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    Consumo di suolo, Pavia messa maluccio (il nuovo rapporto Ispra 2025)

    Immagine generata dall’Ai

    Il territorio italiano cambia ancora: nel 2024 sono stati coperti da nuove superfici artificiali quasi 84 chilometri quadrati, con un incremento del 16% rispetto all’anno precedente. Con oltre 78 km2 di consumo di suolo netto si tratta del valore più alto dell’ultimo decennio. A fronte di poco più di 5 km² restituiti alla natura, il quadro resta sbilanciato: ogni ora si perde una porzione di suolo pari a circa 10mila metri quadrati, come se dal mosaico del territorio venisse staccato un tassello dopo l’altro. 

    Sono i dati del Rapporto SNPA “Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici” di Ispra, che fotografa con precisione l’evoluzione di un fenomeno capace di incidere sulla qualità della vita, sull’ambiente e sugli ecosistemi. Il documento non si limita a registrare le criticità: emergono anche esperienze di rigenerazione e rinaturalizzazione che mostrano come invertire la rotta sia possibile.

    Pavia non è messa benissimo: si piazza in 36esima posizione con un consumo di suolo in aumento nel 2024 del 9,6 per cento, comunque sotto la media lombarda, contro, va detto, il 41 per cento della provincia di Monza e Brianza. Pavia capoluogo ha un dato negativo con un consumo di suolo del 23,42 per cento. Qui sotto le tabelle di sintesi, mentre il rapporto completo è scaricabile dal sito di Ispra.

    In dettaglio, al 2024 in 15 regioni risulta ormai consumato più del 5% di territorio, con massimi in Lombardia (12,22%), Veneto (11,86%) e Campania (10,61%). Il maggiore consumo di suolo annuale si osserva in Emilia-Romagna, che, con poco più di 1.000 ettari consumati (86% di tipo reversibile), è la regione con i valori più alti sia per le perdite sia per gli interventi di recupero, in Lombardia (834 ettari), Puglia (818 ettari), Sicilia (799 ettari) e Lazio (785 ettari). La crescita percentuale maggiore dell’ultimo anno è avvenuta in Sardegna (+0,83%), Abruzzo (+0,59%), Lazio (+0,56%) e Puglia (+0,52%), mentre l’Emilia-Romagna si ferma al +0,50%. Anche La Valle d’Aosta, che resta la regione con il consumo inferiore, aggiunge comunque più di 10 ettari di nuovo consumo. La Liguria (28 ettari) e il Molise (49 ettari) sono le uniche regioni, insieme alla Valle d’Aosta, con un consumo al di sotto di 50 ettari.  

    Pannelli fotovoltaici

    Un altro dato interessante emerso dal report riguarda il consumo di suolo dovuto ai nuovi pannelli fotovoltaici, che risulta quadruplicato: si passa dai 420 ettari del 2023 a oltre 1.700 ettari del 2024 (dei quali l’80% su superfici precedentemente utilizzate ai fini agricoli) di suolo ricoperto, un aumento notevole se si considerano i 75 ettari e i 263 rilevati rispettivamente nel 2022 e nel 2023. Tra le regioni che destinano più territorio a questo tipo di impianti spiccano Lazio (443 ettari), Sardegna (293 ettari) e Sicilia (272 ettari). Passa, infine, dai 254 ettari del 2023 ai 132 ettari del 2024 la superficie destinata agli impianti fotovoltaici a terra come l’agrivoltaico che, limitando l’impatto sul suolo, non vengono considerati tra le cause di consumo. 

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    Pensioni, ingiustizie e polli di Trilussa

    Pensionati sempre più poveri (foto generata con l’Ai)

    Se vogliamo avere un’ulteriore idea della (ingiusta) distribuzione del reddito, come al solito sono le statistiche e i numeri ad aiutarci, ricordando comunque che spesso molto dipende dalla loro interpretazione. Il governo, presentando la legge di bilancio, ha raccontato che tutto va bene. O almeno, meglio. Indicando alcuni numeri, dimenticandone altri. Ci ricorda Trilussa:

    La Statistica

    Sai ched’è la statistica? È ’na cosa
    che serve pe’ fa’ un conto in generale
    de la gente che nasce, che sta male,
    che more, che va in carcere e che sposa.
    Ma pe’ me la statistica curiosa
    è dove c’entra la percentuale,
    pe’ via che, lì, la media è sempre eguale
    puro co’ la persona bisognosa.
    Me spiego: da li conti che se fanno
    secondo le statistiche d’adesso
    risurta che te tocca un pollo all’anno:
    e, se nun entra ne le spese tue,
    t’entra ne la statistica lo stesso
    perché c’è un antro che ne magna due.

