Tecnica fotografica

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    Ravenna, Darsena Lotto 4

    Per una volta non ci sarà soltanto una mia fotografia. Perché alla darsena di Ravenna c’è un meraviglioso palazzo realizzato una decina di anni fa, che vale la pena vedere e la cui storia approfondire. Infatti la Cino Zucchi Architetti ha completato a Ravenna un complesso di edilizia convenzionata denominato Darsena Lotto 4, un progetto che combina nuovi modi di abitare la città, alta qualità ambientale ed efficienza energetica con un rivestimento che richiama l’arte bizantina. Lo vedete nella foto sotto la mia. Per quello che mi riguarda, io l’ho visto così.

    Darsena Lotto 4 (secondo me)
    Darsena Lotto 4

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    Messico e nuvole (non per forza Messico)

    C’è una ragione per cui Photoshop ha inserito una funzione automatica con la quale è possibile modificare il cielo delle fotografie. Le nuvole, i tramonti e le albe danno vigore e a volte persino senso a immagini che da sole, o meglio con un cielo piatto di una limpidissima giornata estiva, appaiono deboli. Svolgono un po’, direbbe un mio caro amico fotografo, la funzione delle biciclette, che appoggiate a un muro, a una ringhiera o solo di passaggio se qualcuno sta pedalando per strada, danno vita, a loro volta, a una fotografia “moscia”. Ecco, nel luglio del 2021, sulle coste della Puglia, non ho avuto bisogno della funzione “Cielo” di Photoshop. Il cielo ha fatto tutto da solo.

    Puglia, coste del Salento
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    I colori pastello di Ostenda

    Della luce di Ostenda ho già raccontato nella fotografia che precede questa. Ma insisto perché, davvero, la luce di quel tardo pomeriggio di ottobre difficilmente la dimenticherò. Anche la spiaggia, con i ragazzini che si inseguivano sollevando la sabbia, faceva parte del fascino generale della giornata. Il taglio assolutamente orizzontale secondo me dà un senso di serenità che la luce stessa rafforzava. Insomma, con quei colori come ti sarebbe mai venuto in mente di metterti a gridare?

    La spiaggia di Ostenda
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    Estrapolazione

    Il dizionario ci spiega che estrapolare significa: estrarre qualcosa da un contesto. In fotografia, come molti sanno, è un’operazione che permette di ottenere buone immagini, a volte persino più che buone, pur in assenza di un contesto che abbia interesse. Ad esempio, ed è il caso di questa fotografia (non originalissima, per quello che mi riguarda, avendone già scattata una simile alcuni anni fa, anche se a colori), che rappresenta le cassette della posta su un portone. Le linee e le ripetizioni rendono, secondo me, l’immagine di qualche interesse, in particolare se si pensa che nella strada che stavamo percorrendo non c’era praticamente nulla d’interessante. Ecco, l’estrapolazione (o la selezione dei dettagli) può essere utile almeno come esercizio.

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    Oggetto n° 2

    Il secondo esperimento è a colori. Una coppia di oggetti: un vaso di vetro lavorato e un mandarino. Anche qui, gli stessi strumenti e le stesse impostazioni della fotografia precedente: Fuji X-T4, obiettivi 35mm e 23mm, un flash Godox, un trigger Godox, una piccola softbox 23×18 cm. Il tutto sfruttando il tavolo da cucina, una scaletta portatile e una coperta di colore nero. Questa volta l’illuminazione è dall’alto, ancora, ma un po’ laterale. Il vaso in realtà era di vetro bianco, gli ho dato una tinta con Photoshop.

    Oggetto n° 2, vaso in vetro e mandarino
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    Oggetto n° 1

    La clausura da Coronavirus impone anche di studiare altre forme fotografiche. Anche per tenersi allenato e trovare gli strumenti giusti nel momento del bisogno. Così, inizio il gioco con questa elegante tazza che tiriamo fuori solo quando ci sono ospiti. Strumenti utilizzati: Fuji X-T4, obiettivi 35mm e 23mm, un flash Godox, un trigger Godox, una piccola softbox 23×18 cm. Il tutto sfruttando il tavolo da cucina, una scaletta portatile e una coperta di colore nero. Per quanto riguarda l’illuminazione, luce evidentemente dall’alto accentuata poi utilizzando Photoshop nella prima foto, luce laterale nella seconda.

