Oltrepo

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    Viale Gorizia, le buche e l’asfalto sulle strade provinciali tra esempi e qualche ricordo

    Magari sono fuori tempo massimo, ma le parole della vice sindaca Alice Moggi dello scorso fine dicembre sulle condizioni dell’asfalto di viale Gorizia (“Viale Gorizia? La scorsa amministrazione aveva steso un solo strato di asfalto») mi hanno fatto venire in mente qualche riflessione e un paio di confronti che condivido sperando che abbiano un minimo di interesse. La prima riflessione è generale: non sta bene comportarsi come la Meloni e il centrodestra scaricando sul passato i problemi dell’attuale amministrazione. Un po’ perché a Pavia centrodestra e centrosinistra hanno entrambi governato e viale Gorizia è sempre stato un po’ un disastro, un po’ perché si è sindaci e assessori pro tempore e nel periodo si risponde di quello che non funziona, si pensa a risolverlo e non a cercare scuse (magari persino fondate). Non sta bene, insomma. Nel mio lavoro da giornalista, se mai mi sfuggiva un accenno all’errore di un collega nel caso stessi rimediando a fatica a un problema, mi arrivava un cazziatone dal direttore. Aveva ragione il direttore: che lavorassi e non criticassi gli altri. Ciò detto, mi pare che le condizioni di viale Gorizia spingano a quale riflessione. Perché l’asfalto si rovina così tanto e così facilmente? Esiste un problema particolare in quella zona? Forse la vicinanza di tanti alberi e relative profonde radici? O l’incompetenza di chi fa e progetta i lavori? Ah, saperlo. Magari Moggi sarà in grado di dircelo.

    La seconda riflessione è sulle strade, in generale, di questa provincia. Che sono quasi sempre peggiori di quelle di altre province. Giuro: ogni volta che vado in vacanza o faccio un breve viaggio fuori dalla provincia di Pavia, trovo strade migliori. A creare problemi è il traffico pesante? Mah, tir ne viaggiano in tutto il Paese e poi una delle strade peggiori è quella che collega Pavia a San Genesio, dalla frazione Due Porte, e lì di camion se ne vedono il giusto. Per fare un esempio. Oppure, è la mancanza di fondi? Non sembrerebbe a leggere gli articoli della Provincia Pavese e i post di entusiasmo di sindaci vari nei confronti del loro presidente Giovanni Palli per gli stanziamenti destinati alle strade. E allora? Anche qui: non sarà per caso una questione di qualità del lavoro? Per dire, che le ditte di altre province sono più efficaci delle nostre? Mi viene anche da chiedermi: ma la direzione lavori di queste asfaltature non ha mai niente da contestare? Vai a saperlo, anche qui. Magari è successo, ma gli effetti i cittadini non li vedono.

    Un sospetto sulla questione della capacità di intervento mi viene pensando a due rotatorie sulla stessa direttrice, una dopo l’altra. La direttrice è la Vigentina. La prima rotatoria è quella che porta al quartiere Mirabello di Pavia: asfalto perfetto. La seconda è quella che porta a San Genesio: un percorso di guerra. E’ così da mesi e mesi, forse da anni. Chi mi risolve il mistero? Mi sovviene un ricordo. Anni Novanta, lavoravo alla redazione della Provincia Pavese di Vigevano. Mi resi conto, dopo qualche tempo, che la strada provinciale 206, che diventa poi strada provinciale 4 in Piemonte, aveva due facce: la prima, pavese, piena di buche, la seconda appunto piemontese, liscia come l’olio. La differenza era visibile proprio al confine tra Cassolnovo (Lombardia) e Cerano (Piemonte). Ne facemmo un articolo, con una foto che purtroppo sarà difficile recuperare ma che diceva tutto.

    Insomma, ho la presunzione di dire che le strade colabrodo siano un po’, ma solo un po’, colpa degli eventi e della scarsità di risorse e molto responsabilità degli uomini (leggi: amministratori e appalti conseguenti). Ho scoperto l’acqua calda? Probabile, forse non serve ma aiuta (cit. Giorgione).