    Dunque, ci sarebbe da capire il destino dei polli, o almeno, di alcune loro parti. Ma dicevo dei numeri, quelli attuali. Ci aiuta l’Inps, come ricordava nei giorni scorsi un trafiletto comparso sul quotidiano Il Sole 24 ore. Ecco il testo, leggetelo e provate a indovinare le ingiustizie. O almeno, che fine hanno fatto i polli.

    “L’Osservatorio Inps evidenzia che i beneficiari di prestazioni pensionistiche sono 16.305.880 (+0,5% rispetto al 2023), con una media di 1,4 pensioni a testa (il 68% percepisce una sola prestazione, il 32% due o più). L’importo medio annuo dei trattamenti pensionistici è di 15.821 euro, ma il 53,9% delle pensioni ha un importo mensile inferiore ai mille euro e sono 4.581.952 i pensionati (28,1%) con reddito al di sotto di questa soglia. Resta forte il gap di genere, considerando che le donne hanno percepito in media una pensione di 12.772 euro, contro i 19.491 euro degli uomini: i redditi pensionistici femminili sono inferiori di oltre un terzo (-34%), a causa delle carriere lavorative discontinue, e del maggior ricorso al part time (spesso involontario). Tra i diversi gruppi quello più numeroso è dei titolari di pensioni di vecchiaia, pari a 11,4 milioni di persone, di cui il 28% cumula anche trattamenti di altro tipo. Seguono i titolari di pensioni ai superstiti (4,2 milioni). I beneficiari di prestazioni assistenziali sono 3,9 milioni, tra loro il 48% è titolare anche di prestazioni diverse (indennità di accompagnamento).”

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    Tutto il buono del self publishing

    Il buono dell’autopubblicazione (immagine realizzata con l’Ai)

    Internet mi ricorda che senza l’autopubblicazione non avremmo Alla ricerca del tempo perduto di Proust o Gli indifferenti di Moravia. Ma davvero, oggi come oggi, l’autopubblicazione (self publishing) di libri e musica è riservata ai dilettanti allo sbaraglio, a quelli che non trovano una casa editrice o un produttore musicale perché “scarsi”? Per quello che personalmente mi riguarda, i libri che ho pubblicato (quattro, poca roba) hanno avuto un editore “vero”, nel senso che mi ha pagato. Ma per la musica, faccio da solo, autopubblico. In questo caso, perché probabilmente nessuno me la produrrebbe… Quel che conta è divertirsi. Ma, questioni personali a parte, l’autopubblicazione ha una sua ragione d’essere. Mi è venuto in mente di parlarne dopo una lettura di un trafiletto su un giornale. Leggo infatti sul Sole 24 Ore: “Dal crowdfunding fino a un approccio ancora più diretto e indipendente. Un modo per preservare il pieno controllo creativo, i diritti editoriali e i tempi di pubblicazione, arrivando a un pubblico globale e mantenendo la coerenza di scrivere storie ispiratrici per le nuove generazioni. È il percorso di Francesca Cavallo, autrice, imprenditrice, produttrice. Pugliese di nascita, dopo un periodo negli Usa ora è a Roma. Qui a Colle Oppio, in una ex bisca clandestina degli anni 70 sta realizzando il suo headquarter: uno studio per scrivere libri e una sala di incisione per registrare podcast. Dopo il successo mondiale Cavallo ha scelto di pubblicare il suo secondo libro per bambini, “Storie spaziali per maschi del futuro”, con il self publishing. Obiettivo: non aderire alle convenzioni”. Va poi detto che, parere personalissimo, si iniziano a trovare libri e musica interessantissimi autoprodotti e gli strumenti ci sono, eccome. Mentre, nello stesso tempo, buona parte dei libri e della musica prodotti secondo le regole tradizionali sono, rispettivamente, illeggibili e inascoltabili. E spesso, uno uguale all’altro. Quindi, ben venga l’autopubblicazione. D’altro canto, mi spiegava chi del mondo editoriale si occupa di professione, oggi gli autori che attraverso i canali tradizionali vendono più di 5mila copie sono davvero pochi. E Vannacci (scusate il paragone) ha venduto decine di migliaia di copie su Amazon.

    Quello che sappiamo dall’Ai

    Non esistono dati pubblici precisi su quante copie esatte vendano individualmente i libri autopubblicati su Amazon, ma le statistiche annuali mostrano un mercato molto ampio, con oltre un milione di autori che pubblicano tramite Kindle Direct Publishing (KDP) e oltre 500 milioni di dollari di royalties distribuite ogni anno. Origini e prime forme

    Forme di autopubblicazione esistevano già nel Settecento, quando personalità come Madame Pompadour si dotarono di tipografie private per diffondere i propri scritti e influenzare il gusto letterario e politico francese. Nell’Ottocento, con la diffusione della stampa e l’alfabetizzazione di massa, aumentò il numero di autori che pubblicavano a proprie spese. Johann Wolfgang von Goethe fu tra i primi a farlo in Germania, anticipando la nascita dell’autore moderno come figura indipendente.

