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Jazz da Stradella a Pavia, una domenica tra musica perfetta (e qualche fotografia)










Al teatro di Stradella, domenica sera, ancora un concerto di altissimo livello. Con tanto pubblico, segno che il jazz, quando è jazz di qualità, viene seguito. Certo, il fatto che si tratti di pomeriggi musicali gratuiti aiuta, ma a volte mi capita di incrociare avvenimenti finanziati e gratuiti che valgono una cicca. Dicevo di domenica sera: sul palco Carlo Nicita – flauto; Tito Mangialajo Rantzer – contrabbasso; e Rodolfo Cervetto – batteria. Per un tributo a un mito del sassofono jazz, Sonny Rollins. Va detto che l’appuntamento precedente era stato dedicato ad un altro maestro del jazz, Telonious Monk, mentre il prossimo porterà a Stradella i suoni e i temi del più grande armonicista che si ricordi, Toots Thielemans. Insomma, con il prossimo spettacolo al teatro Fraschini su Miles Davis, si può ben dire che la storia del jazz si fa in provincia di Pavia (esagerando).
Vengo al concerto di domenica per una questione personale. A suonare c’era, come detto, Tito Mangialajo Rantzer: docente prima al conservatorio di Pavia, ora a quello di Milano, e amico. Mi ha chiesto di scattare qualche foto del concerto e anche se è parecchio che non fotografo musica, ci ho riprovato. Nella galleria, i risultati. Spero abbiano un minimo di qualità.
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Autobus, autisti incoscienti, cinema e spugnette per lavare i piatti. Tutto in una sera

Quasi a sorpresa l’autobus arriva in orario. Più o meno. Sono le 20 e 40 minuti quando saliamo sul “4” che deve riportaci a casa, quindi tre minuti di ritardo. Ci mancherebbe che me ne dolga, quello seguente sarebbe stato alle 21 e 42, meno male che non è saltata la corsa. A volte capita e devi prendere il taxi. Già, perché se abiti al Vallone, quartiere preferito dalle varie amministrazioni comunali che si sono alternate alla guida di Palazzo Mezzabarba, hai solo queste due possibilità per tornartene a casetta. Quanta gente abita da queste parti? Diecimila persone, o qualcosa di più. Per tutte loro, dopo le otto di sera, due corse e pedalare. Nel senso, che è meglio prendere la bicicletta, sempre che sopravvivi alle piste ciclabili di Pavia e alla viabilità che considera i ciclisti e i pedoni fastidiosi intoppi. Poi uno si chiede perché si muovono tutti in macchina. E alla fine, vedi come vanno le cose anche a sinistra, invece di mettere gli autobus gratis (come fecero a Genova, mi pare, e qualcosa di gratuito è rimasto) e raddoppiare il costo della sosta, pensano a fare parcheggi. O provano a pensarci. A farli è tutta un’altra storia. In Lussemburgo non paghi niente, ma quelli sono ricchi con i nostri soldi dell’evasione fiscale, quindi è tutta un’altra storia. Ma divago. L’autobus arriva, saliamo, e l’autista deve essere a fine turno. Ossia ne ha le scatole piene, corre come se lo inseguissero. A una curva prima della nostra fermata, manco tocca il freno e mia moglie cade. Livido sul fianco il giorno dopo, niente di grave. Ma accidenti, e andare un po’ più piano? E comunque, se scegli il cinema in centro, sincronizzati con Autoguidovie sennò prendi l’auto (come fanno tutti: sul bus eravamo in cinque, tre studenti e due pensionati, noi). Due corse per il quartiere più popoloso della città in una sera (poi c’è la linea notturna, ma le ragazze, a quell’ora, si fidano poi a raggiungere casa a piedi da sole? No, prendono l’auto).
Dicevo del cinema. Ma prima alla Feltrinelli. Il bello di non lavorare più è che alle 17 e 30 puoi andartene a fare un giro in centro. Quindi libri. Anzi, prima il supermercatino di fronte alla libreria. Cerco delle spugnette per lavare i piatti. Compito che ho avuto dal giorno della pensione. Far da mangiare? No, preferiscono solo il mio ruolo da lavapiatti, al massimo taglio le verdure, cuocio due uova, affetto il pane, faccio l’insalata. Il resto pare non sia alla mia portata. O sono io che sono un pelandrone? Ah, capirlo. E quindi, cerco la spugnette nuova. Il supermercato le ha finite. Ma che ci fanno in centro con la spugnette che lo scaffale è desolatamente vuoto? Vabbè, delusione a parte, alla Feltrinelli trovo il libro che avevo cercato a Natale e non avevo trovato: “Scatta come Wes”. Che sarebbe un libro di tecnica fotografica (con tutta la mia supponenza, direi di non averne bisogno), ma quello che mi interessa è il racconto sulle tecniche di ripresa di Wes Anderson, uno dei miei registi preferiti. Sono contento. Un po’ meno quando la commessa, con aria seccata, contesta il fatto che non abbia dietro la tessera della Feltrinelli. Me lo dice come se avessi commesso un reato. Accetta di controllare partendo dalla mia mail, sbuffa. Un po’ meno quando vede che abbiamo speso 80 euro. Diventa più gentile. Business is business e va bene così. Ma divago, ancora.
Il film è No Other Choice di Park Chan-wook, una bella commedia dark anti-capitalista. Abbastanza convincente. Il cinema Politeama, ancora una volta, è pieno. Per essere la proiezione delle 18 è, come si usa dire, tanta roba. Certo, età media altina, ma ci sono anche tantissimi giovani. Fa bene al cuore. Una delle cose che a Pavia funzionano. E che mi piacciono. Un po’ meno apprezzo il signore che a metà proiezione lascia suonare per mezzo minuto, a volume altissimo, il cellulare. Deve essere lo stesso del film dell’altra volta, sostengo. Paola dice di no, dice che era un’altra suoneria. I rumori non mancano. A poche poltroncine da noi c’è un altro signore: da lui proviene, per tutte le due ore della proiezione, uno strano suono gracchiante, che si ripete regolarmente ogni cinque minuti, occhio e croce. Fastidioso, se qualcuno ha capito da cosa provenisse me lo faccia sapere che sono curioso.
Ah, ho trovato le spugnette. Dopo il supermercatino di fronte alla Feltrinelli, sono andato al mercato ipogeo. Ce le avevano: tre per 0,99 euro. Mia moglie paga con 99 centesimi, la commessa alla cassa dice: “Manca un centesimo”. Ma c’è scritto 0,99 euro? “Sì, ma arrotondiamo”. E vabbè, si cerca il centesimo, ma lei ci ferma: “Va bene così”. Domanda: perché diavolo si scrive 0,99 euro se poi ti chiedono di pagare 1 euro? Il motivo pubblicitario lo capisco, ma è un piccolo, quasi innocente raggiro del consumatore. Comunque, la commessa sorride e di questi tempi un sorriso vale sicuramente quel centesimo in più.
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In ginocchio da te (alla mostra del Broletto ci vuole la vista di Superman)