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    Scuole e ospedali al freddo, leggi la cronaca e ti viene il magone

    I titoli di oggi de La Provincia Pavese

    Scusate, è il secondo post sulla questione. Ma la lettura mattutina del mio quotidiano preferito, la Provincia Pavese, mi ha fatto pensare che siamo una provincia (e a volte con la “P” maiuscola) davvero improbabile. Non riesco ancora a credere, ma devo farlo, che il giornale sia costretto a raccontare di scuole e ospedali al freddo quando fuori, oggi come oggi, ci sono 3 gradi, ieri ci si è fermati allo 0 termico, e al massimo siamo scesi a -5. A Gressoney, l’altro giorno, c’erano -11 gradi. Al disastro delle scuole e degli ospedali, alle condizioni da Terzo Mondo (con rispetto per il Terzo Mondo) dove non si riescono a scaldare le aule, ieri si aggiungeva ancora un articolo che ci ricordava come per passare il Naviglio, poche decine di metri, si lavori da mesi (da anni percepiti) per posare un ponticello che quasi quasi lo fa un ferramenta in officina. Un disastro generale della pubblica amministrazione. Una tristezza generale.

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    Vino senza alcol, finalmente arriva la normativa che regola la produzione

    Finalmente anche in Italia, e quindi anche in Oltrepo dove ci sono alcune realtà interessate, come ad esempio la cantina Terre d’Oltrepo (crisi a parte, s’intende), si potrà produrre vino senza alcol. Non che oggi non si potesse fare, ma in assenza di una normativa, le aziende erano costrette a procedere alla dealcolizzazione all’estero, in particolare in Germania, caricando poi sul prodotto i costi di trasporto. Il vino senza alcol, che è già un importante settore all’estero, anche in Italia sta iniziando a prendere piede. In un articolo pubblicato da Il Sole 24 Ore, infatti, si spiega come sia rrivato dal governo il “via libera alla produzione di vini dealcolati in Italia. Ieri è stato varato il decreto interministeriale (Mef–Masaf) che definisce il regime fiscale e le accise per la produzione di vino senz’alcol o a ridotto contenuto alcolico e, in particolare, la tassazione dell’alcol ottenuto dai processi di dealcolazione. Una misura molto attesa dai produttori italiani che, in molti casi, già si sono cimentati con questo segmento di mercato, tra l’altro, in forte crescita soprattutto all’estero. Tuttavia finora, gli imprenditori italiani, proprio a causa della assenza di un quadro normativo, erano costretti a effettuare all’estero le operazioni di delocalizzazione, in primo luogo in Germania o in Spagna. Sobbarcandosi i relativi costi di trasporto”

    “Secondo l’Osservatorio dell’Unione italiana vini il comparto dei vini NoLo (ovvero No alcohol oppure Low alcohol) o a gradazione alcolica ridotta o nulla è uno dei segmenti che sta crescendo di più e che continuerà a crescere all’interno del settore vino. L’attuale mercato dei vini NoLo al mondo vale 2,4 miliardi di euro, ma le stime parlano di un raddoppio a 3,5 miliardi entro il 2028 con un tasso medio annuo di crescita dell’8%”-

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    L’Europa di chi non fa vino che spiega a chi fa vino come deve farlo (e imbottigliarlo)

    Credevo che non l’avrei mai detto: ha ragione Tremonti. L’ex ministro ironizzava sul fatto che l’Europa, mentre non riusciva a risolvere i problemi dell’auto – in particolare il passaggio all’elettrico previsto per il 2035 – riusciva persino a dettare le regole sulla fabbricazione dei tricicli. Ora, io sono un europeista straconvinto, ma delle volte… E’ il caso che riguarda direttamente l’Oltrepo pavese con i suoi produttori di vino. La Ue, accogliendo le richieste di Paesi che, con tutta la simpatia per loro, non sanno neppure cosa sia il vino, obbligherebbe all’uso di bottiglie non troppo trasparenti, per facilitare il loro riutilizzo. Alla faccia della conservazione di vino e spumanti. Leggo su Il Sole 24 Ore:

    Con le norme in discussione in Europa nell’ambito del nuovo regolamento imballaggi (PPWr), a rischio le bottiglie di prosecco italiane: la preoccupazione arriva da Coreve, il consorzio italiano del riciclo del vetro. «Il PPWr prevede che entro il 2030 un imballaggio, una bottiglia, costituito per più del 30% in peso da materiale non riciclabile non possa più essere messo in commercio», spiega il presidente Gianni Scotti. «A Bruxelles si sta lavorando per definire le linee guida di questa riciclabilità – continua -. Ora, le posizioni tedesca e danese stanno sostenendo che il vetro con una trasmittanza (cioè la capacità di lasciarsi attraversare dalla luce, ndr) inferiore al 10% non possa essere classificato come riciclabile. Se anche solo il 30% di materiale di una bottiglia avesse quindi una bassa capacità di far passare la luce, cioè la renderebbe non idonea. Vuol dire che il vetro troppo scuro e spesso, proprio quello che caratterizza alcune parti delle nostre bottiglie di prosecco, ma anche di champagne e di vino, potrebbe essere classificato come non riciclabile e quindi metterle fuori mercato. Ricordiamo che si tratta di bottiglie sviluppate con queste caratteristiche per filtrare efficacemente la luce dannosa per il contenuto e per resistere alla pressione interna, soprattutto dei prodotti con le bollicine».

    Per altro, anche la norma europea prevista per il “vuoto a rendere”, rischia di creare non pochi problemi con:

    Rischio di Standardizzazione e Perdita di Identità: La bottiglia di vetro non è solo un contenitore per il vino italiano, ma un elemento di design, marketing e identità legato al marchio, alla denominazione e al territorio. L’obbligo di riutilizzo implicherebbe la necessità di adottare bottiglie standardizzate (un pool comune) per rendere efficienti i processi di raccolta, lavaggio e reimmissione sul mercato. Questo avrebbe cancellato la diversità di forme, pesi e colori che contraddistinguono i vini italiani di alta gamma (es. bottiglie speciali per Barolo, Brunello, Prosecco DOCG, o i formati come le Magnum).

    Complessità Logistica ed Economica: L’Italia eccelle nel riciclo del vetro (tassi superiori all’80%), che avviene a livello locale. Un sistema di riutilizzo implicherebbe la creazione di una nuova e complessa filiera di logistica inversa (raccolta, trasporto per lunghe distanze, lavaggio, sanificazione), con costi operativi insostenibili per le aziende, soprattutto per quelle che esportano e per le piccole e medie imprese.

    Sicurezza Igienico-Sanitaria: Ci sono preoccupazioni sulla capacità di garantire standard igienici perfetti per i prodotti alimentari, come il vino, attraverso cicli ripetuti di lavaggio e riempimento, con il rischio di compromettere la qualità del prodotto finale.

    Europeisti sì, ma non suicidi.

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    Raccolta differenziata, i nuovi dati Ispra premiano soltanto i piccoli Comuni della provincia

    Molti i Comuni bocciati

    Ma sono cittadini migliori? O sono migliori i loro sindaci e amministratori? Oppure è un insieme di questi due fattori che fa sì che alcuni Comuni siano più attenti alla gestione dei rifiuti e alla raccolta differenziata? Un’idea, conoscendo i sindaci, alcuni di persona, me la sono fatta: molto merito è dei sindaci e delle loro amministrazioni. Perché la raccolta differenziata è un piccolo problema organizzativo per chi, magari, ha una vita già complicata. E se segue le regole, è perché gli amministratori locali gli rendono semplice la procedura, perché riescono a coinvolgerli e, con il tempo, a farli diventare cittadini migliori.

    Tutto questo per dire che l’Ispra, ossia l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, ha pubblicato il rapporto 2025 proprio ieri. E dai dati del 2024, la provincia di Pavia, nel suo complesso – come si vede in questa tabella – è la seconda peggiore della Lombardia con una percentuale che non arriva al 60%. Soltanto Sondrio ci batte per scarsa attenzione ambientale.