    Molti grandi scrittori del Novecento cominciarono la propria carriera grazie all’autopubblicazione. Marcel Proust nel 1913 pubblicò a sue spese Dalla parte di Swann, primo volume de Alla ricerca del tempo perduto, dopo essere stato rifiutato da più editori. Jorge Luis Borges nel 1923 stampò autonomamente la raccolta poetica Fervor de Buenos Aires, regalandone copie ai critici letterari di Buenos Aires. Anche Margaret Atwood realizzò e distribuì da sola la sua prima raccolta poetica, Double Persephone (1961), con una tiratura artigianale di 220 copie. In Italia, Italo Svevo e Alberto Moravia si finanziarono da sé le prime opere, come Una vita e Gli indifferenti.

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    Sanità a due velocità, anche a Pavia: un rapporto

    Un pronto soccorso: foto generata con Ai

    Nel 2023 in Italia sono stati registrati oltre 18,5 milioni di accessi ai pronto soccorso, e nel 67% dei casi la visita medica è avvenuta entro i limiti di tempo previsti dal triage infermieristico. È quanto emerge dalla quarta Indagine nazionale sullo stato di attuazione delle reti tempo-dipendenti, realizzata da Agenas e presentata a Roma. La rilevazione mostra tuttavia ampie differenze regionali: la percentuale di accessi entro i tempi di triage varia dal 53% in Sardegna all’86% in Basilicata. In dettaglio, il 94% dei codici bianchi riceve la visita entro 240 minuti, l’80% dei verdi entro 120 minuti, il 61% degli azzurri entro un’ora, mentre solo il 35% dei gialli e il 40% degli arancioni vengono valutati entro i 15 minuti previsti. Oltre il 60% degli accessi complessivi riguarda casi non gravi (codici bianchi e verdi), a fronte di appena 2,3% di codici rossi. Un dato che conferma come il pronto soccorso resti spesso il primo punto di riferimento anche per bisogni di bassa complessità. La relazione Agenas colloca questi numeri all’interno di un monitoraggio più ampio delle reti tempo-dipendenti – emergenza-urgenza, infarto, ictus e trauma maggiore – che nel 2023 hanno registrato miglioramenti nell’organizzazione e nella tempestività d’intervento, ma con forte eterogeneità territoriale. In parallelo, l’indagine analizza la accessibilità territoriale ai presidi d’emergenza: il 76% della popolazione può raggiungere un pronto soccorso in meno di 30 minuti, con punte superiori all’80% in Emilia-Romagna e Veneto, ma sotto il 60% in Sardegna e Calabria.

    La situazione di Pavia

    Si possono fare solo esempi random e qualche confronto regionale o provinciale, perché un giudizio preciso richiederebbe un’analisi più approfondita. Possiamo però dire, per quello che riguarda i “traumi severi”, immaginiamo un incidente stradale, la mortalità a 30 giorni è del 23,97%, molto meglio degli ospedali di Vigevano (49,18%) e Voghera (54,55%), ma peggio, per dire, del Niguarda (14,74%). Differenze enormi, che richiedono una spiegazione esperta prima di esprimere giudizi. Anche per la Rete Ictus, ci sono differenze: il San Matteo di Pavia ha una mortalità (dopo 30 giorni) del 7% mentre per Vigevano e Voghera mancano i dati. San Matteo meglio, ad esempio, del Poma di Mantova (11,6%). Infine, anche per la Rete Cardiologica, la mortalità a 30 giorni del San Matteo è del 7% (prestazione media), mentre Vigevano e Voghera ottengono rispettivamament il 5,79% e l’11,91%.

    Insomma, anche al nord ci sono differenze, e se si ha voglia di consultare il rapporto molto completo (disponibile on line cliccando qui), si scoprirà che il divario non è solo tra regioni o parti d’Italia.