    Oggetto n° 1, la tazza delle feste
    Oggetto n° 1/bis, la tazza delle feste
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    Più bravi di te (di me)

    Lo ammetto. Ogni tanto (suvvia: spesso) sono convinto di fare delle buone fotografie. Anzi, persino ottime. Lo ammetto. Mi capita di osservare le fotografie scattate dagli altri e guardarle dall’alto al basso. Lo ammetto, dai. Quando fotografo per lavoro mi sento (ok, ok, è una personale sensazione) persino un professionista. Infine, come qualche volta capita a qualcuno di noi, confronto le mie fotografie con quelle di altri più bravi, i veri professionisti, e colgo un mormorio nella mia testa, un sussurro che dice: ah, potevi farla anche tu, quella fotografia. Poi, come direbbe un personaggio televisivo che si occupa di cucina, faccio un test. Partecipo a tre concorsi fotografici nazionali. Per la prima volta in vita mia. Concorsi seri, pago la mia quota, scelgo le mie fotografie. E non vinco niente. Non solo. Verifico le foto dei vincitori e prendo atto, finalmente, che sono più azzeccate, migliori delle mie. Insomma, mi sono auto-rimesso già dal mio personalissimo piedistallo. Credo faccia bene. E pubblico, ovviamente, alcune delle foto che ho inviato ai concorsi. E che non sono piaciute a nessuno. Per favore, qualcuno mi dica che tutto sommato non erano malaccio…

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    Non volevo copiare Fontana

    Ogni volta che scatto una fotografia del genere, mi sento in colpa. Come se avessi copiato durante un compito in classe. Ma non c’è niente da fare: la lezione di Franco Fontana è una di quelle che non dimentichi, che ti ritrovi sempre davanti quando affronti un paesaggio. E così, anche questa volta, guardando il mare dalla costa di Ortona, in Abruzzo, con a fianco il castello aragonese, nel momento in cui scatti ti senti (in piccolo, molto in piccolo) come Franco Fontana, E nella testa, ancor prima di fare clic, hai in mente questa immagine. Ho cercato, poi, di darle un taglio tutto verticale perché così mi piaceva.

    Il mare dalla costa di Ortona
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    Quel che resta nel buio

    Domenica in giro per i colli piacentini. Entriamo in una pieve, a Castell’Arquato, completamente al buio. In un angolo c’è un meccanismo nel quale, inserendo un euro, le luci si accendono per alcuni minuti così da poter visitare la chiesa. Ma la fessura nella quale mettere la moneta è bloccata. Insomma, siamo praticamente al buio. Stiamo per andarcene, quando noto una singola luce che colpisce l’unica sedia fuori posto, staccata dalle altre, forse reduce da una messa con distanziamento. E penso che quando si fotografa bisogna sfruttare quel che c’è, perché non siamo in uno studio, il mondo ci si offre per quel che esiste, non per quello che vorremmo che fosse. E scatto questa fotografia.

    Interno di una chiesetta, a Castell’Arquato
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    “B&W, back to the basic”

    Parigi

    Traduco al volo alcuni passi dell’articolo di presentazione dell’ultimo numero della rivista “Australian Photography“, una delle mie preferite, firmato dal direttore Mike O’Connor. Articolo che dedico a quelli che sostengono, sbagliando credo, che fotografare in bianco e nero sia una sorta di alternativa all’incapacità di farlo a colori. Insomma, che sia più semplice, che sia un ripiego. “Probabilmente – esordisce O’Connor – avrete sentito la vecchia espressione che dice ‘più le cose cambiano, più restano le stesse’ che può essere applicata a molti aspetti della vita, ma che è perfetta per la fotografia in bianco e nero. Anche con tutti i progressi nell’attrezzatura e nel software che utilizziamo per scattare foto oggi, rimane un fascino senza tempo nello stile in bianco e nero che lo rende altrettanto rilevante ora come lo era nei primi giorni della fotografia.

    La forza del bianco e nero sta nella sua capacità di costringere un fotografo a concentrarsi sugli elementi essenziali del mestiere – luce e ombra – e su come questi elementi apparentemente semplici devono lavorare insieme per creare armonia visiva all’interno di una cornice. È anche uno stile che premia l’osservazione. Pensate a un tramonto con tutti i suoi toni belli e sottili che si sviluppano di fronte a voi, quindi sottraete l’unico elemento che lo rende così accattivante: il suo colore. Allora, cosa resta? Cosa avete fotografato? Questa è la sfida del bianco e nero. Non solo richiede di scattare senza la “stampella” del colore su cui appoggiarvi, ma vi chiede anche di “distillare” la vostra immagine riducendola ai suoi elementi più primari mentre state decidendo di fotografare”.