    I buoni esempi, i cattivi esempi

    Ma in questa situazione che non ci rende orgogliosi, ci sono quattro buoni esempi: sono i quattro migliori Comuni della provincia: Travacò Siccomario (87,52% di raccolta differenziata), Torre d’Isola (86,57%), Codevilla (82,70%) e Pizzale (82,15%). Conosco personalmente due sindaci, intuisco che il merito di questo risultato sia in gran parte loro. E poi ci sono i quattro Comuni peggiori: Torricella, Montescano, Borgo Priolo e Menconico. Qui la percentuale di differenziata arriva appena sopra al 20%. Pavia capoluogo è 69esima, con il 60%, Vigevano 85esima con il 62% e infine Voghera è 98esima, con il 57%.

    Qui la tabella con tutti i dati della provincia di Pavia con la classifica completa

    La situazione nazionale

    Sul fronte della raccolta differenziata il Mezzogiorno continua a ridurre il divario con Centro e Nord. In aumento il dato nazionale, che attesta la raccolta differenziata al 67,7%, con percentuali del 74,2% al Nord, del 63,2% al Centro e del 60,2% al Sud. Le percentuali più alte si registrano in Emilia-Romagna (78,9%) e in Veneto (78,2%). Seguono Sardegna (76,6%), Trentino-Alto Adige (75,8%), Lombardia (74,3%) e Friuli-Venezia Giulia (72,7%). Tra queste regioni, l’Emilia-Romagna è quella che fa registrare la maggiore progressione della percentuale di raccolta, con un incremento pari a 1,7 punti rispetto ai valori del 2023. Superano l’obiettivo del 65% anche Marche (71,8%), Valle d’Aosta (71,7%), Umbria (69,6%), Piemonte (68,9%), Toscana (68,1%), Basilicata (66,3%) e Abruzzo (65,7%).
    Nel complesso, più del 72% dei comuni ha conseguito una percentuale di raccolta differenziata superiore al 65%. Nell’ultimo anno, l’89,7% dei comuni intercetta oltre la metà dei propri rifiuti urbani in modo differenziato.

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    Poste Italiane, anche a Pavia i trasferimenti da ufficio a ufficio obbligatori (o quasi)

    Se in un ufficio postale “in eccedenza”? Verrai trasferito in un altro ufficio “in carenza”. La scelta del dipendente da trasferire, se non ci sarà stata una scelta “volontaria”, dipenderà dall’anzianità. Insomma, sei giovane, magari hai tre figli e tua moglie lavora, abiti e sei nell’ufficio postale dell’Oltrepo e ti ritrovi, per dire, al confine con Pavia, magari 300 km da fare ad andarci, 30 km da fare per tornare a casa. Ogni giorno. Questa situazione, che per fortuna dovrebbe riguardare pochi lavoratori in provincia di Pavia, entrerà nella fase operativa in queste settimane, con l’invio di mail dell’azienda ai lavoratori interessati (ossia, tutti quelli dell’ufficio in eccedenza) sulla basa di un accordo firmato dalla Cisl e dagli autonomi, ma respinto da Cgil e Uil.

    Spiega il comunicato nazionale di Poste Italiane: “Entro gennaio 2026, al termine della precedente Fase 1 di mobilità mirata su base volontaria, l’Azienda renderà noto l’aggiornamento delle sedi accipienti e cedenti e delle relative numeriche e, in coerenza con quanto previsto dall’Accordo Sindacale del 3 dicembre 2024, avvierà un processo di mobilità collettiva ai sensi dell’art. 39 del vigente CCNL. Nella medesima occasione saranno inoltre pubblicate le graduatorie, declinate per ciascun ufficio cedente, delle risorse non destinatarie di un trasferimento di mobilità mirata volontaria, individuate tramite il medesimo codice alfanumerico utilizzato per la redazione delle graduatorie di cui alla Fase 1. Le graduatorie saranno ordinate secondo i seguenti criteri di priorità: a parità di anzianità aziendale, minore anzianità anagrafica. Sulla base delle suddette graduatorie e nel rispetto delle previsioni legali e contrattuali in materia di trasferimento, sarà individuato, per ciascun UP, il numero massimo di risorse trasferibili, nel rispetto del limite di 20 km di distanza tra la sede di attuale assegnazione e la nuova sede”.