    Come scrive Il Foglio: “C’è un orologio che segna il tempo delle emergenze sanitarie in Ita- lia, e non batte allo stesso ritmo dap- pertutto. A volte corre veloce, salva vite, restituisce persone alle loro fami- glie. Altre volte arranca, perde minuti preziosi, e quelle vite le perde davvero. Il rapporto Agenas sulle Reti tempo-dipendenti che monitorano infarti, ictus e traumi gravi ci racconta proprio questo: un’Italia a due velocità. C’è l’Italia dove se hai un infarto grave hai il 69 per cento di probabilità di essere trattato con un’angioplastica salvavita entro 90 minuti, come in Veneto. E c’è l’Italia dove questa probabilità scende al 41,9 per cento, come in Sardegna. Differenze che decidono se una persona sopravvive o no. Ma è quando parliamo di traumi gravi – gli incidenti stradali, le cadute disastrose – che le differenze diventano ancora più crude. In Calabria quasi una persona su due che subisce un trauma maggiore muore entro 30 giorni. In Toscana, meno di una ogni cinque. Perché? Perché in Toscana è più probabile che tu venga preso in carico immediatamente da un Centro trauma di alta specializzazione, mentre in altre regioni questo non è affatto scontato. Allora viene da chiedersi: com’è possibile? La risposta è che in Italia manca una regia unitaria delle emergenze. Solo 8 regioni su 21 hanno un coordinamento vero delle reti emergency. Nelle altre, ogni ospe- dale o ogni Asl fa un po’ per conto suo. E i risultati si vedono. Servono Stroke Unit che abbiano il numero giusto di posti letto, servono elicotteri del 118 che coprano tutto il territorio, servono protocolli chiari che facciano arrivare la persona giusta nel posto giusto al momento giusto. In molte zone questo già avviene, e i risultati sono eccellenti. In altre, no. Il problema non è solo di soldi ma soprattutto di organizzazione. Di volontà politica. Di saper prendere a modello ciò che già che funziona.

    Quando si parla di emergenze, ogni minuto conta. E il rapporto Agenas ci dice che in Italia il valore di un minuto dipende ancora troppo da dove ci si trova.”

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    Landini, l’Ilva e il ponte sul Naviglio

    I lavori per il ponte sul Naviglio (fotografia da La Provincia Pavese)

    Cosa c’entra Landini, segretario nazionale della Cgil, con quel disastro amministrativo che sono stati (e sono) i lavori per il ponte sul Naviglio di Pavia? Mi è venuta in mente la polemica su quel cantiere – la cui vicenda potete ricostruire grazie agli articoli de La Provincia Pavese cercando nell’archivio on line (qui l’ultimo resoconto) – leggendo un bel pezzo de Il Foglio dedicato, criticamente, a Landini, e allo spreco delle risorse pubbliche. Insomma, in sintesi, il segretario della Cgil chiedeva più intervento pubblico per l’Ilva e gli veniva spiegato che l’intervento pubblico c’era stato ed era risultato un disastro. Mi è venuto da pensare che un progetto banale come la costruzione di un ponte, se affidato alle competenze pubbliche, può trasformarsi in un incubo procedurale.

    D’altro canto, ricordo che il record di velocità nella costruzione di un ponte è stato raggiunto in più occasioni con tecnologie e organizzazioni straordinarie, specialmente in Cina. Un caso emblematico riguarda la ricostruzione integrale di un ponte completata in sole 43 ore a Pechino, dove squadre di operai si sono alternate giorno e notte per smantellare il vecchio ponte e posizionare la nuova struttura, minimizzando l’impatto sul traffico ferroviario e stradale.

    Ma torniamo alla questione Ilva. Ecco l’articolo di alcuni giorni fa:

    Secondo Maurizio Landini, leader della Cgil, “serve un intervento diretto dello stato nella gestione Ilva”. Il segretario ha lanciato un appello da Bari, per mobilitare gli iscritti a partecipare alla manifestazione nazionale: 25 ottobre a Roma. Tutto legittimo, per carità, ma una domanda viene naturale: esiste qualcosa di più diretto dell’amministrazione straordinaria? Oggi sia Acciaierie d’Italia (la cosiddetta best company, che gestisce la parte produttiva) sia Ilva in “as” (la bad company che tiene a libro paga gli operai che non torneranno mai più in fabbrica) sono commissariate e dunque già nelle mani dello stato. I conti restano segreti, ma si sa che la best company perde circa 65 milioni al mese, che al 6 marzo 2025 aveva uno stato passivo di 5,4 miliardi e che dal 2023 al 2025 lo stato ha versato—tenetevi forte—oltre 1,4 miliardi di euro per mantenerla in vita: 680 milioni nel 2023, 320 nel 2024 e 450 nel 2025, anche attingendo al fondo sequestrato ai Riva e originariamente destinato alle bonifiche ambientali. A questi si aggiungono 200 milioni l’anno per la cassa integrazione “fine pena mai” di seimila lavoratori che non torneranno più in produzione. Tutto questo con Ilva già pubblica. Come pubblica è Dri Italia, società statale che con un euro di produzione spende 4,7 milioni, di cui 1,8 per il personale e 2,1 per servizi, oltre a centinaia di milioni in stipendi e consulenze, senza aver mai prodotto un chilo d’acciaio. Nel frattempo, facciamo notare a Landini, la produzione a Taranto è ulteriormente crollata: è accesso un solo altoforno, quello inaugurato dal ministro Adolfo Urso nell’autunno 2024 si è incendiato dopo sei mesi per lavori mal fatti, e la cassa integrazione è aumentata insieme ai costi. Se questo è “intervento diretto dello stato”, per renderlo ancora più diretto bisognerebbe forse nominare Landini e Antonio Decare nel cda. Ma tanto, come sempre, paga Pantalone. Landini, con tutto il rispetto, ma che stai dicendo?

