elettriche) e dai pianoforti digitali, seguiti dal comparto dell’audio professionale per i creatori di contenuti.

    Trend di Crescita: Il settore ha registrato un incremento del +1,5% rispetto al 2024.

    Canali di Vendita: I negozi fisici specializzati rimangono il canale prevalente per il fatturato, mentre l’e-commerce domina il volume di unità per gli strumenti “entry-level” e gli accessori.

    Insomma, mettete una chitarra nei vostri cannoni. E se è vero che al mondo, ogni anno, si spendono oltre 2mila miliardi di dollari in armi, allora con quella cifra si potrebbero acquistare occhio e croce quasi 2 miliardi di ottime chitarre.

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    Israele e la sua prepotenza crudele senza giri di parole (che tanto non servono)

    Il titolo nella pagina degli esteri de Il Sole 24 Ore

    Mentre siamo distratti, si fa per dire, dalla prepotenza Usa nei confronti del Venezuela (che pure è una dittatura, ma se tutte le volte che un Paese non è democratico fossimo autorizzati a rapire il suo leader…), le altre tragedie del mondo e le relative prepotenze rischiano di passare in secondo piano. Quindi, val la pena sfruttare un freddo ma chiaro titolo de Il Sole 24 Ore di un paio di giorni fa che serve a ricordarci come dall’altra parte del Mediterraneo ci sia un Paese non meno crudele e prepotente, Israele. Il cui leader e ministri non temono di dire con lucida violenza come credano debba concludersi una delle pagine più infelici dell’ultimo cinquantennio. E qui Hamas e la sua altrettanto crudele storia non c’entrano un bel niente: è lo spirito (triste) di un Paese.

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    Belpietro, la lingua italiana, le parole che i giornalisti dovrebbero conoscere

    La copertina di Panorama

    Ogni professionista, artigiano, ricercatore, docente, manovale, operaio, impiegato, etc., utilizza alcuni strumenti nel suo lavoro. Che siano un martello, un algoritmo o la capacitò di trasmettere conoscenza. I giornalisti, nello specifico, hanno come strumento il linguaggio e, ancor più specificatamente, l’uso (corretto, si spera) delle parole. Per questa ragione l’articolo come sempre pungente di Stefano Lorenzetto su Il Foglio (nella rubrica in cui appunto fa le pulci al linguaggio dei giornalisti), ci è sembrato interessante. Ancor di più perché bacchetta (sempre che il bacchettato abbia una vaga sensibilità per le critiche) il direttore del quotidiano La Verità, Maurizio Belpietro, che era stato condannato a 80mila euro di risarcimento per aver diffamato – quando era direttore del settimanale Panorama – alcune organizzazioni non governative, volontari che salvano vite dei migranti nel Mediterraneo. Per definirle, o meglio per definire i loro volontari, aveva usato il termine “pirati”. E, dopo la condanna, in un articolo, aveva sostenuto, Belpietro, che giusto era quel termine perché le Ong stesse ammettevano di “violare la legge”.

    Ecco, al di là del merito, Lorenzetto fa notare come pirata è ben diverso da fuorilegge (sempre che la legge, poi, sia stata davvero violata). Le Ong, i loro volontari, casomai sono dei fuorilegge. Non dei pirati. E a noi, per quel che vale, fuorilegge del genere ci piacciono tantissimo. Un po’ come Robin Hood.

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    Israele e i giornalisti uccisi volontariamente: l’accusa sul Washington Post

    Il manifesto pubblicato dal Washington Post

    Sulle pagine del quotidiano statunitense Washington Post, ieri, è comparsa questa pagina che accusa Israele. Il testo recita più o meno così:

    «Se guardi ai fatti dell’attacco… è impossibile dire che sia stato un errore.»

    Il giornalista americano Dylan Collins, sopravvissuto a un attacco israeliano contro sette reporter

    (Nella foto Dylan Collins dopo l’attacco del 13 ottobre 2023. (Hassan Ammar/AP))

    Il 13 ottobre 2023, l’esercito israeliano ha aperto il fuoco contro un gruppo di sette reporter in un attacco a doppio colpo nel sud del Libano, uccidendo il giornalista della Reuters Issam Abdallah e ferendo altre sei persone, tra cui il cittadino statunitense Dylan Collins dell’Agence France-Presse.

    I giornalisti erano appostati su una collina in pieno giorno. Indossavano tutti giubbotti con la scritta ben visibile «press» e si trovavano accanto a un’auto contrassegnata «TV». Le loro telecamere hanno trasmesso in diretta l’attacco a tre agenzie di stampa internazionali.

    Indagini indipendenti condotte da gruppi per i diritti umani e da testate giornalistiche sono giunte alla stessa conclusione: Israele ha probabilmente condotto un attacco deliberato contro un gruppo di giornalisti chiaramente identificabili, un crimine di guerra secondo il diritto internazionale.