    La situazione di Pavia

    Le sedi “cedenti” di Pavia – quelle con troppo personale – sono: Garlasco, Pieve del Cairo, Vidigulfo e Voghera 2. Le sedi “accipienti” – quelle che riceveranno il personale – sono: Belgioioso, Confienza, Gambolò, Gravellona, Landriano, Lungavilla, Mirabello di Pavia, Pavia centro. I sindacati, ovviamente, segnalano la possibilità di fare ricorso se si compare nella temuta lista. Ricorso da fare rapidamente.

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    Tutti quei soldi per il dissesto idrogeologico in Oltrepo (ma non solo). C’è una strategia?

    L’alluvione in Indonesia (dal Guardian)

    Negli ultimi cinque o dieci anni credo, da giornalista caposervizio, di aver titolato e pubblicato qualche centinaio (forse di più) articoli che raccontavano come Comuni, Provincia e Regione avessero stanziato soldi, soldi e ancora soldi destinati al nostro Oltrepo per quello che conosciamo tutti come “dissesto idrogeologico”. Ora, non voglio neppure ipotizzare che siano soldi sprecati, ma la sensazione, in questi anni e contando un disastro dopo l’altro, è che sia mancata a livello nazionale, ma forse non solo, una strategia che si possa definire tale. Insomma, si vive – un classico italiano – di interventi a tampone (a tanti begli appalti). Come i bonus: qualcosa risolvono, ma poi si è da capo. Mi è venuto in mente guardando le due fotografie pubblicate dal Guardian e dal Washington Post sull’alluvione che in questi giorni ha colpito Indonesia, Thailandia e Sri Lanka, fotografie che ho accostato a un bell’articolo de Il Foglio del lunedì a firma di Giulio Boccaletti, scienziato e scrittore italo-britannico che è stato ricercatore associato onorario presso la Smith School of Enterprise and the Environment.

    L’articolo descrive come eventi recenti di piogge torrenziali, frane ed esondazioni mostrino che il rischio idrogeologico in Italia è ormai sistemico e non gestibile solo con interventi locali e d’emergenza dopo ogni disastro. L’autore osserva che, nel breve intervallo tra una catastrofe e l’altra, si scatena la caccia al colpevole, ma questo riflesso mediatico e politico impedisce di vedere le cause strutturali legate a come è stato occupato, costruito e trasformato il territorio negli ultimi decenni.​

    Si sostiene che la frequenza crescente degli eventi estremi rende inevitabile ripensare la gestione del suolo, delle aree agricole e dei versanti, puntando su manutenzione ordinaria, rinaturalizzazione, difesa delle aree di esondazione naturale dei fiumi e riduzione del consumo di suolo. Viene criticata l’idea che bastino grandi opere isolate o misure solo tecniche: senza una strategia complessiva di pianificazione del paesaggio, ogni intervento rischia di essere inefficace o addirittura controproducente.​

    L’articolo richiama anche il tema delle risorse pubbliche, ricordando che gli investimenti, inclusi quelli legati ai vincoli europei e al PNRR, dovrebbero essere orientati da una visione di lungo periodo, e non dall’urgenza del singolo disastro o dalla pressione dell’opinione pubblica. In questo quadro, alla politica viene chiesto uno sforzo di programmazione: definire priorità territoriali, integrare ambiente, agricoltura, urbanistica e protezione civile, fissare obiettivi misurabili di riduzione del rischio e assumersi responsabilità su orizzonti temporali che vadano oltre la singola legislatura.

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    Pavia e la qualità della vita: siamo la provincia peggiore della Lombardia

    Non ve la sto a fare troppo lunga. Pavia ancora bocciata da una classifica. Stavolta dalla classifica sulla qualità della vita 2025 che stamane pubblica il quotidiano Il Sole 24 Ore che vi suggerisco di acquistare anche se non siete dei maniaci delle questioni finanziarie o economiche. Pavia, dunque, si piazza 56esima per qualità della vita perdendo ben 13 posizioni rispetto allo scorso anno. Nessuna sorpresa se in testa troviamo Trento, Bolzano e Udine. Lì, nel nordest, si vive meglio. Anche se ci trascorri soltanto una settimana di vacanza te ne rendi conto. Meglio di Pavia, in Lombardia, ci stanno Bergamo, Milano, Cremona, Lecco, Monza Brianza, Sondrio, Como, Brescia, Mantova, Varese e Lodi. Cioè, siamo ultimi. Tutti i dettagli, appunto, su Il Sole 24 Ore.