    La sintesi sulla storia del ponte sul Naviglio grazie all’Ai:

    A Pavia, i lavori per il ponte sul Naviglio di viale Ludovico il Moro sono oggetto di una lunga e accesa polemica a causa di continui ritardi, disagi per i residenti del quartiere Città Giardino e danni economici per le attività locali. 

    Cronistoria e problematiche principali:

    • Ritardi e chiusura prolungata: Il ponte è stato chiuso al traffico per un intervento di manutenzione straordinaria, ma i lavori hanno subito notevoli rallentamenti e blocchi, causando la chiusura dell’attraversamento per oltre un anno.
    • Disagi per la viabilità: L’interruzione del collegamento ha creato gravi problemi di viabilità, costringendo residenti e automobilisti a percorrere lunghi percorsi alternativi, con conseguente aumento del traffico e dell’inquinamento nella zona.
    • Danni economici: Le attività commerciali nel quartiere Città Giardino hanno registrato perdite significative, con cali di fatturato fino al 70%, a causa della mancanza di transito e passaggio pedonale.
    • Polemiche sull’appalto: Nel corso del 2025 sono emerse diverse criticità relative all’assegnazione e alla gestione dell’appalto. A maggio, l’amministrazione comunale ha incontrato i residenti per spiegare i ritardi, attribuendoli all’impresa aggiudicataria, ma scatenando ulteriori polemiche da parte dell’opposizione, che ha evidenziato errori e lentezze nella procedura. Ad agosto, il Comune ha paventato la revoca dell’appalto, data l’inerzia della ditta, ma i lavori sono comunque proseguiti a singhiozzo.
    • Passerella pedonale temporanea: A giugno 2025, è stata installata una passerella pedonale temporanea per alleviare almeno i disagi dei pedoni, ma la soluzione non ha risolto i problemi per il traffico veicolare e ha continuato ad alimentare il malcontento.
    • Situazione attuale (ottobre 2025): I lavori procedono tra alti e bassi. A settembre è iniziato lo smantellamento della struttura da riparare, che è stata trasportata in officina. Le polemiche, tuttavia, non si sono placate, con i residenti che a fine settembre hanno chiesto risarcimenti per i danni subiti.
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    L’intervista che non fa male a nessuno

    La storia completa la potete leggere più avanti, in una sintesi del comunicato dell’Fnsi, la Federazione nazionale stampa italiana. Ma in poche parole: il governo presenta la bozza di legge di bilancio, sono presenti i (bravissimi, lo sappiamo tutti) giornalisti del Sole 24 Ore, ma l’intervista alla premier sui conti italiani la fanno fare a Maria Latella, collaboratrice esterna, non proprio specializzata in economia. Lo decide il direttore, non vogliamo credere su pressione della Meloni, immaginiamo per essere più realista del re. Insomma, un modo per non mettere davanti alla premier un giornalista che di conti e di leggi di bilancio magari ne sa persino più di lei. Morale, i giornalisti (giustamente) scioperano, ma il direttore fa uscire il quotidiano lo stesso. I giornalisti ri-scioperano. D’altro canto per libertà di stampa l’Italia è ventesima su 27 in Unione europea, ultimi tra gli Stati fondatori: la classifica 2025 di Reporter senza frontiere certifica appunto un ulteriore arretramento della libertà di stampa in Italia, che si attesta al 49esimo posto a livello globale perdendo tre posizioni rispetto all’anno scorso e otto rispetto a quello precedente. Credetemi, tenetevi ben stretti la Provincia Pavese. A seguire, la nota della Fnsi.

    La segretaria generale Alessandra Costante: «Penso che neppure la presidente del Consiglio avrebbe voluto vedere la sua intervista uscire in un’edizione del quotidiano che fa carta straccia di tutti i fondamentali dell’informazione libera e democratica». Il Cdr: «Dalla direzione grave azione anti-sindacale». A sostegno dei colleghi anche l’Usigrai e i Comitati di redazione de La Sicilia, Repubblica, Domani e Secolo XIX. Il presidente della Federazione della Stampa, Vittorio di Trapani: «Da direttore ed editore atteggiamento che richiama i padroni anni ’50, quelli pre-Statuto dei lavoratori». La solidarietà di Assostampa Sarda, Sigim, Sindacato giornalisti Veneto, Associazione Ligure dei giornalisti, Asva, Assostampa Basilicata e Asu.