Le targhe informative: ma ci voleva tanto a posizionarle un po’ più in alto? Ormai è una cattiva abitudine. Con il passare degli anni, anche alla World Press Photo, le targhette con le indicazioni relative alle singole fotografie e/o all’autore hanno caratteri sempre più piccoli. Così, appunto, è capitato a Lodi durante il Festival della fotografia etica 2025, così abbiamo (clamorosamente) notato alla pur interessante e ben realizzata mostra La Forma del Ritratto che si può ammirare al Broletto di Pavia (dal giovedì alla domenica, dalle ore 15 alle ore 19, con ingresso libero). Le targhette sono, occhio e croce, all’altezza del gomito o dell’avambraccio di una persona alta intorno al metro e settanta centimetri, e costringono ad abbassarsi quasi di novanta gradi. Poi, arrivati alla targhetta, ci vuole una super vista per leggere il testo, peraltro in doppio formato, il secondo quasi minuscolo. Io sono alto un metro e ottantatrè, e proprio ho faticato ad arrivare alla targhetta. Non parliamo della difficoltà di lettura.
Ora, le statistiche ci dicono che: 1) l’età media degli italiani è di quarantasei anni; 2) l’altezza media in Italia è di circa un metro e settantasette per gli uomini e di un metro e sessantaquattro per le donne; e infine, quasi otto italiani su dieci soffrono di disturbi visivi come miopia e presbiopia; ecco, di fronte a tutto questo, cosa accidenti ci voleva a posizionare le targhette più in alto e scegliere un carattere più grande? Le mostre non basta farle, bisogna curarle in tutti gli aspetti. Perché, è noto, il diavolo sta nei dettagli.
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Festival della fotografia etica: un dubbio