    Amen.

    Ps. All’amico di Facebook che dice che sembro goderci a parlare male di Pavia, ricordo che i numeri sono numeri. Poi ognuno ci fa le valutazioni che vuole. A Pavia voglio bene, ma accidenti, diamoci una mossa.

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    Tra Pavia e Cremona, il triangolo perfetto per le nuove centrali a fusione nucleare. Un report

    Un impianto a fusione nucleare (immagine prodotta da Ai)

    Uno studio a livello europeo commissionato da Gauss Fusion identifica centinaia di potenziali siti per centrali a fusione in nove paesi. Questo studio, durato un anno e condotto in collaborazione con l’Università Tecnica di Monaco (TUM), mappa i distretti industriali e i siti energetici esistenti adatti
    per la prima generazione di centrali a fusione in Europa. Per l’Italia sono state identificate alcune zone. Per quanto riguarda l’Italia, 7 hub sono nelle regioni settentrionali localizzati tra Milano, Cremona e Venezia, “un corridoio strategico che unisce forte densita’ industriale, adeguata capacita’ di rete e la presenza di infrastrutture energetiche gia’ consolidate”.

    La mappa del nord Italia e le aree (in verde) idonee per i nuovi impianti a fusione nucleare

    L’area di Cremona, dice lo studio, ha caratteristiche particolarmente favorevoli grazie alla prossimità a rilevanti stazioni elettriche ad alta tensione. Nel Sud Italia sono stati inoltre individuati 15 cluster di dimensioni più contenute, localizzati prevalentemente in prossimità delle aree costiere, che rappresentano ulteriori opportunità di sviluppo in una logica di riequilibrio territoriale e valorizzazione delle infrastrutture esistenti. L’aria di potenziale intervento, come si vede da questa mappa, riguarda anche il territorio di Pavia e in particolare la zona lungo il Po (l’indicazione della città di Pavia è stata aggiunta per chiarezza rispetto alla mappa originale: ciò che interessa sono le aree in colore verde, ossia quelle idonee per le centrali).

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    Il lupo è molto più furbo e intelligente di quanto possiamo immaginare. Una storia.

    Il lupo, di cui ogni tanto parliamo per la sua presenza anche in Oltrepo (a volte scende a valle), è più intelligente di quanto pensiamo. O meglio: alcuni animali, come gli orsi e appunto i lupi, sono in grado di apprendere in modi che noi pensavamo solo esclusivi degli esseri umani o, al limite, di animali come i primati. In realtà, si racconta in un bell’articolo comparso sul Washington Post di oggi ad opera di Dino Grandoni, i lupi possono apprendere in modo sorprendente. Leggiamo alcuni passi dell’articolo tradotto:

    Il lupo sembrava sapere esattamente cosa stava facendo.
    Si è immerso nell’acqua, ha preso un galleggiante da pesca e lo ha portato a riva. Poi è tornato indietro e ha tirato una corda collegata al galleggiante. Ha tirato e trascinato, tirato e trascinato, finché una trappola per granchi è emersa. Quando era alla sua portata, ha aperto la trappola e ha consumato l’esca all’interno.

    La scena, ripresa dalla telecamera sulla costa della Columbia Britannica nel maggio 2024, potrebbe essere la prima istanza documentata di un lupo selvatico che utilizza uno strumento, secondo gli scienziati che hanno pubblicato il filmato sulla rivista Ecology and Evolution di lunedì scorso.

    Sebbene l’intelligenza dei lupi sia ben nota, questa scoperta si aggiunge a una lista crescente di animali capaci di manipolare strumenti troppo grandi per il cibo, una capacità che si pensava fosse unica agli esseri umani.

    “Non è sorprendente che abbia la capacità di farlo”, ha detto Kyle Artelle, ecologo della State University of New York College of Environmental Science and Forestry che ha pubblicato il filmato. “Le nostre mascelle sono rimaste aperte quando abbiamo visto il video.”

    Quindi, occhio al lupo. Anzi, attenti al lupo.