    Oggi, sabato 18 ottobre 2025, il Sole 24 ore è in edicola con sole 20 pagine, quasi tutte “fredde” e con un’intervista alla premier Giorgia Meloni fatta da una giornalista esterna. Un giornale realizzato senza la redazione, che ieri ha proclamato all’unanimità uno sciopero proprio perché l’intervista a Meloni è stata decisa improvvisamente dalla direzione, a scapito di colleghi interni che erano andati alla conferenza stampa di Palazzo Chigi sulla manovra. Il Cdr e la redazione hanno stigmatizzato la deriva che vede gli intervistati scegliersi gli intervistatori.

    La Federazione nazionale della Stampa, l’Associazione Lombarda dei giornalisti e l’Associazione Stampa Romana sono a fianco dei colleghi del Sole 24 Ore e ribadiscono che fare uscire il quotidiano malgrado lo sciopero compatto della redazione è un atto grave e inaccettabile. Oggi, la battaglia dei giornalisti del Sole 24 Ore è una battaglia di tutti in difesa del giornalismo. Editori e direttori non possono usare i giornalisti a loro piacimento, scavalcandoli quando il diktat è utilizzare un intervistatore gradito.

    «L’edizione del Sole 24 ore in edicola oggi nonostante lo sciopero proclamato dalla redazione – commenta Alessandra Costante, segretaria generale della Fnsi – scrive una pagina nera nella storia di uno dei quotidiani più importanti del Paese. Non solo: infanga e sminuisce l’altissima professionalità dei colleghi che ci lavorano. Lo sciopero indetto dal Cdr è a difesa della dignità del giornalismo professionale, della qualità dell’informazione e della sua indipendenza. Penso – conclude Costante – che neppure la presidente del Consiglio avrebbe voluto vedere la sua intervista uscire in un’edizione del Sole che fa carta straccia di tutti i fondamentali dell’informazione libera e democratica».

    Sulla questione interviene anche il Cdr del Sole 24 Ore con una nota pubblicata in apertura del sito del giornale, in cui si ricorda che oggi il sito web non sarà aggiornato e per le 16 è convocata una nuova assemblea dei giornalisti: «Le giornaliste e i giornalisti del Sole 24 Ore sono in sciopero e denunciano la grave azione anti-sindacale compiuta dalla direzione che ha comunque fatto uscire in edicola il quotidiano, seppure in forma ridotta, in opposizione a quanto deliberato all’unanimità dall’assemblea».

    Il Cdr prosegue: «L’agitazione interviene a tutela delle professionalità della redazione. Venerdì 17 ottobre, giorno di approvazione della legge di bilancio in Consiglio dei ministri, infatti, è improvvisamente comparsa sulle pagine del giornale un’intervista alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni scritta da una collaboratrice esterna. Vicenda che si era già verificata in passato e che avevamo stigmatizzato con uno sciopero delle firme. Episodi analoghi, in altri campi, accadono anche con altri interlocutori. In questo modo – conclude la nota – si approda a una deriva distopica nella quale gli intervistati si scelgono gli intervistatori con il beneplacito del direttore».

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    Festival della fotografia etica: un dubbio

    In coda alla biglietteria

    Ci sono scelte obbligate. Almeno per alcuni. Per quelli che vogliono sapere (o approfondire). Una delle scelte possibili, se non appunto obbligate, è il Festival della fotografia etica di Lodi. Il prossimo fine settimana sarà l’ultimo possibile per visitare la rassegna che comprende, tra l’altro, il World Press Photo. Indetto dalla World Press Photo Foundation, il concorso internazionale di fotogiornalismo e fotografia documentaria più conosciuto al mondo, quest’anno celebra il suo 70° anniversario. Lodi è stata  l’unica città lombarda ad ospitare una tappa del suo tour itinerante che porterà la mostra in oltre 60 location nel mondo. Quasi 150 immagini che arrivano dai 5 continenti per raccontare storie incredibili. E proprio da qui voglio partire, con alle spalle l’esperienza di diversi World Press visitati in questi anni. Ho avuto l’impressione che la capacità di racconto dei fotografi delle grandi tragedie che attraversano il mondo in questi anni sia stata inferiore al solito. E a confermarlo, sempre secondo una personalissima opinione, il fatto che una delle mostre del Festival, ossia “Yugoslavia: atto finale: a trent’anni dal genocidio di Srebrenica”, fosse dal punto di vista delle forza delle immagini, della capacità di drammatico racconto, due gradini sopra persino alle fotografie dedicate al genocidio di Gaza. Magari sbaglio, magari è stata una mia personale ed erronea valutazione.