In coda alla biglietteria Ci sono scelte obbligate. Almeno per alcuni. Per quelli che vogliono sapere (o approfondire). Una delle scelte possibili, se non appunto obbligate, è il Festival della fotografia etica di Lodi. Il prossimo fine settimana sarà l’ultimo possibile per visitare la rassegna che comprende, tra l’altro, il World Press Photo. Indetto dalla World Press Photo Foundation, il concorso internazionale di fotogiornalismo e fotografia documentaria più conosciuto al mondo, quest’anno celebra il suo 70° anniversario. Lodi è stata l’unica città lombarda ad ospitare una tappa del suo tour itinerante che porterà la mostra in oltre 60 location nel mondo. Quasi 150 immagini che arrivano dai 5 continenti per raccontare storie incredibili. E proprio da qui voglio partire, con alle spalle l’esperienza di diversi World Press visitati in questi anni. Ho avuto l’impressione che la capacità di racconto dei fotografi delle grandi tragedie che attraversano il mondo in questi anni sia stata inferiore al solito. E a confermarlo, sempre secondo una personalissima opinione, il fatto che una delle mostre del Festival, ossia “Yugoslavia: atto finale: a trent’anni dal genocidio di Srebrenica”, fosse dal punto di vista delle forza delle immagini, della capacità di drammatico racconto, due gradini sopra persino alle fotografie dedicate al genocidio di Gaza. Magari sbaglio, magari è stata una mia personale ed erronea valutazione.
Troppe code
L’altro aspetto davvero negativo del Festival sono le code. Domenica 19, pur essendo arrivato alle 9.30, orario di apertura, ho evitato la coda per entrare in ogni singola mostra, solo al World Press. Ma anche lì, come in tutte le altre mostre, coda di dieci, venti minuti, tutti accalcati per vedere le fotografie, qualche spinta, l’impossibilità di ragionare davanti alle immagini. C’è troppa gente, in tutta la giornata di domenica, e questo evento così partecipato rovina un po’ l’interesse per il meglio della fotografia di fotogiornalismo (etico, ovviamente). Per godersi il lavoro di un fotografo, la soluzione migliore resta sempre la singola mostra, del singolo progetto. Ma non si può avere tutto. E poi andare a Lodi, per questo Festival, è anche un atto di salute mentale: ci ricorda che, fuori da qui, dai nostri confini, il mondo continua a soffrire, si continua a morire, l’ingiustizia la fa da padrona.

Foto di Cinzia Canneri Se poi qualcuno avesse un dubbio su cosa vedere assolutamente, la mostra che mi ha convinto di più è stata “Women’s Bodies As Battlefields: corpi di donne come campi di battaglia” dell’italiana Cinzia Canneri. Uno struggente bianco e nero per un’altra struggente storia di donne.
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Concerti in bianco e nero
Potrò parlarne più avanti, con un certo orgoglio, ma il lungo e appassionato lavoro che ho fatto negli anni passati registrando le immagini di concerti e di prove di concerti a Pavia avrà un riconoscimento pubblico. Ne sono già ora molto orgoglioso e felice. Forse persino troppo per me, se penso alle centinaia di colleghi giornalisti e fotografi che ogni giorno, sottopagati, scattano negli stadi, nelle arene, nei teatri, realizzando lavori bellissimi. Una professione sempre più difficile da fare, sempre più impegnativa ma che, seppure non sia stata la mia principale attività (faccio il giornalista e scrivo più che altro), può dare grandi soddisfazioni. Qui, ora, pubblico alcune immagini tra le tante del mio archivio. Buona visione.







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Alberi e prospettive
Se sei in vacanza in Toscana, e in particolare in certe valli della Toscana come la Val d’Orcia, prima o poi la scatti una fotografia del genere. In questo caso, tecnicamente parlando, ho stretto sui due filari di alberi, eliminando le distrazioni della strada, ho esaltato i contrasti tenendo conto che il colore verde, in bianco e nero, è sempre delicato da trattare, specie quando abbonda. Questo è il risultato dopo un accurato lavoro di post produzione.

Filari d’alberi in Val d’Orcia - Arte, fotografia, Fuji X Series, Luce, Maschere di luminanza, Photoshop, Post produzione, Tecnica fotografica, Viaggiare
Val d’Orcia, luce in chiesa
Durante la vacanza in Val d’Orcia capita anche spesso di visitare una chiesa. Alcune belle, alcune meno belle, altre persino insignificanti. Fotograficamente, dipende. In questa era una questione di luce che poi, evidentemente, ho esaltato in post produzione, sempre con l’obiettivo di divertirmi anche dopo aver viaggiato e fotografato. I puristi mi perdonino.

Una chiesa in Val d’Orcia - Camminare, Città e Paesi, Controluce, fotografia, Fuji X Series, Luce, Paesaggi, Post produzione, Trekking, Viaggiare
Un paesaggio da favola
Dicevo, nel post precedente, che anche quelli non proprio bravissimi con la fotografia paesaggistica, a volte non faticano a raccontare un luogo con le immagini quando quel luogo è meraviglioso di suo. In Trentino, in una giornata fredda ma soleggiata, con le nuvole al posto giusto, persino un terrificante controluce può diventare un’ottima opportunità per documentare quel territorio. Un po’ di necessaria “rettifica” in post produzione per recuperare le ombre, e poi queste Dolomiti sullo sfondo che presto – la camminata è appena iniziata – raggiungeremo.
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Castello di Agliè (Torino) / 1
Provate a cercare su Google Immagini e vedrete che del bellissimo castello di Agliè, in Piemonte, di fotografie ce ne sono a migliaia. Una più bella dell’altra, probabilmente. Così, quando sul tardi della giornata di Pasquetta, trascorsa nel pomeriggio a far visita a una parente in ospedale, decidiamo di visitare il castello, la fotocamera in spalla pesa, anche metaforicamente. L’ora è tarda, la parte più bella dell’edificio è all’ombra, il parco è chiuso ed è possibile visitare, per un’oretta, solo il grande giardino. Ecco allora il primo scatto, che mostra una famiglia tranquilla, al sole, con alle spalle il castello di Agliè.

Il castello di Agliè

