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    Il cameriere di Parigi

    Rivedere le vecchie fotografie è un utile esercizio. Capita, almeno a me, di fare due riflessioni: ah, come fotografavo meglio prima e, subito dopo, ah, come fotografo meglio adesso. Infine, colto dal dubbio che fotografassi male prima e dopo o, magari bene sempre, e chi mai lo saprà visto che aveva ragione Cartier Bresson quando diceva che le prime 10.000 fotografie che uno fa sono le peggiori. E all’epoca fare 10.000 negativi analogici era un bel fare, mica come adesso e sono incerto sull’essere arrivato o meno a quella cifra. Ecco, ho divagato. Dicevo, che rivedendo le fotografie ritrovo questo ritratto scattato a Parigi, a un cameriere che, all’aperto, accanto al locale, prendeva un po’ d’aria e di riposo.

    Parigi, cameriere
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    Fashion Factory

    Il tentativo era chiaro: ottenere il contrasto tra gli operai all’esterno del negozio, in attesa di riprendere il lavoro, e la scritta “Fashion Factory”. Insomma, tra le tute e le magliette, abiti da fatica, senza alcun obiettivo di eleganza, e il senso della scritta, appunto collegata allo stile e alla moda. Più o meno è riuscito, ma tutto sommato convincente, direi.

    Eleganza a Milano
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    La “desnalpa” d’autunno

    In Piemonte, ai confini con la Valle d’Aosta, quando viene l’autunno, quando arriva il freddo, gli allevatori portano a valle le vacche, le capre e le pecore. Scendono in paese, ed è una festa, si fa e si mangia la polenta che viene distribuita in piazza. Gli animali sono abbelliti di fiocchi, nastri, fiori, gli allevatori mettono su i vestiti della domenica, lungo la strada i cittadini applaudono. La tradizione, con il passare del tempo, si è arricchita della banda, dei turisti, dei bambini e delle loro mamme che si vestono da contadini anche se non lo sono. Questa che vedete è la scesa a valle, in dialetto desnalpa, di Settimo Vittone.

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    Un tavolaccio

    Qui sotto non c’è una gran foto. Tutt’altro. Ma la pubblico perché il risultato dello scatto, quello che state vedendo, è esattamente (quasi esattamente) ciò che avevo in mente nel momento in cui ho premuto il pulsante sulla fotocamera. Immaginavo che la prospettiva, dal basso, parallela al tavolaccio potesse dare forza all’immagine, che gli oggetti lasciati lì disordinatamente servissero a creare profondità, che l’obiettivo con il diaframma aperto al massimo creasse lo sfocato necessario e infine che Paola, sempre sfocata, servisse a dare vita alla fotografia in modo che non si trasformasse in una sorta di still life all’aperto. E infine, i colori che avevo di fronte li immaginavo già trasformati e resi più caldi in fase di post produzione. Ecco, come detto, non è una gran foto, ma è quella che immaginavo. Ed è un esercizio utilissimo. Anche perché, poi rivedendola, mi sono reso conto che tagliare l’angolo del tavolo è stata una sciocchezza. E dagli errori si impara. Eccome.

    In Toscana
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    Il barbiere di Voghera

    E’ sempre stato uno dei miei ritratti preferiti. Devo averlo scattato cinque o sei anni fa, a Voghera, quando ancora c’era una redazione del quotidiano La Provincia Pavese in città, quotidiano dove lavoravo (e lavoro ancora). In via Scarabelli, proprio sotto la redazione, c’era un barbiere dove andavo a farmi tagliare i pochi capelli rimasti e aggiustare la barba. In quel periodo avevo iniziato a fare un lavoro fotografico sui ritratti e gli chiesi se voleva posare per me. Ne venne fuori questa immagine.

    Il barbiere di Voghera