    Troppe code

    L’altro aspetto davvero negativo del Festival sono le code. Domenica 19, pur essendo arrivato alle 9.30, orario di apertura, ho evitato la coda per entrare in ogni singola mostra, solo al World Press. Ma anche lì, come in tutte le altre mostre, coda di dieci, venti minuti, tutti accalcati per vedere le fotografie, qualche spinta, l’impossibilità di ragionare davanti alle immagini. C’è troppa gente, in tutta la giornata di domenica, e questo evento così partecipato rovina un po’ l’interesse per il meglio della fotografia di fotogiornalismo (etico, ovviamente). Per godersi il lavoro di un fotografo, la soluzione migliore resta sempre la singola mostra, del singolo progetto. Ma non si può avere tutto. E poi andare a Lodi, per questo Festival, è anche un atto di salute mentale: ci ricorda che, fuori da qui, dai nostri confini, il mondo continua a soffrire, si continua a morire, l’ingiustizia la fa da padrona.

    Foto di Cinzia Canneri

    Se poi qualcuno avesse un dubbio su cosa vedere assolutamente, la mostra che mi ha convinto di più è stata “Women’s Bodies As Battlefields: corpi di donne come campi di battaglia” dell’italiana Cinzia Canneri. Uno struggente bianco e nero per un’altra struggente storia di donne.

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    Cinque anni fa moriva Arbasino: oggi un film

    Alberto Arbasino nel suo studio (foto de La Provincia Pavese)

    Michele Masneri, giornalista de Il Foglio, è co-regista insieme ad Antongiulio Panizzi di ‘Stile Alberto’ documentario che è stato presentato alla Festa del Cinema di Roma, nella sezione Freestyle Arts. “Un viaggio originale e appassionante – scrive l’Ansa – dedicato a una delle figure più originali della cultura italiana essendo stato al tempo stesso uno dei più importanti scrittori del dopoguerra, un grande viaggiatore, un intellettuale a tutto tondo ideatore di neologismi come la ‘casalinga di Voghera’, un grande giornalista, un deputato, ma soprattutto un dandy, elegantissimo e armato di Porsche, frequentatore compulsivo di salotti, insomma una sorta di Marcel Proust italiano. Nel docu tanti materiali d’archivio, testimonianze di amici, familiari e intellettuali e la ricostruzione dei rapporti con Pasolini, Visconti fino al duraturo legame con il compagno Stefano.

    Per quello che riguarda la nostra provincia di Pavia, specificatamente, ricorda Masnieri nell’articolo su Il Foglio: “Voghera è un altro pannello di quella grande co- struzione labirintica che era AA: non solo set dell’infanzia delle “Piccole vacanze”, e dei racconti dell’educazione sentimentale lombarda; nella breve e deludente parentesi parlamentare si era dato da fare non su astruse proposte di legge come ci si aspetterebbe da un letterato bensì molto “sul territorio”, per la sua “constituency”, all’americana; e dunque per un allargamento del tribunale del luogo, e per altre questioni locali. Un altro tormentone era il mancato riconoscimento della “casalinga di Voghera” primigenia, cioè la vogherese Caroli- na Invernizio, scrittrice all’epoca “infamous” fino a essere definita “l’onesta gallina della letteratura italiana” nientepopodimeno che da Antonio Gramsci, perché scriveva romanzetti rosa-dark tipo “Il bacio di una morta”, mentre oggi sarebbe la regina del “romance” (pronunciato all’italiana, ‘ròmans’, e anche qui chissà che rap avrebbe fatto Alberto) e sarebbe ospite fissa da Fazio, e certamente le farebbe- ro subito il Meridiano”. E aggiunge nel suo bell’articolo su Arbasino: “La gagliarda sindaca di Voghera, Paola Garlaschelli, ci ha portato tra le strade della sua cittadina per svelarci uno scoop: una strada intitolata alla precursora di tutte le casalinghe esiste, è stata dunque fatta. Ma la mancanza assoluta di “occhio” e “orecchio” per il pop era uno dei tanti rimproveri che Alberto faceva agli intellettuai italiani che fortemente lottavano per il popolo senza però conoscere le canzoni in voga tra le masse”.

    Il documentario, peraltro, è prodotto da MadEntertainment in collaborazione con Rai Documentari e Luca Guadagnino con il sostegno della Fondazione Teatro Sociale di Voghera e il contributo della Fondazione del Monte di Lombardia.

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    La fregatura del mezzo pubblico

    Per una serie di ragioni, sono andato a Milano un po’ di volte con mia moglie. In centro. Mi sono chiesto se fosse meglio utilizzare il mezzo pubblico o l’automobile privata, al di là della comodità. Probabilmente, questo è un ragionamento già fatto da altri, ma vale la pena ripeterlo con l’aiuto dell’Ai e le opportune correzioni (perché l’intelligenza artificiale ne “cicca” di dati). Ecco cosa di sintetizza l’Ai per il percorso in auto:

    Quindi, per il viaggio di andata e ritorno con sosta di un’ora e pagamento Area C, il costo complessivo è di circa 17-18 euro, secondo il tipo di carburante e la zona di parcheggio privilegiata.

    Poi, ieri, siamo andati a Milano utilizzando quasi solo i mezzi pubblici:

    Auto fino al parcheggio della stazione: costo 6 euro per la sosta. Poi 17,16 euro per il treno andata e ritorno. Complessivamente, dunque, 23,16 centesimi.

    Avremmo potuto utilizzare l’autobus cittadino invece dell’auto in sosta alla stazione, ma il costo sarebbe stato uguale. Vediamo ora i tempi di percorrenza. Utilizzando l’auto:

    Il tempo di percorrenza in auto da casa tua a Pavia fino a via Montesanto a Milano, partendo alle ore 13, è di circa 45-50 minuti. Vanno aggiunti 5/10 minuti per parcheggiare.

    Utilizzando auto (parcheggio alla stazione) e treno (tempo verificato avendo scelto questa opzione):

    Risultato: partendo alle 13 con l’auto da casa tua puoi essere in via Montesanto intorno alle 14:25-14:30, utilizzando la S13 e parcheggiando all’arrivo alla stazione di Pavia. Quindi 1 ora e 25 minuti.

    Ma se utilizzassi solo mezzi pubblici? Ecco:

    Partendo alle 13 da casa, puoi essere in via Montesanto intorno alle 14:15-14:20 usando solo bus e S13.

    Questo dato è da verificare, ma può essere vero se corrispondono gli orari del bus con quelli del treno relativamente all’orario in cui devo essere a Milano.
    In ogni caso, in auto ci si mette meno tempo e si spende la stessa cifra con i mezzi pubblici. La convenienza c’è soltanto se si viaggia singolarmente. Insomma, per i single vita facile, per coppie e famiglie il mezzo pubblico è troppo, troppo costoso. Bisogna essere ricchi per essere ecocompatibili.

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    Ma che bel jazz from UK (Olivia Cuttil)

    Olivia Cuttil (dal suo profilo Instagram, foto di Antonio Porcar Cano)

    Ma che brava questa giovane trombettista inglese, Olivia Cuttil. E quanto mi piace anche la cantante del suo quintetto, Issey Chivers. Sto ascoltando il suo ultimo album “And Writing And Singing And Tunes To Be Swingin'” e mi piace proprio: swing, divertimento, tanto blues e un bel supporto dai musicisti che l’accompagnano. Ma altrettanto ascoltabile è il suo precedente lavoro “The Whole Damn Plan” abbastanza simile nelle scelte stilistiche. Scrive di lei la rivista Jazzwise: “Il suono della sua tromba è formidabile: maturo, rotondo, come una campana. Produce un tono inaspettatamente perfetto, con un ritmo e un’intonazione impeccabili, che ricordano artisti del calibro di Hugh Masekela, Lee Morgan e Chet Baker”. Beh, citare Baker è sempre un rischio, ma in effetti c’è del gran fascino nel suono della sua tromba. Scrive ancora Jazzwise: “Cuttill ha realizzato, e co-prodotto, due album con il suo attuale quintetto. I brani procedono con un ritmo incalzante. Gli assoli di tromba sono perfetti, con un suono jazz splendidamente sviluppato, e gli arrangiamenti swinganti, ma attenti, lasciano spazio a ogni strumentista per eccellere negli assoli. Le sue prime influenze musicali sono state il soul e l’R&B piuttosto che il jazz: “Quando stavo crescendo [suo padre è il batterista Graham Cuttill] c’erano Chaka Kahn, Donny Hathaway, Stevie Wonder e tutta quel genere di musica. Quindi penso che sia una parte integrante del mio suono… E guardavamo molti film Disney; la musica di quei film – non solo le canzoni, ma l’intera colonna sonora – è incredibile”. Ok, detto questo ascoltatela. E ascoltate in particolare “Easy There”, brano che conferma come Cuttil ha un sacco di belle idee e un suono splendido e intonatissimo.